Il 19 marzo 1918, il Congresso degli Stati Uniti d’America ufficializzò il fuso orario nazionale con l’approvazione del Standard Time Act (noto anche come Calder Act), firmato dal presidente Woodrow Wilson, venendo approvata l’ora legale estiva
il Congresso degli Stati Uniti formalizzò per la prima volta a livello federale la suddivisione del Paese in cinque zone orarie ufficiali. Questa legge non solo diede una veste giuridica al sistema di fusi orari che le compagnie ferroviarie utilizzavano già dal 1883, ma introdusse anche l’ora legale come misura temporanea per ottimizzare i consumi energetici durante la Grande Guerra (o Primo Conflitto Mondiale). Il compito di tracciare i confini esatti tra le diverse aree fu affidato alla Interstate Commerce Commission, segnando un passaggio fondamentale per la sincronizzazione nazionale, nonostante la forte opposizione degli agricoltori che portò alla successiva revoca dell’ora legale già nel 1919.

Fuso orario e ora legale
La resistenza degli agricoltori non era dovuta o causata a una semplice abitudine, ma che il loro lavoro era regolato, giustamente, dal sole e non dall’orologio meccanico. Con lo spostamento in avanti delle lancette, i contadini si ritrovavano a dover iniziare le attività ancora al buio, poiché la rugiada mattutina non evaporava prima delle otto o delle nove, costringendoli ad aspettare per raccogliere il fieno o lavorare i campi.
Questo creava un pesante sfasamento logistico: sebbene la natura seguisse i suoi ritmi, il resto della società (inclusi i mercati, gli uffici postali e le ferrovie) seguiva il nuovo orario ufficiale, rendendo impossibile per i lavoratori agricoli coordinarsi con il resto del Paese senza perdere ore preziose di luce pomeridiana. Inoltre, la riforma era percepita come un’imposizione delle élite cittadine e dei proprietari di negozi – una vera e propria riforma capitalista –, che ne traevano vantaggio a discapito delle comunità rurali, le quali, allora, rappresentavano ancora una fetta enorme della popolazione americana.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Presidente Franklin D. Roosevelt decise di reintrodurre la misura in modo ancora più drastico rispetto al passato, stabilendo quello che venne definito War Time. A differenza dell’ora legale stagionale a cui siamo abituati oggi, questa norma prevedeva uno spostamento delle lancette in avanti che restava in vigore per l’intero arco dell’anno, senza interruzioni tra estate e inverno.
L’obiettivo primario era massimizzare la produzione industriale bellica e ridurre drasticamente il consumo di energia elettrica nelle città, spostando le ore di attività verso i periodi di maggiore luce naturale. Questo regime di ora di guerra durò dal febbraio del 1942 fino al settembre del 1945, dimostrando l’efficacia del sistema per l’economia nazionale, anche se alla fine del conflitto si tornò per un lungo periodo a una gestione caotica e frammentata, in cui ogni Stato o città poteva decidere autonomamente se e quando cambiare orario.
Infine l’Uniform Time Act del 1966 fu introdotto proprio per risolvere il caos totale che si era creato nel dopoguerra, quando ogni città o contea era libera di scegliere se adottare l’ora legale e in quali date farlo. Questa situazione generava complicazioni assurde, specialmente per i trasporti e le comunicazioni. Infatti un passeggero che viaggiava in autobus tra il West Virginia e l’Ohio si trovava a dover cambiare orologio sette volte in meno di sessanta chilometri.
Per porre fine a questa confusione, il Congresso stabilì uno standard nazionale unico per le date di inizio e fine dell’ora legale, pur lasciando ai singoli Stati la facoltà di restare permanentemente con l’ora solare, a patto che l’intera entità statale seguisse la medesima regola. Grazie a questa legge, l’autorità di gestione passò dalla vecchia commissione per il commercio al neonato Dipartimento dei Trasporti, creando finalmente quel sistema coordinato e prevedibile che, con poche modifiche successive, utilizziamo ancora oggi.

L’Arizona e le Hawaii decisero di non adottare l’ora legale principalmente per ragioni climatiche e geografiche che rendono superfluo o addirittura dannoso lo spostamento delle lancette. In Arizona, dove le temperature estive sono estremamente torride, avere un’ora di luce in più nel tardo pomeriggio significherebbe prolungare il calore intenso fino a sera, costringendo i cittadini a un uso eccessivo dei condizionatori e rendendo faticose le attività all’aperto.
Le Hawaii, d’altra parte, si trovano a una latitudine molto vicina all’equatore, dove la durata del giorno e della notte rimane pressoché costante durante tutto l’anno, rendendo del tutto insignificante il risparmio energetico derivante da un cambio di orario. Entrambi gli stati hanno quindi sfruttato la possibilità concessa dalla legge federale per mantenere l’ora solare tutto l’anno, preferendo la stabilità del ritmo naturale alla sincronizzazione con il resto del continente, anche se questo comporta variazioni nei loro rapporti orari con New York o Los Angeles a seconda della stagione.