Simone Forti è morta a Los Angeles a 91 anni, dopo una lunga convivenza con il Parkinson. Nata a Firenze nel 1935 e trasferita negli Stati Uniti da bambina per sfuggire alle persecuzioni antisemite, è stata una delle figure che hanno cambiato il rapporto tra danza, performance e arti visive nel secondo Novecento. La scomparsa è stata annunciata dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, che rappresentava il suo lavoro.
Il suo nome resta legato soprattutto alle Dance Constructions, lavori nei quali il corpo non eseguiva una coreografia tradizionale, ma reagiva a corde, pannelli di compensato, piattaforme e semplici istruzioni. Camminare, arrampicarsi, oscillare o sostenere il peso di un’altra persona diventavano azioni da osservare con la stessa attenzione riservata a una scultura.
Chi era Simone Forti e perché ha cambiato la danza postmoderna

Simone Forti ha spostato la danza fuori dai codici del balletto e della modern dance, trattando ogni movimento come possibile materiale artistico. Le sue opere univano improvvisazione, gesti quotidiani e oggetti comuni, cancellando la separazione netta tra palcoscenico, galleria e spazio espositivo. La sua ricerca anticipò temi centrali della performance contemporanea.
La formazione cominciò negli anni Cinquanta a San Francisco, dove lavorò con Anna Halprin e il Dancers’ Workshop. Halprin sperimentava metodi basati sull’improvvisazione, sul rapporto con l’ambiente e sulla libertà dai vocabolari coreografici prestabiliti. In quel contesto Forti maturò l’idea che una camminata, una caduta o un esercizio di equilibrio potessero possedere una propria struttura artistica.
Dopo il trasferimento a New York, la sua ricerca entrò in contatto con artisti, musicisti e coreografi destinati a definire l’avanguardia statunitense. Nel 1961 presentò Five Dance Constructions and Some Other Things nel loft di Yoko Ono a Manhattan. Quell’appuntamento precedette le esperienze del Judson Dance Theater e contribuì alla nascita della danza postmoderna americana.
Il Museum of Modern Art di New York considera le Dance Constructions del 1960-1961 tra i principali antecedenti del Judson Dance Theater. Le opere furono realizzate con materiali economici, tra cui compensato e corde, e costruite attorno ad azioni elementari come salire, appoggiarsi, stare in equilibrio o fischiare.
Le Dance Constructions di Simone Forti tra corpo e oggetto
In Slant Board gli interpreti avanzano su una tavola inclinata sostenendosi con corde annodate. In Hangers restano sospesi e oscillano nello spazio, mentre altri corpi attraversano la struttura. In Huddle un gruppo compatto forma una massa vivente sulla quale, a turno, ciascun performer si arrampica prima di rientrare nell’insieme.
Questi lavori non prevedono virtuosismi nel senso tradizionale. Il loro centro è la relazione concreta tra gravità, fatica, materia e collaborazione. Il movimento nasce da un compito, ma resta aperto alle differenze fisiche degli interpreti e alle variazioni prodotte durante ogni esecuzione.
Nel 2015 il MoMA acquisì nove Dance Constructions, riconoscendo anche sul piano museale la difficoltà e il valore di conservare opere fondate sull’esecuzione dal vivo. Per custodirle non basta preservare tavole e corde: occorre trasmettere istruzioni, tempi, comportamenti e rapporti tra i partecipanti. La collezione comprende, tra le altre, Slant Board del 1961.
La ricerca di Forti si estese anche all’osservazione degli animali. In Zoo Mantras, sviluppato dal 1968, studiò i movimenti ripetitivi osservati negli zoo, interrogandosi sul confine tra comportamento naturale, cattività e gesto performativo. Disegni, testi, registrazioni sonore e video ampliarono progressivamente un lavoro che non rimase mai confinato alla sola coreografia.
Dal MoMA al Leone d'Oro della Biennale Danza 2023
Nel 2023 la Biennale di Venezia assegnò a Simone Forti il Leone d’Oro alla carriera. La motivazione riconosceva un corpus composto da performance, disegni, film, fotografie, installazioni e scritti, capace di attraversare discipline diverse senza perdere il corpo come punto di partenza.
La Biennale Danza dedicò il premio a Simone Forti durante la 17ª edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea. In quell’occasione Venezia ospitò anche una presentazione europea del progetto espositivo organizzato con il Museum of Contemporary Art di Los Angeles, accompagnata da nuove esecuzioni delle Dance Constructions.
Il riconoscimento arrivò a più di sessant’anni dalle prime presentazioni newyorkesi. La distanza temporale mostra quanto lentamente musei e istituzioni abbiano imparato a trattare la danza come un’opera collezionabile, documentabile e nuovamente eseguibile, anziché come un evento destinato a scomparire dopo la rappresentazione.
La sua biografia resta legata anche alla storia dell’emigrazione ebraica italiana. La famiglia lasciò Firenze tra il 1938 e il 1939, dopo l’introduzione delle leggi razziali fasciste, e raggiunse gli Stati Uniti passando dalla Svizzera. Los Angeles divenne in seguito la città di adozione e il luogo centrale della sua attività.
La morte di Simone Forti apre ora una questione concreta sulla trasmissione delle sue opere. Le Dance Constructions continueranno a vivere soltanto se musei, performer e archivi sapranno conservarne non soltanto gli oggetti, ma anche le regole, le relazioni fisiche e il margine di libertà previsto dall’artista. È in questa pratica condivisa che il suo lavoro può evitare di trasformarsi in una semplice testimonianza storica.