Il 15 gennaio è una data ricca di eventi storici, tra cui l’incoronazione di Elisabetta I d’Inghilterra nel 1559, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, fu incoronata regina d‘Inghilterra nell’Abbazia di Westminster, segnando l’inizio della sua lunga e gloriosa età elisabettiana, un periodo di grande sviluppo culturale, economico e politico per l’Inghilterra. La cerimonia fu l’ultima ad essere celebrata con il rito in lingua latina e vide la partecipazione di pochi vescovi, alcuni dei quali si rifiutarono di presenziare a causa dell’illegittimità percepita di Elisabetta.

Elisabetta I, il suo regno
Il regno di Elisabetta I durò per ben quarant’anni, fu un’epoca d’oro per l’Inghilterra, nota come Età Elisabettiana, segnata da straordinaria fioritura culturale (con Shakespeare) e crescita economica, trasformando il paese in una potenza marittima e coloniale grazie a un’abile politica e al successo contro l’Invincibile Armata spagnola, il tutto sotto il segno della Regina Vergine che non si sposò mai tranne che l’Inghilterra stessa.
Ella ebbe momenti critici durante il regno della sorellastra Maria Tudor (nominata Maria la Sanguinaria), e la rivolta di Sir Thomas Wyatt, che si riprometteva di farla regina, le costò la detenzione nella torre di Londra, dove lei conobbe momenti bui, tra questi vivendo con la paura di essere avvelenata.
Fu liberata per mancanza di prove a suo carico nel 1554 e salì al trono nel 1559. Elisabetta I dovette subito affrontare una situazione interna, oltre a quella esterna al suo paese, di grande difficoltà. Il problema più urgente fu la questione religiosa, dove la regina attese coadiuvata da abili consiglieri, in particolare dal primo segretario William Cecil (poi lord Burghley).

Contraria a ogni fanatismo, cercò, con una prudente politica di pacificazione, di riportare la tranquillità nel regno dopo le scelte contrapposte di Edoardo VI e Maria Tudor, cercando di sedare nuove ondate di fanatismo religioso con il rientro in patria del Protestantesimo. Ricordiamo che quest’ultimo non era ben visto né dai Cattolici né dagli Anglicani.
Fu ristabilita la supremazia regia sulla Chiesa e l’indipendenza della Chiesa anglicana da Roma, ma in una forma più moderata e che non desse adito a nuove persecuzioni: l’Act of Uniformity (1559) ripristinò il Common Prayer Book e proibì ogni altra forma di culto e l’Act of Supremacy (1563) abolì nuovamente ogni giurisdizione pontificia in Inghilterra, evitando però che la regina assumesse la qualifica di capo della Chiesa.
In quegli anni il dissenso religioso fu abbastanza tollerato, anche perché Elisabetta I sperava in una politica di compromesso che potesse tener fuori l’Inghilterra, debole militarmente e fortemente impoverita, dai nuovi conflitti religiosi che stavano per scatenarsi sul continente. Il problema religioso era infatti strettamente intrecciato al problema dinastico e all’equilibrio europeo. Sin dall’inizio del suo regno Elisabetta aveva dovuto difendere i suoi diritti al trono, contestati da più parti nel mondo cattolico per la sua nascita illegittima, contro la candidatura di Maria Stuart, detta la cattolica, e regina di Scozia, discendente di Margherita Tudor e sposa dal 1558 del delfino di Francia Francesco.

La tradizionale alleanza franco-scozzese minacciava così il trono, soprattutto durante il breve regno di Francesco II, ma l’opposizione di Filippo II di Spagna, fortemente contrario al potenziamento della monarchia dei Valois, impedì che ciò avvenne. Soprattutto dopo l’insurrezione scoppiata in Scozia, anche a seguito della predicazione di Knox, contro la politica filofrancese della regina madre Maria di Guisa, reggente dal 1554.
L’aiuto richiesto a Elisabetta dai ribelli portò alla firma del trattato di Edimburgo (1560), in base al quale la Scozia veniva liberata dalle truppe francesi e Francesco II e Maria Stuart costretti a rinunciare al trono inglese. Maria Stuart poté tornare in Scozia nel 1561, poco dopo la morte di Francesco II, ma una nuova ondata di ribellione la costrinse ad abdicare in favore del figlio Giacomo e a fuggire in Inghilterra (1567), dove divenne il punto di riferimento dei nemici e il centro di numerosi complotti contro la regina.
La paura che la corona inglese fosse nuovamente minacciata spinse i parlamenti a frequenti petizioni affinché si sposasse al fine di assicurare la successione. Nessuna delle numerose trattative andò però in porto, né quella con Filippo II, che voleva ristabilire in Inghilterra l’egemonia politico-commerciale spagnola, né quella più tarda con il giovanissimo duca d’Alençon, fratello del re di Francia e né tantomeno quella di sposare il suo favorito Robert Dudley, futuro conte di Leicester.

In queste occasioni Elisabetta I sfruttò abilmente l’eterno antagonismo tra Francia e Spagna, e, fermamente intenzionata a garantire all’Inghilterra un avvenire di grande potenza marittima e commerciale; ella fece leva soprattutto sul sentimento di autonomia dalle ingerenze straniere presente nei suoi sudditi. Per attuare questa politica si appoggiò, in particolar modo, a quei gruppi sociali economicamente più dinamici, avidi di nuove ricchezze, che la trasformazione del mondo agricolo feudale aveva portato alla ribalta.
In politica estera, l’intensificazione degli atti di pirateria e contrabbando dei marinai e corsari inglesi, soprattutto le numerose spedizioni di soccorso – promosse dalla stessa regina –, ai Paesi Bassi in rivolta contro Filippo II e agli ugonotti francesi, provocarono l’aperto conflitto con la Spagna, latente da anni.
Ad acuire la tensione tra i due paesi contribuì anche la condanna a morte di Maria Stuart (1587). Nel 1588 la flotta inglese si impose sulla Invencible Armada sanzionando, con questa vittoria, la fine del predominio spagnolo sui mari e provocando in Inghilterra una grande ondata di patriottismo. Nei restanti ultimi anni del regno, la politica maggiormente accentratrice di Elisabetta incontrò numerose critiche, e le sue leggi sui monopoli furono fortemente osteggiate dal parlamento.
Nel 1601 fu condannato a morte, a causa di un complotto contro la regina, Robert Devereux, conte di Essex (nuovo favorito di Elisabetta), che pochi anni prima aveva fallito nel tentativo di reprimere la rivolta scoppiata in Irlanda. Alla morte, Elisabetta designò come successore Giacomo VI Stuart, figlio di Maria, ma non era Cattolico.