Vincent van Gogh è uno degli artisti più riconoscibili della storia dell’arte, eppure c’è un dettaglio che passa facilmente inosservato: firmò pochissimi dei suoi dipinti.
E quando lo faceva, quasi mai scriveva “Van Gogh”.
Preferiva semplicemente:
Vincent.
Una scelta che per molto tempo è stata raccontata come una curiosità biografica. Oggi, però, sappiamo che dietro quelle firme c’era molto di più.
Un nuovo studio del Van Gogh Museum di Amsterdam, pubblicato nel 2026 dopo un’analisi sistematica delle opere, ha ricostruito per la prima volta il modo in cui l’artista usava la propria firma. Il risultato è sorprendente: dei circa 840 dipinti di Van Gogh oggi conosciuti, soltanto 133 riportano una firma o un’iscrizione.
E proprio questa rarità rende la firma interessante.
Per Van Gogh non era sempre una formalità. In alcuni casi poteva diventare un segno di orgoglio, una scelta commerciale, una dichiarazione di identità o addirittura una parte della composizione del quadro.
Perché Van Gogh firmava solo “Vincent”?
La spiegazione più immediata viene dallo stesso artista.
Nel marzo del 1888 Van Gogh scrisse al fratello Theo spiegando che, per le future esposizioni, desiderava essere indicato nei cataloghi nello stesso modo in cui firmava le tele: Vincent, e non Van Gogh.
Il motivo era molto pratico.
In Francia, secondo lui, nessuno riusciva a pronunciare correttamente il cognome Van Gogh.
Ma lo studio del museo suggerisce che probabilmente non fosse l’unica ragione.
Vincent aveva infatti un rapporto complicato con parte della propria famiglia e, in una lettera del 1883 indirizzata a Theo, arrivò a prendere simbolicamente le distanze dal cognome familiare.
La scelta di presentarsi artisticamente semplicemente come Vincent poteva quindi avere anche un valore identitario: un nome immediato, personale e indipendente.
Non era soltanto una firma.
Stava costruendo il proprio nome d’artista.
Van Gogh firmò soltanto 133 dipinti

È forse il dato più sorprendente emerso dalla ricerca.
Van Gogh dipinse per circa dieci anni e produsse una quantità enorme di opere. Il Van Gogh Museum considera oggi conosciuti circa 840 suoi dipinti, ma soltanto 133 presentano una firma o un’iscrizione.
Significa che firmò grosso modo un dipinto ogni sei.
Una percentuale particolarmente bassa rispetto a quella di molti suoi contemporanei.
E questo cambia completamente il modo in cui possiamo leggere quelle firme.
Se Van Gogh avesse firmato automaticamente ogni tela terminata, il suo nome avrebbe avuto soprattutto una funzione identificativa.
Ma poiché firmava raramente, bisogna chiedersi:
perché proprio quel quadro?
È precisamente la domanda attorno alla quale ruota il nuovo studio.
Firmava soprattutto i quadri di cui era orgoglioso?
In molti casi sembra di sì.
Secondo l’analisi del Van Gogh Museum, la soddisfazione personale e la fiducia nel proprio lavoro sembrano avere influito sulla scelta di firmare.
Le firme diventano più frequenti nei periodi trascorsi a Parigi e Arles, quando Van Gogh nutriva maggiori speranze di esporre e vendere le proprie opere.
Al contrario, dopo il ricovero nell’istituto di Saint-Rémy, la frequenza delle firme diminuisce nettamente.
Non possiamo naturalmente trasformare ogni tela non firmata in una prova dello stato psicologico dell’artista. Lo stesso studio mette in guardia da conclusioni troppo semplici: esistono opere che Van Gogh apprezzava ma che lasciò comunque senza firma.
La tendenza generale, però, è significativa.
Firmare poteva significare: questo è un lavoro che considero pronto per essere visto.
I mangiatori di patate nasconde una firma quasi invisibile
Un esempio perfetto è I mangiatori di patate, realizzato nel 1885.
