Siamo in Giappone nei primo del Novecento (1911) e l’imperatore era considerato come un dio, un essere del tutto divino. La società era una fortezza costruita su gerarchie rigide e non veniva mai messa in discussione, ma Kanno Sugako guardò quella fortezza e decise che non avrebbe vissuto dentro le sue mura.

Kanno Sugako, la storia
Nacque nel 1881, dove, crescendo, le donne erano già confinate in un ideale patriottico di buona moglie e madre saggia. Nonostante la subordinazione confuciana, l’istruzione femminile fu introdotta (legge del 1872) e iniziarono i primi movimenti femministi. Il governo Meiji cercò di occidentalizzare il paese, ma mantenne ruoli di genere rigidi, influenzati dal neoconfucianesimo che imponeva l’obbedienza della donna a padre, marito e figlio. Le donne erano viste come pilastri della casa, con il dovere di crescere figli sani per lo Stato e sostenere i mariti, supportando così la crescita economica.
Ma in passato la donna nel Giappone non veniva vista in questi termini. Eppure è nella seconda metà dell’Ottocento che la donna nipponica veniva vista come donna “ancella”. Molte di loro lavoravano nel settore tessile, fondamentale per l’industrializzazione, ma le loro condizioni erano spesso dure e la carriera era limitata dal matrimoni.
Kanno Sugako sfidò ogni aspettativa imposta alle donne della sua epoca, ella divenne giornalista: una delle pochissime donne a scrivere per giornali pubblici. Non parlava di moda o della vita domestica, ma scriveva, soprattutto sulle ingiustizie nel suo paese, del peso soffocante delle restrizioni sulle donne. Nel Giappone di quegli anni vigeva un sistema che trattava il dissenso come tradimento.

Le sue parole erano pericolose perché facevano domande scomode, per una società che voleva una popolazione senza voce, la quale a sua volta doveva venerare un dio come imperatore o un imperatore come dio. Kanno Sugako non si fermò solo alla scrittura: si unì a movimenti politici radicali, partecipò a riunioni vietate, entrò in contatto con anarchici e socialisti che sognavano di smantellare quel sistema galera esistente; in un’epoca in cui molte donne non potevano uscire di casa senza permesso, lei stava organizzando una rivoluzione.
Nel 1910 le autorità scoprirono quello che venne definito il Caso del Tradimento Supremo: un complotto contro l’imperatore Meiji. Kanno Sugako, assieme ad altre persone, venne arrestata con il capo d’accusa di tradimento. Il processo fu rapito, le prove indiziarie fragili, eppure ventiquattro imputati vennero condannati a morte.
Kanno Sugako era l’unica donna, colei che si rifiutò di cedere ai canoni di una società che la voleva rinnegata, fragile, che supplicasse il perdono per tornare al ruolo della donna pentita. Ma ella rifiutò con molta dignità, mettendo nero su bianco ciò che le stava succedendo: “Salimmo al secondo piano, poi al terzo e poi di nuovo al secondo piano, fino all’aula della Corte Suprema. Le misure di sicurezza lungo i corridoi e in aula durante il procedimento erano estremamente rigide.”
“L’aula era gremita di persone: avvocati, giornalisti e spettatori. Tendo a sentirmi facilmente stordita, quindi mi sentii un po’ debole, dopo aver salito molti gradini e a causa della soffocante presenza della folla in aula. Dopo essermi calmata, mi guardai intorno e vidi i miei colleghi imputati. Erano tutti seduti circospetti, con aria preoccupata. Sembravano aver paura di sorridersi. Un branco di leoni affamati. Le loro unghie e i loro denti erano stati limati e levigati. Erano lì seduti davanti a me. Venticinque agnelli sacrificali.”
Sì, lei rifiutò ogni copione, le sue parole non esprimevano rimorso, ma lucidità. Non vedeva la sua morte come una sconfitta, bensì come una testimonianza: la prova che alcune verità valgono più della vita stessa per permettere un mondo dignitoso alle generazioni di donne future.
Il 24 gennaio 1911 fu impiccata a soli ventinove anni. Le testimonianze ci riportano quel momento: di una donna che seguiva i passi verso la morte senza alcuna paura, a testa alta. Aveva fatto la sua scelta, ne conosceva il prezzo e lo accettò con una lucidità assoluta. Il governo provò in tutti i modi di tacere quello scandalo che avrebbe potuto cambiare la loro società, gli scritti di Kanno vennero proibiti, banditi con tutti gli sforzi possibili e il suo nome represso.
Ma la sua voce gridava troppo e la sua penna ridondante divenne un eco potentissimo. La sua memoria sopravvisse nei sussurri, in quelle donne che seppero che una di loro aveva già osato prima. Decenni dopo, la sua autobiografia venne pubblicata, le sue lettere studiate, il suo coraggio riconosciuto.
Divenne un simbolo per le femministe giapponesi degli anni Venti. Donne che reclamarono i propri diritti dopo la Seconda Guerra Mondiale, e Kanno Sugako aveva dato loro le radici per comprendere una verità che la rese intollerabile al potere e indispensabile alla storia: alcuni sistemi non possono essere riformati. Guardare l’ingiustizia senza agire significa diventarne complici.
Rimembriamo su ogni diritto che esiste oggi è stato pagato da qualcuno per permetterci di vivere la nostra esistenza con dignità, pagandone spesso il prezzo con la vita. Questi ci hanno lasciato un’eredità molto importante e quella di Kanno Sugako non fu da meno, soprattutto nelle sue Riflessioni sulla via del Patibolo dove, con assoluta certezza, rinchiusa in una cella, diede voce alle donne anche secoli dopo.