Il terremoto di Pompei del 62 d.C. (avvenuto all’inizio di febbraio) fu un evento sismico di forte intensità che colpì gravemente le città romane di Pompei, Ercolano e la zona di Neapolis, provocando danni significativi a monumenti e infrastrutture, incluso il teatro. Questo sisma fu il precursore dell’eruzione del 79 d.C..
La zona di Neapolis (dal greco città nuova) era l’antico nucleo greco di Napoli, fondato tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. da coloni di Cuma, sviluppatosi su un impianto ippodameo ancora leggibile nei decumani del centro storico. Identificata spesso con la stratificazione del centro partenopeo, il termine designa anche siti archeologici a Siracusa.

5 febbraio 62 d.C., un violento terremoto a Pompei
Un violento terremoto sconvolse l’intera area vesuviana, cogliendo di sorpresa le fiorenti città di Pompei ed Ercolano durante una giornata di celebrazioni religiose. Si stima che il sisma abbia raggiunto un’intensità distruttiva, paragonabile a un sesto grado della scala Richter, con un epicentro localizzato proprio nei pressi del vulcano.
Le cronache dell’epoca, rese celebri dalle descrizioni di Seneca nelle sue Naturales Quaestiones, dipingono un quadro di devastazione totale: gran parte di Pompei fu ridotta in macerie, con il crollo dei principali edifici pubblici nel Foro, tra cui i templi di Giove e Apollo, e lo sventramento di numerose domus private. Il filosofo riportò anche fenomeni inquietanti legati al rilascio di gas sotterranei, come la morte improvvisa di un intero gregge di seicento pecore, segno evidente di un’attività geologica profonda e importante.

L’impatto psicologico e sociale fu immenso, portando a un temporaneo spopolamento dovuto alla paura di nuovi crolli. L’evento diede il via a un colossale sforzo di ricostruzione che trasformò Pompei in un immenso cantiere a cielo aperto. Questa frenetica attività edilizia non era ancora conclusa quando, diciassette anni più tardi, il Vesuvio si risvegliò definitivamente con l’eruzione nel 79 d.C., sigillando per sempre sotto la cenere una città che stava ancora faticosamente cercando di cancellare le cicatrici di quel terribile 5 febbraio.
I segni della ricostruzione post-terremoto sono onnipresenti tra le rovine di Pompei e offrono uno sguardo unico sulla città. Uno degli indizi più chiari per gli archeologi fu l’adozione diffusa dell’opera mista (opus mixtum), una tecnica edilizia che integrava mattoni e blocchi di pietra per conferire maggiore elasticità alle pareti, rendendole capaci di sopportare meglio le sollecitazioni sismiche rispetto alle strutture più rigide del passato. Camminando tra le domus, si notano spesso rappezzi irregolari realizzati con frammenti di tegole o calce fresca che interrompono i motivi decorativi originali, testimoniando interventi di emergenza volti a consolidare crepe ancora visibili al momento dell’eruzione.

Negli edifici pubblici del Foro, come il Tempio di Venere, la distruzione fu così profonda che i cantieri erano ancora nel pieno delle attività nel 79 d.C., con accumuli di marmi e basi di statue lasciati in attesa di essere riposizionati. Anche nelle abitazioni private – la frenesia del restauro è documentata dal ritrovamento di strumenti da lavoro –, secchi di calce e anfore di stucco all’interno di ambienti nobili, come avvenuto nell’Insula dei Casti Amanti. Questa fase di rinnovamento portò anche all’ascesa del Quarto Stile pittorico: una decorazione sontuosa e teatrale utilizzata per coprire i danni strutturali e celebrare la rinascita economica della città, visibile in modo magistrale nella Casa dei Vettii.
Un’ulteriore segno del cambiamento sociale post 62 d.C. è la trasformazione di diverse residenze signorili in laboratori artigianali o fullonicae (lavanderie), indicando che molti proprietari terrieri avevano preferito trasferirsi altrove, lasciando il posto a una nuova classe di commercianti che riadattò gli spazi danneggiati alle esigenze della produzione industriale.
