Il 17 febbraio 1600, a Campo de’ Fiori, si consuma uno degli episodi più duri della storia culturale europea. Giordano Bruno viene condannato al rogo dall’Inquisizione romana dopo un processo lungo e implacabile. Non si tratta di una punizione simbolica né di una disputa marginale: è lo scontro frontale tra una visione del mondo chiusa e un pensiero che rifiuta confini.
Bruno, nato a Nola nel 1548, non è soltanto un filosofo. È un intellettuale irregolare, un viaggiatore instancabile, un autore che attraversa teologia, cosmologia, memoria, linguaggio. La sua colpa non risiede in una singola tesi, ma in un sistema di idee che mina le fondamenta dell’ordine stabilito. Sostiene l’infinità dell’universo, la molteplicità dei mondi, l’assenza di un centro assoluto. Le stelle non sono luci fisse incastonate nel cielo, ma soli lontani. L’uomo non occupa una posizione privilegiata nel cosmo. Per la fine del Cinquecento, è una frattura insanabile.
Il rogo di Giordano Bruno e lo scontro tra pensiero libero e autorità

Il processo, iniziato a Venezia e proseguito a Roma, dura anni. A Bruno viene chiesto più volte di ritrattare. Lui rifiuta. Non accetta compromessi, non cerca vie di fuga dottrinali. Secondo le testimonianze, ascolta la sentenza senza cedere, consapevole dell’esito. La sua morte non è solo una condanna individuale: è un messaggio pubblico, un monito rivolto a chi osa pensare oltre i limiti imposti.
Campo de’ Fiori, oggi luogo di mercato e di passaggio, diventa così un punto di frizione tra memoria e quotidianità. Nel 1889, proprio lì, viene eretta la statua di Bruno. Non un gesto celebrativo neutro, ma una presa di posizione culturale. La figura incappucciata guarda verso il Vaticano, come a ricordare che il conflitto tra autorità e libertà intellettuale non appartiene solo al passato.
Ricordare il 17 febbraio significa interrogarsi sul costo del dissenso, sul valore della ricerca, sul ruolo dell’arte e del pensiero quando mettono in crisi le certezze.
Bruno non viene commemorato per aver avuto “ragione” in senso moderno, ma per aver difeso il diritto di spingere le idee oltre il consentito. La sua fine segna una ferita, ma anche un passaggio: da quel rogo nasce una lunga, faticosa storia di emancipazione del pensiero europeo.
Accadde oggi, e continua ad accadere ogni volta che una voce sceglie di non arretrare davanti al potere.
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