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Il bacio su Warhol e l’ossigeno della NASA: la nuova frontiera del restauro

Dal rossetto su Bathtub ai tre prototipi europei: come una tecnica spaziale potrebbe aiutare a conservare le opere fragili.

Andy warhol
Andy Warhol
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Un bacio di rossetto lasciato su un quadro di Andy Warhol nel 1997 ha contribuito a una nuova strada nel restauro: pulire opere delicate con ossigeno atomico, senza strofinare e senza applicare solventi sulla superficie. Il progetto europeo MOXY, conclusivo nel 2026, ha sviluppato tre prototipi, uno dei quali all’Università di Pisa. Il 6 ottobre l’ateneo ha presentato i risultati: la tecnica appare promettente soprattutto contro fuliggine, fumo e depositi carboniosi, ma richiede ancora valutazioni caso per caso e non sostituisce automaticamente il restauro tradizionale.

Il bacio su Bathtub di Andy Warhol che ha fatto incontrare arte e NASA

La storia parte dal dipinto Bathtub (1961), conservato all’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. Nel 1997 una visitatrice lasciò l’impronta delle labbra con il rossetto sulla sua superficie. La pittura, particolarmente delicata, rendeva rischiosa una rimozione mediante pulitura meccanica o solventi. I restauratori chiesero aiuto ai ricercatori della NASA Bruce Banks e Sharon Miller, che studiavano gli effetti dell’ossigeno atomico sui materiali delle navicelle spaziali.

Come ricostruisce il progetto MOXY, la NASA elaborò un trattamento localizzato. L’ossigeno atomico agisce sui composti organici del rossetto, trasformandoli in sostanze volatili. Non elimina invece automaticamente i pigmenti inorganici: i residui possono richiedere una successiva rimozione delicata. È una distinzione fondamentale per non raccontare il processo come una cancellazione miracolosa.

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Che cos’è l’ossigeno atomico e come pulisce un’opera

Normalmente respiriamo ossigeno molecolare, composto da due atomi. L’ossigeno atomico, invece, è formato da atomi singoli altamente reattivi: si trova anche negli strati superiori dell’atmosfera, dove contribuisce al degrado delle superfici esposte nello spazio. Quella stessa reattività può essere controllata per ossidare selettivamente determinati depositi su un oggetto d’arte.

Il consorzio internazionale MOXY ha lavorato su dispositivi al plasma freddo capaci di generare ossigeno atomico e utilizzarlo immediatamente nell’aria. La vita brevissima degli atomi rende infatti impraticabile conservarli e trasportarli come un normale prodotto per la pulizia. Il sistema non richiede il contatto di spugne o pennelli con le aree trattate e non deposita un liquido solvente sulla superficie.

Che cosa ha dimostrato la ricerca presentata a Pisa il 6 ottobre 2026

L’Università di Pisa ha annunciato tre prototipi MOXY realizzati con i partner europei: a Pisa, Gand ed Eindhoven. Il progetto è finanziato da Horizon Europe e coinvolge dieci partner di sette Stati dell’Unione europea. Il risultato più interessante per i restauratori riguarda la rimozione di depositi neri carboniosi, come fuliggine e sporco da incendi o inquinamento, che possono essere particolarmente difficili da trattare sulle superfici porose.

Quando entra in contatto con questi contaminanti, l’ossigeno atomico può trasformare il carbonio in prodotti gassosi che si disperdono senza lasciare i residui di un solvente liquido. Nei test sono state considerate anche patine su argento, alterazioni biancastre su alcuni dipinti moderni e tracce di vandalismo. La notizia non equivale però all’autorizzazione a usare la tecnologia indistintamente su ogni tela, affresco o scultura.

Quali opere potrebbero beneficiarne e quali sono i limiti

La maggiore promessa riguarda oggetti fragili, porosi o sensibili all’acqua e ai solventi, sui quali puliture tradizionali possono portare via materiale originale insieme allo sporco. Il programma europeo CORDIS descrive infatti MOXY come ricerca per la conservazione di opere compromesse da inquinamento, incendi e contaminazioni superficiali.

È necessario distinguere la capacità di rimuovere un deposito dalla sicurezza per lo strato pittorico sottostante. L’ossigeno atomico è reattivo: un trattamento sicuro richiede controllo del tempo di esposizione, analisi dei materiali e prove preliminari. Gli stessi ricercatori hanno sottolineato l’importanza di verificare gli effetti del trattamento sul substrato e di sviluppare protocolli di valutazione adeguati. Il progetto non presenta dunque una macchina capace di pulire qualunque quadro senza rischio.

Perché questa storia cambia il modo di raccontare il restauro

Il caso di Warhol mostra come un incidente apparentemente marginale possa spingere la ricerca oltre i confini della disciplina: un problema incontrato in museo ha dialogato con gli studi NASA sui veicoli spaziali, poi con laboratori europei di chimica, fisica e conservazione. Il risultato del 2026 è un passo verso strumenti più mirati e meno dipendenti dai solventi, non la fine del lavoro specialistico dei restauratori.

Il confronto con altre storie raccontate su arte.icrewplay.com aiuta a capire che cosa fanno davvero le analisi tecniche: nel restauro del Mondrian della Peggy Guggenheim hanno permesso di recuperare i rapporti tra superfici lucide e opache; nella Nona onda di Aivazovsky le riprese diagnostiche hanno rivelato ripensamenti compositivi. MOXY affronta un problema diverso: come togliere sostanze estranee senza toccare una superficie particolarmente vulnerabile.

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