Van Gogh considerava questo dipinto uno dei primi lavori davvero importanti della propria carriera e investì mesi nella preparazione della composizione.
Non sorprende quindi che lo firmasse.
Il dettaglio curioso è dove.
La firma “Vincent” si trova sullo schienale della sedia sulla sinistra della scena, praticamente alla stessa altezza delle teste dei personaggi.
Oggi è diventata difficile da distinguere a causa dell’alterazione dei colori e dell’oscuramento della superficie.
Non è quindi un elemento aggiunto casualmente nell’angolo della tela.
Van Gogh la inserì dentro la scena.
Su arte.icrewplay.com abbiamo già approfondito I mangiatori di patate e il significato dell’opera: questo dettaglio aggiunge ora un nuovo livello di lettura al dipinto.
Perché molte firme di Van Gogh sono rosse?

Anche il colore non sembra sempre casuale.
Lo studio ha censito firme realizzate in numerose tonalità, ma il rosso è il colore che ricorre più frequentemente.
Durante i primi anni Van Gogh tendeva invece a utilizzare tonalità più scure.
Una delle prime firme rosse individuate dagli studiosi compare nel Ritratto di Gordina de Groot, dipinto nel 1885.
Lo sfondo era molto scuro e una firma rossa risultava maggiormente visibile.
Ma Van Gogh potrebbe avere avuto anche un riferimento artistico preciso: Gustave Courbet, che utilizzava frequentemente una caratteristica firma rossa sulle proprie opere e che Van Gogh conosceva bene. Il museo considera plausibile che l’artista olandese avesse osservato anche questo aspetto dei dipinti di Courbet.
La firma, quindi, poteva essere contemporaneamente riconoscibile e pittorica.
Nei Girasoli la firma diventa parte del quadro
Il caso più affascinante riguarda probabilmente i Girasoli.
In quattro nature morte della serie realizzata ad Arles, Van Gogh inserì Vincent direttamente sul vaso.
Non soltanto.
La firma cambia colore in relazione agli equilibri cromatici della singola tela.
Secondo lo studio del Van Gogh Museum, queste firme possiedono quindi più funzioni contemporaneamente: identificano l’autore, completano visivamente la composizione e rafforzano il rapporto tra Van Gogh e il soggetto dei girasoli.
Per Vincent quei fiori stavano diventando quasi una firma artistica essi stessi.
Scrisse infatti a Theo che, come altri pittori erano associati a determinati fiori, lui aveva in qualche modo il girasole.
Mettere “Vincent” proprio sul vaso assume allora un significato particolarmente forte.
È quasi una dichiarazione di proprietà artistica:
questo soggetto è mio.
Una firma poteva modificare persino i colori del quadro

C’è poi un dettaglio che mostra quanto Van Gogh considerasse la firma parte integrante della pittura.
In Marina vicino a Les Saintes-Maries-de-la-Mer, del 1888, l’artista aggiunse una firma rossa.
Non soltanto per indicare il proprio nome.
Secondo la documentazione studiata dal museo, Van Gogh voleva introdurre una nota rossa all’interno della composizione dominata dal verde.
In questo caso la firma svolge quindi esattamente la stessa funzione di una pennellata.
Non viene apposta dopo che il quadro è finito.
È il quadro.
Firmava anche le opere che regalava
Esisteva poi una ragione molto più concreta per firmare.
Van Gogh tendeva spesso a mettere il proprio nome sui dipinti destinati a regali, scambi con altri artisti o esposizioni.
La firma diventava così un mezzo per far circolare il proprio nome.
Gli studiosi hanno ricostruito, per esempio, un gruppo di opere inviate agli artisti di Pont-Aven, tra cui Paul Gauguin ed Émile Bernard.
Le firme sembrano essere state aggiunte nello stesso periodo, poco prima della spedizione.
Attraverso quegli scambi Van Gogh non vendeva necessariamente i dipinti, ma faceva viaggiare le proprie opere e contemporaneamente costruiva una rete di relazioni artistiche.
