L’Orda Mongola (o più specificamente l’Orda d’Oro) era un vasto e potente khanato turco-mongolo, una delle quattro divisioni dell’Impero Mongolo fondato da Gengis Khan, che dominò gran parte della Russia e dell’Europa orientale (XIII-XVI secolo), noto per la sua efficiente organizzazione militare e la sua vasta estensione, che andava dal fiume Irtysh al Danubio.

L’Orda Mongola
Vecchie e nuove formazioni politiche, le tribù di Peceneghi e Cumani, erano destinate a essere travolte dai Mongoli (popolazioni seminomadi provenienti dall’attuale Mongolia). La prima ondata arrivò nel 1223 e spazzò via un esercito congiunto russo-cumano presso il fiume Kalka, a nord del mare d’Azov. Per il momento si trattò di un singolo episodio, l’attacco vero e proprio sarebbe avvenuto una quindicina di anni dopo.
Tutto viene ricondotto alla figura di Temugin, detto Gengis Khan, un grande guerriero che per primo radunò queste grandi popolazioni di nomadi e pastori, lanciandole alla conquista del mondo. Il maggiore degli imperi mongoli comprendeva a grosso modo le attuali Mongolia e Cina, il cui sovrano aveva il titolo di Gran Khan. Questo impero raggiunse il massimo dello splendore tra il 1260 e il 1295, spostando la capitale da Karakorum a Pechino, la quale prese il nome di Khanbalik.

Il successo dei mongoli era dovuto non soltanto dalla loro straordinaria abilitò di cavalieri e di combattenti, ma anche all’organizzazione militare (la strategia) creata proprio da Gengis Khan, il quale fu capace di trasferire in un’armata gigantesca, soggetta a una ferra disciplina, le tecniche di caccia proprie dei nomadi: tra queste la rapidità degli spostamenti e la manovra a tenaglia, accerchiando la preda prima di colpirla.
L’esercito venne organizzato su una base di un principio decimale, dieci cavalieri formavano un drappello, dieci drappelli una centuria, dieci centurie uno squadrone di mille e dieci squadroni un’armata di diecimila. Ogni unità aveva un comandante, a sua volta agli ordini del capo dell’unità più grande. Questi era responsabile, a sua volta, non soltanto dei suoi uomini, ma anche delle loro famiglie.
Dell’esercito facevano parte anche le donne, le quali ricoprivano il ruolo di supporto, ma combattenti in caso di emergenza. L’equipaggiamento era molto curato, consentendo di affrontare qualsiasi situazione anche ambientale. Ogni soldato era dotato di due archi (uno più corto da usare a cavallo, uno più lungo per il combattimento a terra) con relativa dotazione di frecce: leggere per il tiro lungo, pesanti per quello ravvicinato.

Avevano inoltre due spade, quattro scudi di grandezza diversa, un’armatura di cuoio con rinforzi in acciaio con tutta una serie di attrezzi, tra cui una scure, una lima, tende e pellicce. Uscendo dalle steppe per attaccare più a Occidente e zone fortificate, dovettero apprendere altre tecniche e strategie di combattimento. Impararono così rapidamente dai Cinesi a fabbricare macchine di assedio e ordigni esplosivi, tra cui grosse mine (che facevano esplodere sotto le mura nemiche) e sfere metalliche piene di polvere da sparo e dotate di miccia, lasciate mediante una specie di catapulta contro le fortezze assediate.
L’ultimo degli imperi nati dalla conquista di Gengis Khan fu l’Orda d’oro, che comprendeva un vasto territorio euroasiatico a cavallo degli Urali, dal bacino del Volga alla Georgia e al lago Balkhas all’attuale Kazakistan. Fu il primo ad acquisire una particolare fisionomia, distaccandosi dal mondo mongolo e integrandosi con quello islamico-mediterraneo (XIII).
Questo favorì l’integrazione dei Tatari o Tartari con le popolazioni turche e arabe, ma rese impossibile un processo analogo con quelle cristiane e quindi con i Russi. Le parti dell’odierna Ucraina e Crimea si trovarono sotto il loro diretto dominio, ma gli altri continuarono a essere sottoposti ai loro principati, i quali dovettero riconoscersi vassalli del khan.

Questi principati, sebbene dovessero rispondere al Khan, godevano di piena autonomia tranne per il fatto che dovevano tollerare la presenza di ufficiali tartari. Anche il culto della Chiesa Ortodossa godeva di piena autonomia, il cui metropolita di Kiev si trasferì prima a Vladimir e poi a Mosca, pur portando ancora il titolo di metropolita di Kiev e di tutta la Russia.
Il protettorato mongolo non influì neanche sulla dialettica politica interna al mondo russo, di cui vari principi si contendevano l’egemonia. Mosca ascese in maniera spropositata, inizialmente era solo un piccolo villaggio protetto da semplici palizzate intorno al castello (Cremlino, da kreml, fortezza); e questo grazie alla sua più che strategica posizione al centro di una rete fluviale su cui si svolgeva un intenso traffico.
Questa città aveva preso il nome dal fiume, la Moscova, sulle cui rive era sorta avendo un ulteriore sviluppo dopo la conquista dei Mongoli e la distruzione di Kiev, spingendo verso nord i russi desiderosi di sottrarsi al loro dominio diretto. Mosca offriva un ottimo rifugio com’era coperta dai boschi e dai terreni paludosi, poco adatte alle orde degli invasori.
Nel 1380 i tempi sembravano maturi per iniziare la riscossa contro i Tartari, i quali furono sconfitti a Kulikovo sul Don da una coalizione russa guidata dal principe Dimitri; tra un tira e molla di altri attacchi Tartari, indeboliti dalla frammentazione di vari Khanati in conflitto tra di loro, i principi di Mosca furono in grado di risollevare la loro posizione, riprendendo il dominio sulla regione.