Sotto il Tevere di Roma non ci sono soltanto oggetti trascinati dalla corrente. Il fondale conserva resti di ponti, strutture architettoniche, testimonianze legate alle antiche rive e possibili relitti, insieme a reperti accumulati o dispersi nel corso dei secoli. La nuova mappatura archeologica del 2026 mostra soprattutto una cosa: in alcuni tratti il fiume conserva ancora parti del paesaggio urbano che accompagnava la Roma antica.
La campagna Archaeological Survey of the Tiber ha analizzato circa 12 chilometri di fiume, da Ponte Flaminio a Valco San Paolo, individuando centinaia di evidenze di origine antropica. Questo non significa, però, che siano stati identificati centinaia di nuovi monumenti: molte delle anomalie devono ancora essere verificate, interpretate e datate.
Cosa c’è oggi sul fondo del Tevere
La risposta cambia a seconda del tratto del fiume. La mappatura del 2026 ha permesso di distinguere strutture già note, elementi che possono essere messi in relazione con contesti archeologici conosciuti e anomalie che richiederanno nuove immersioni.
| Cosa è stato individuato | Cosa sappiamo |
|---|---|
| Resti di ponti | Sono stati acquisiti nuovi dati sulle strutture sommerse dei ponti antichi, compreso il Pons Neronianus |
| Strutture architettoniche | Sono presenti elementi di dimensioni considerevoli e resti collegabili all’antico paesaggio urbano |
| Area della Villa Farnesina | La prospezione ha rilevato ulteriori strutture sommerse nel fiume |
| Possibili relitti | Alcune evidenze sono compatibili con relitti, ma serviranno verifiche archeologiche dirette |
| Reperti mobili | Colonne, statue e altri materiali sono stati recuperati dal Tevere anche durante interventi e cantieri del passato |
| Anomalie antropiche | Sono numerose, ma non tutte possono ancora essere definite o datate con certezza |
La distinzione è importante: un’anomalia individuata dal sonar non equivale automaticamente a un reperto archeologico identificato. La prospezione serve prima di tutto a capire dove si trovano strutture potenzialmente significative e come sono inserite nel fondale.
Il fondo del Tevere è una parte della città antica

Pensare al Tevere soltanto come a un corso d’acqua che attraversava Roma porta fuori strada. Per secoli il fiume fu parte dell’infrastruttura della città.
Treccani ricorda che nel tratto urbano il Tevere era attraversato da nove ponti antichi e che lungo le sue rive sono stati individuati resti di banchine e strutture connesse alle attività fluviali. Sotto l’Aventino sono emerse anche testimonianze dei magazzini legati al traffico commerciale sul fiume.
Ponti, approdi, magazzini, banchine e vie commerciali non erano elementi marginali. Facevano parte della Roma quotidiana.
Per questo ciò che oggi si trova sott’acqua non deve necessariamente essere immaginato come qualcosa che un giorno è semplicemente “caduto nel Tevere”. In alcuni casi è il fiume stesso ad avere inglobato, trasformato o conservato strutture appartenenti alle sue antiche rive.
Il rapporto tra Roma e il fiume emerge anche dalle ricerche archeologiche condotte nell’area di Ponte Milvio, dove le strutture vicine all’alveo testimoniano quanto attività, edifici e vie di comunicazione fossero strettamente intrecciati al Tevere.
Il Ponte di Nerone esiste ancora?
Sì, ma soltanto sotto forma di resti.
Il cosiddetto Pons Neronianus, o Ponte Neroniano, attraversava il Tevere nell’area oggi compresa tra Castel Sant’Angelo e Ponte Vittorio Emanuele II. Collegava il Campo Marzio con l’Ager Vaticanus e permetteva alla Via Triumphalis di proseguire verso la zona vaticana.
La tradizionale attribuzione a Nerone non è completamente sicura. Il ponte viene generalmente collocato nel I secolo d.C., ma alcuni archeologi considerano possibile un’origine precedente, nell’età di Caligola. Quello che è certo è che parti delle sue strutture sono ancora nell’alveo e possono diventare visibili nei periodi di forte magra del Tevere.