Un comportamento che mostra anche un lato meno raccontato dell’artista: Van Gogh era consapevole dell’importanza dell’autorialità e della circolazione della propria opera.
Il misterioso quadro firmato due volte
Tra le opere analizzate ne compare anche una davvero particolare.
Tre paia di scarpe, dipinto nel 1886 e oggi conservato all’Harvard Art Museums, possiede infatti due firme.
Una è piccola, quasi nascosta e incisa direttamente nella pittura.
L’altra appare invece molto più grande nella parte superiore della tela.
Ed è qui che nasce il mistero.
Secondo gli studiosi, la grafia della seconda firma somiglia fortemente a quella del pittore australiano John Peter Russell, amico di Van Gogh.
Non sappiamo con certezza perché Russell possa aver aggiunto il nome dell’amico.
Una possibile spiegazione è che la firma originale fosse talmente poco visibile da spingerlo a renderla più evidente.
È un dettaglio piccolo, ma racconta molto bene quanto la firma di Van Gogh fosse spesso discreta e integrata nella pittura.
Una firma non basta per stabilire se un Van Gogh è autentico
Qui è importante evitare un equivoco.
Dato che la maggior parte dei dipinti autentici di Van Gogh non è firmata, la presenza o l’assenza del nome “Vincent” non può stabilire da sola se un’opera sia autentica.
Ed è altrettanto evidente che una firma può essere imitata.
L’autenticazione richiede analisi molto più ampie: provenienza dell’opera, materiali, pigmenti, supporto, stile, documentazione storica e indagini tecniche.
Su arte.icrewplay.com abbiamo raccontato recentemente anche le ricerche che cercano di identificare una sorta di “firma del pennello” di Van Gogh attraverso mappe tridimensionali della superficie e analisi matematiche della pennellata.
È un collegamento particolarmente interessante.
Da una parte abbiamo la firma visibile “Vincent”.
Dall’altra quella involontaria lasciata dalla mano dell’artista nella materia pittorica.
Perché smise quasi di firmare a Saint-Rémy?

La diminuzione delle firme nell’ultima fase della vita dell’artista è uno degli aspetti più delicati dello studio.
Dopo il ricovero a Saint-Rémy nel 1889, Van Gogh firmò molto meno frequentemente.
Gli studiosi mettono questo dato in relazione con un periodo nel quale la sua fiducia personale e artistica attraversò momenti particolarmente difficili.
Non significa però che le opere non firmate fossero considerate da lui mediocri.
Al contrario, proprio negli ultimi anni Van Gogh realizzò alcuni dei dipinti che oggi consideriamo fondamentali.
E qui emerge una contraddizione affascinante.
Alcuni dei suoi capolavori più celebri non portano il suo nome.
La firma, quindi, non può essere interpretata con una regola rigida.
Era una pratica estremamente personale.
La firma di Van Gogh ci racconta qualcosa che il quadro da solo non dice
La scoperta più interessante dello studio non è quindi semplicemente che Van Gogh firmasse “Vincent”.
Quello era già noto.
La vera novità è comprendere quanto fosse selettivo nel farlo.
Su circa 840 dipinti conosciuti, soltanto 133 riportano una firma o un’iscrizione.
Dietro quel nome potevano nascondersi motivazioni differenti:
- orgoglio per il risultato;
- desiderio di esporre l’opera;
- volontà di venderla;
- un regalo;
- uno scambio con un altro artista;
- una necessità compositiva;
- l’affermazione della propria identità.
Perfino Van Gogh, però, non seguiva sempre una logica coerente.
Nell’agosto del 1888 scrisse a Theo di avere cominciato a firmare alcune tele, per poi smettere quasi subito perché la cosa gli sembrava poco importante.
Ed è forse proprio questa incoerenza a rendere le firme così interessanti.
Oggi Vincent è uno dei nomi più riconoscibili della storia dell’arte.
Ma per l’uomo che lo scriveva nell’angolo di una tela, sullo schienale di una sedia o direttamente sopra un vaso di girasoli, non era ancora una firma leggendaria.
Era semplicemente il modo in cui voleva essere conosciuto.