Quanto è difficile concedersi dieci minuti senza fare qualcosa di utile? Il niksen parte proprio da questa domanda. Il termine olandese indica il fare nulla, o dedicarsi a un’attività senza uno scopo preciso, lasciando che il tempo trascorra senza trasformarlo immediatamente in lavoro, allenamento, apprendimento o perfino in una tecnica di rilassamento.
L’idea è tornata a circolare durante l’estate 2026 come possibile risposta culturale alla difficoltà di staccare davvero. Il confronto con il nostro dolce far niente viene quasi spontaneo, ma le due espressioni raccontano anche modi diversi di dare un nome al tempo libero e al senso di colpa che spesso lo accompagna.
Niksen: cos’è davvero l’arte olandese di non fare nulla

Niksen deriva da niks, che in olandese significa nulla. Il verbo può indicare semplicemente lo stare senza fare niente e non nasce come sofisticata filosofia del benessere. La sua trasformazione in fenomeno internazionale è relativamente recente, soprattutto attraverso articoli, saggi divulgativi e libri dedicati al rapporto tra riposo e produttività.
La differenza fondamentale rispetto a molte pratiche organizzate sta nell’assenza di un risultato da raggiungere. Guardare fuori dalla finestra, stare seduti, lasciare vagare i pensieri o trascorrere alcuni minuti senza scegliere un’attività precisa possono rientrare nel concetto. Se la pausa viene invece programmata per migliorare una prestazione, completare un esercizio o ottenere un determinato stato mentale, il principio comincia già a cambiare.
La scrittrice e giornalista Olga Mecking ha contribuito alla diffusione internazionale del termine con il libro dedicato al niksen. Il fenomeno si è così affiancato ad altre parole europee diventate etichette culturali globali, come la danese hygge e la svedese fika. Il rischio, però, è ridurre tradizioni linguistiche differenti a una raccolta di formule per il benessere.
Niksen e dolce far niente: sembrano uguali, ma cambia il contesto

In italiano l’espressione dolce far niente esiste da molto prima che niksen diventasse una parola internazionale. Richiama il piacere di una pausa liberata dagli obblighi e possiede una forte componente narrativa: il tempo lento, la conversazione, il riposo, l’assenza temporanea di impegni. Niksen è linguisticamente più asciutto. Significa, alla lettera, fare nulla.
La fortuna recente del termine racconta quindi qualcosa anche della cultura contemporanea. Le pause vengono spesso riempite con smartphone, podcast, messaggi, serie, attività sportive o contenuti da consumare. Persino il riposo rischia di essere valutato attraverso risultati: dormire meglio, essere più concentrati, recuperare energie, tornare produttivi.
Il niksen rovescia almeno sul piano linguistico questa logica. Non richiede che quei minuti abbiano una giustificazione. È questa assenza di scopo, più che un particolare rituale o una specifica attività, ad aver reso il termine interessante fuori dai Paesi Bassi.
Non va però trasformato in una regola nazionale assoluta. Parlare di una presunta capacità di tutti gli olandesi di vivere senza sensi di colpa sarebbe una semplificazione. Il termine appartiene alla lingua comune e può essere usato anche in senso critico, per indicare qualcuno che sta oziando invece di occuparsi di ciò che dovrebbe fare.
Lasciare vagare la mente rende davvero più creativi?
Una delle promesse più associate al niksen riguarda la creatività. Su questo punto serve prudenza. Esistono studi sul mind wandering, cioè sullo spostamento spontaneo dell’attenzione lontano dal compito immediato, ma niksen e mind wandering non sono sinonimi e la ricerca non dimostra che qualche minuto di inattività produca automaticamente idee migliori.
Alcuni studi hanno osservato un’associazione tra periodi di mente vagante e risultati successivi in determinati compiti creativi, insieme però a costi nell’attenzione mentre il pensiero è fuori dal compito. Il quadro scientifico resta quindi più sfumato rispetto alla formula secondo cui non fare nulla renderebbe automaticamente più creativi.
Questo rende culturalmente più interessante il niksen proprio quando viene liberato dalla promessa di diventare più efficienti. Se il tempo trascorso senza uno scopo deve essere giustificato perché aumenta la creatività, riduce lo stress o prepara a lavorare meglio, allora anche il non fare nulla torna a essere misurato attraverso la produttività.
La fortuna del termine dice quindi meno su una presunta tecnica segreta olandese e molto di più sul rapporto contemporaneo con il tempo. Nel 2026, tra notifiche continue e intrattenimento disponibile in ogni momento, perfino scegliere deliberatamente di non riempire alcuni minuti può sembrare insolito. La domanda lasciata dal niksen è concreta: siamo ancora capaci di considerare legittimo un tempo che non produce nulla?