Nell’agosto 2026 il basso livello dell’acqua ha nuovamente reso visibili alcuni resti del ponte. Pochi giorni dopo, la presentazione della nuova campagna archeologica ha aggiunto dati geofisici molto più precisi sulla loro morfologia e posizione.
È un esempio perfetto del motivo per cui il Tevere può essere considerato un archivio archeologico: una struttura conosciuta da secoli può essere studiata oggi con strumenti che consentono di vedere anche ciò che rimane costantemente sotto la superficie.
La zona conserva inoltre numerose testimonianze dell’età neroniana. Su Arte iCrewPlay avevamo già seguito anche il ritrovamento del Teatro di Nerone a Roma, emerso negli scavi di Palazzo della Rovere.
Cosa è stato trovato vicino alla Villa Farnesina
Un altro settore particolarmente interessante è quello della Villa Farnesina, sulla riva destra del Tevere.
La campagna ha identificato nel fiume ulteriori strutture sommerse nell’area. La loro presenza assume particolare valore perché la costruzione dei muraglioni e le trasformazioni delle rive avevano già restituito in passato materiali archeologici provenienti dalla zona.
Non è quindi corretto immaginare una singola “rovina misteriosa”. Quello che sta emergendo è piuttosto un paesaggio archeologico complesso, nel quale le strutture sulla terraferma e quelle nel letto del fiume possono essere studiate come parti dello stesso contesto.
È uno dei vantaggi principali della nuova mappatura: non osservare più il fondale separatamente dalla città, ma seguire la continuità delle strutture dalla riva fino all’alveo.
Perché ci sono così tanti reperti archeologici nel Tevere?

La spiegazione nasce dalla storia stessa di Roma.
Per quasi tre millenni il Tevere è stato attraversato, utilizzato per il commercio, modificato, dragato, arginato e interessato da continue costruzioni. A questo si aggiungono fenomeni naturali potentissimi.
Le piene hanno modificato più volte il letto del fiume, eroso le rive, danneggiato ponti e trasportato materiali. Anche l’accumulo progressivo di sedimenti ha contribuito a cambiare profondamente la relazione tra il livello antico delle strutture e quello attuale.
Le antiche banchine rinvenute lungo il corso urbano dimostrano inoltre che il livello medio del letto del Tevere in età romana era differente da quello moderno.
Quindi i resti presenti sott’acqua possono avere origini molto diverse:
- strutture costruite direttamente lungo il fiume;
- parti di ponti crollati o demoliti;
- edifici e infrastrutture interessati dalle trasformazioni dell’alveo;
- materiali trasportati dalle piene;
- oggetti persi o gettati nel corso dei secoli;
- elementi rimasti sepolti dopo la modifica delle rive.
Ridurre tutto a una grande raccolta di “tesori gettati nel Tevere” sarebbe storicamente fuorviante.
Come i muraglioni cambiarono il Tevere e l’archeologia di Roma

Il passaggio più radicale avvenne dopo l’Unità d’Italia.
Tra il 26 e il 29 dicembre 1870 Roma fu colpita da una piena devastante, con il Tevere che superò i 17 metri. L’evento accelerò la decisione di realizzare un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. Il progetto di Raffaele Canevari portò alla costruzione dei grandi muraglioni che ancora oggi caratterizzano il fiume nel centro della città. I lavori furono completati definitivamente nel 1926.
L’intervento risolse in larga parte il problema delle inondazioni, ma modificò radicalmente il paesaggio fluviale.
Scomparvero o furono trasformate parti delle antiche rive, attività tradizionali e strutture come i porti di Ripetta e Ripa Grande. I lavori intercettarono allo stesso tempo numerose testimonianze archeologiche.
Per questo la storia moderna del Tevere è paradossale: le opere che separarono fisicamente Roma dal suo fiume furono anche tra quelle che riportarono alla luce molte testimonianze del rapporto più antico tra la città e l’acqua.
