Danza giovane a Roma: Fuori Programma e Dominio Pubblico incrociano le rispettive programmazioni con tre studi coreografici firmati da Alice D’Urso, Francesco Paolino ed Emilia Quiñones. La rassegna Primi tempi mette al centro lavori non ancora chiusi, ma già abbastanza definiti da raccontare una direzione della scena contemporanea.
L’appuntamento nasce nel punto di contatto tra la chiusura di Dominio Pubblico 2026, festival romano alla tredicesima edizione, e l’avvio dell’undicesima edizione di Fuori Programma Festival, diretto da Valentina Marini. Il dato interessante non è solo la presenza di artisti giovani, ma il metodo: una co-programmazione che ascolta anche lo sguardo di una direzione artistica under 25.
Danza giovane a Roma, cosa raccontano i tre studi

I tre lavori non vengono presentati come debutti definitivi, ma come materiali scenici in evoluzione. Questa scelta cambia la relazione con il pubblico: non si assiste a un prodotto chiuso, bensì a una tappa di ricerca in cui corpo, drammaturgia e spazio restano ancora disponibili a modifiche.
Il programma indicato da Dominio Pubblico Youth Fest 2026 colloca Primi tempi nella giornata del 28 giugno, alle 20, in Sala B, con biglietto a 6 euro. La rassegna riunisce Ingresso libero di Alice D’Urso, Muga di Francesco Paolino e Lupo di mare di Emilia Quiñones.
La durata dei lavori conferma il formato di studio: Ingresso libero è un solo di 7 minuti, Muga arriva a 12 minuti, Lupo di mare a 18 minuti. Numeri piccoli, ma utili per capire il tipo di operazione. Non un cartellone parallelo per nomi in formazione, piuttosto una finestra concentrata su linguaggi che cercano una forma davanti agli spettatori.
Fuori Programma e Dominio Pubblico scelgono la co-programmazione

La collaborazione tra i due festival ha un significato preciso per la scena romana. Fuori Programma, festival dedicato alla danza contemporanea e ai linguaggi del corpo, entra in dialogo con Dominio Pubblico, progetto costruito intorno a una direzione artistica partecipata di giovani sotto i 25 anni.
La differenza rispetto a molte iniziative per artisti emergenti sta nel ruolo assegnato al pubblico giovane. Qui non si tratta soltanto di offrire visibilità a tre coreografi, ma di capire quali forme sceniche vengano riconosciute come necessarie da chi programma, guarda e discute spettacoli da una posizione generazionale diversa.
Alice D’Urso, catanese di stanza a Berlino, lavora in Ingresso libero su un tema molto concreto: restare o partire. La dimensione autobiografica dell’artista emigrante passa dal corpo, dalla mano che sembra trattenere, disobbedire, aderire al suolo o al corpo stesso. Il gesto diventa una piccola lotta tra spinta al movimento e radicamento.
Francesco Paolino presenta invece Muga, costruito con Tom Blanc, compagno di studi al Codarts di Rotterdam. Il duo lavora su un’unione iniziale molto serrata, poi incrinata da fratture del movimento e da una richiesta fisica più esigente. Il riferimento alla formazione internazionale non è secondario: indica una generazione che conosce bene le grammatiche della danza europea.
Alice D’Urso, Francesco Paolino ed Emilia Quiñones tra radici e mare

Il terzo lavoro, Lupo di mare, porta la firma di Emilia Quiñones, nata a Berlino nel 2002. La coreografia parte da un riferimento letterario, L’Allegria di naufragi di Giuseppe Ungaretti, letto attraverso la traduzione tedesca di Ingeborg Bachmann. Il mare non viene raccontato in modo illustrativo, ma trasformato in resistenza, oggetto, ritmo e immagine.
Nella scena compaiono una rete azzurrina, una sedia, un foro che può diventare oblò. Sono elementi essenziali, quasi poveri, ma sufficienti a costruire un paesaggio mentale. La danza di Quiñones procede per frasi brevi, pause rapide, riprese del respiro. Il corpo sembra misurare l’onda senza imitarla in modo letterale.
La presenza di tre studi così diversi chiarisce anche una questione più ampia: la danza contemporanea italiana non cresce soltanto nei grandi debutti o nelle produzioni già mature. Passa da spazi intermedi, talk, versioni brevi, scambi tra festival e spettatori capaci di leggere il processo prima della forma conclusa.
Per Roma, il punto è culturale prima che organizzativo. Festival come Fuori Programma e Dominio Pubblico possono diventare luoghi di osservazione sulle nuove pratiche coreografiche, ma solo se il sostegno ai giovani artisti non resta confinato in una categoria separata. La domanda per le prossime edizioni sarà questa: quanti di questi studi troveranno una produzione compiuta e una circuitazione reale?