Jafar Panahi è atteso il 20 maggio davanti alla Corte rivoluzionaria di Teheran per un nuovo passaggio giudiziario legato all’accusa di propaganda contro il regime. Il regista iraniano, già condannato in absentia a un anno di carcere e a restrizioni biennali, rientra così in un fronte che intreccia cinema, dissenso e libertà culturale.
Perché Jafar Panahi rischia un nuovo processo in Iran

Il caso Jafar Panahi riguarda la riapertura di un procedimento davanti alla Sezione 26 della Corte rivoluzionaria islamica di Teheran. Al centro ci sono le accuse di attività propagandistica, già usate in Iran contro artisti, giornalisti e attivisti considerati scomodi dal potere politico.
La nuova udienza arriva dopo il ritorno del regista in Iran, avvenuto il 30 marzo, al termine della promozione internazionale del suo ultimo film. Il dato politico è evidente: Panahi non è soltanto un autore premiato nei festival, ma una figura pubblica che continua a lavorare dentro un sistema di controllo molto rigido.
Jafar Panahi, da Cannes agli Oscar con Un simple accident
Il nodo culturale passa da Un simple accident, film del 2025 diretto e scritto da Panahi, premiato con la Palma d’Oro 2025 al Festival di Cannes. La scheda ufficiale del festival indica una coproduzione tra Iran, Francia e Lussemburgo, con una durata di 105 minuti.
L’opera mette in scena un ex prigioniero politico che crede di riconoscere il proprio torturatore. Da qui nasce una domanda morale che attraversa tutto il cinema di Panahi: come si racconta la giustizia quando la memoria personale coincide con una ferita collettiva?
Il film è stato legato anche al percorso di Mehdi Mahmoudian, attivista e prigioniero politico incontrato da Panahi durante la detenzione. La collaborazione tra i due dà al progetto un peso ulteriore, perché sposta la finzione dentro una materia viva: carcere, trauma, vendetta e possibilità del perdono.
Cinema iraniano, censura e libertà artistica dopo il caso Panahi

Il percorso di Jafar Panahi è segnato da divieti, arresti e film realizzati in condizioni di forte pressione. Nel 2022 e 2023 ha trascorso 86 giorni nel carcere di Evin, esperienza che ha inciso direttamente sul suo immaginario più recente.
La vicenda pesa oltre il singolo processo. Per il cinema iraniano, Panahi rappresenta un caso limite: un autore riconosciuto all’estero, ma vulnerabile in patria. Ogni nuova udienza diventa quindi un test sul margine concesso agli artisti che usano la finzione per parlare di potere, repressione e responsabilità.
Il 20 maggio non si deciderà soltanto il destino giudiziario di un regista. Si capirà se il successo internazionale può offrire una protezione reale o se, per gli autori iraniani più esposti, il prezzo della visibilità resta ancora il ritorno davanti a un tribunale.