Come si può vedere ciò che è nascosto sotto il Tevere
La grande novità del progetto del 2026 non è soltanto il numero delle evidenze individuate, ma il metodo utilizzato per mapparle.
Sono state combinate tre tecnologie principali.
Sonar multibeam
Il sonar invia numerosi impulsi acustici verso il fondale e misura il tempo necessario perché il segnale ritorni.
Il risultato permette di ricostruire la morfologia tridimensionale del letto del fiume, facendo emergere forme e strutture che nell’acqua torbida del Tevere sarebbero difficili da osservare direttamente.
LiDAR
Il LiDAR utilizza impulsi laser per misurare con grande precisione il paesaggio emerso.
Combinando questi dati con quelli del sonar, gli archeologi possono collegare la città visibile alle strutture sommerse, seguendo muri e anomalie dalla terraferma verso il fiume.
Sub-bottom profiler
È probabilmente lo strumento più sorprendente.
Invia segnali acustici nel sedimento e permette di leggere le stratificazioni nascoste fino a circa 15 metri sotto il fondale. In questo modo la ricerca non si limita a ciò che affiora sulla superficie del letto del Tevere.
Le anomalie più interessanti possono poi essere controllate direttamente dai subacquei e documentate fotograficamente.
L’approccio non nasce dal nulla. Ricerche precedenti avevano già dimostrato le potenzialità del remote sensing sul Tevere: una campagna condotta nel 2020 tra Ostia e il sistema portuale romano aveva utilizzato strumenti geofisici e un robot ROV per mappare circa cinque chilometri di fiume. La Society of Antiquaries of London descrive quella precedente indagine sul Tevere.
Hanno trovato centinaia di nuovi reperti nel Tevere?
Non esattamente.
La formulazione più precisa è che la campagna ha individuato centinaia di evidenze o anomalie di origine antropica.
Alcune corrispondono a strutture archeologiche conosciute o interpretabili. Altre sono compatibili con edifici, elementi architettonici o relitti. Ma identificazione, datazione e interpretazione richiederanno ulteriori verifiche.
È una differenza sostanziale.
Un sonar può mostrare una forma anomala sul fondale. L’archeologia deve poi stabilire che cosa sia, quando sia stata realizzata, a quale contesto appartenga e come debba essere conservata.
La nuova planimetria serve proprio a questo: trasformare una serie di segnali sparsi nel fiume in una base scientifica sulla quale impostare le prossime ricerche.
Perché non vengono semplicemente recuperati tutti i reperti
L’obiettivo dell’archeologia subacquea moderna non è portare automaticamente ogni oggetto in superficie.
La Convenzione UNESCO del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo considera la conservazione in situ una scelta prioritaria, quando le condizioni lo permettono.
Rimuovere un reperto significa infatti separarlo dal contesto in cui si trova e sottoporlo immediatamente a nuovi problemi di conservazione. Sedimenti, acqua, materiali organici, metalli e pietre possono aver raggiunto nel tempo equilibri molto delicati.
Prima del recupero bisogna quindi capire se intervenire sia realmente necessario e quale sia il metodo più sicuro.
Nel caso del Tevere, la mappa archeologica servirà anche a valutare le condizioni dei resti e a costruire un piano di gestione e conservazione a lungo termine.
Cosa può ancora nascondere il Tevere
La mappatura del 2026 rappresenta l’inizio, non la conclusione della ricerca.
Sono previste ulteriori campagne e immersioni dedicate ai contesti e ai possibili relitti individuati. Questo significa che alcune delle anomalie oggi descritte genericamente potrebbero ricevere in futuro una datazione o un’identificazione precisa.
La scoperta più importante, almeno per ora, non è quindi un singolo oggetto.
È la possibilità di leggere il Tevere come un’estensione archeologica della città.
Sopra l’acqua vediamo ponti, palazzi e lungotevere. Sotto la superficie possono continuare muri, piloni, strutture portuali, relitti e stratificazioni che raccontano lo stesso paesaggio in epoche differenti.
La Roma sommersa non è una città perduta separata da quella attuale. È una parte di Roma che il fiume ha nascosto, trasformato e in alcuni casi conservato.