Il torneo medievale era una celebrazione della cavalleria e della nobiltà, nato da esercitazioni militari e diventato uno spettacolo di abilità, coraggio e onore, dove i cavalieri si sfidavano in giostre e mischie simulando la guerra, dimostrando il loro valore per ottenere fama, ricchezza e prestigio, il tutto incorniciato dai valori cristiani e dal codice etico cavalleresco.

Il torneo
Ne abbiamo già parlato in un articolo precedente, ma qui entriamo più nello specifico. Il torneo ebbe origine in Francia, oltre che alla cavalleria, anche dello “sport” preferito dei suoi membri, soprattutto giovani e non sposati. Definito dai cronisti medievali: conflitto gallico.
L’inventore sarebbe stato Goffredo di Previlly, diffondendosi ben presto in tutta Europa feudale e, dopo la prima crociata, anche negli Stati cristiani dell’Oriente. Sarebbe errato definirlo sport, ma era comunque violento e pericoloso; esso non consisteva in un duello tra una coppia di cavalieri in un campo chiuso e con armi prive di punte, come avvenne più tardi, ma in un vero e proprio combattimento, al quale partecipavano squadre di varie decine di cavalieri con i loro relativi scudieri.
Le differenze rispetto a un normale combattimento erano molte: la durata e il luogo dello scontro erano prefissati, con la possibilità di entrare e uscire a piacimento dalla mischia. Un’altra differenza la si può individuare nel fatto che abitualmente l’obiettivo non era quello di uccidere l’avversario, bensì di farlo prigioniero, per chiedere poi il riscatto.
Capitava però, che le rivalità etniche e le faide familiari erano tali da trasformare un torneo in una mischia furibonda con morti e feriti. Aggiungo che le battaglie dei secolo XI-XIII non erano molto più cruente di certi tornei, dato che esse, spesso, si risolvevano con un duello tra cavalieri, quali si riconoscevano dalle loro insegne, ingaggiando un combattimento con un avversario ricco e potente per farlo prigioniero e, poi, da poterne ottenere un adeguato riscatto.
Furono questi esiti cruenti che a partire dal XIII secolo indussero l’intervento dei sovrani, per evitare che i loro eserciti venissero privati di un numero eccessivo di cavalieri. Anche le autorità religiose, a loro volta, erano arrivate, con il Concilio di Reims (1131), a proibire la sepoltura in terra consacrata ai caduti durante i tornei.
Questa misura non pose fine a questa festa crudele, diventando sempre più fastosa ed eccitante, al punto da coinvolgere anche gli uomini di Chiesa, fino a quando il Concilio di Würzburg (1287), in Germania, proibì agli ecclesiastici di partecipare ai tornei.
Nobiltà e cavalleria
La nobiltà è uno dei temi più complessi della storiografia del Medioevo, iniziato già nell’età Medievale per poi continuare fino ai giorni nostri. Sicuro e significativo che a un certo momento c’è stato il passaggio da una nobiltà di fatto a una di diritto, vale a dire da una forma più o meno definita di preminenza sociale (aristocrazia), a una vera e propria nobiltà sanzionata con norme giuridiche, chiusa verso il basso e trasmissibile per nascita.
Non meno complesso è il tema della cavalleria, strettamente connesso a quello della nobiltà. Anche qui si ha un passaggio: una sorta di cooperazione formata da coloro che svolgevano la stessa attività (combattimenti a cavallo), a ceto privilegiato caratterizzato da un particolare stile di vita, dove in seguito si entrò solo per diritto ereditario e con il rito dell’addobbamento. Fu proprio lo stile di vita nel definirsi cavalleresco che portò alla chiusura della nobiltà: solo i nobili potevano accedere alla cavalleria.
Nel XII secolo ci fu la trasformazione dall’aristocrazia in nobiltà giuridicamente definita, individuando il termine dell’esperienza cavalleresca; la distinzione tra cavalleria e nobiltà mostra come sia stata la cavalleria a trasformarsi in nobiltà, appropriandosi dell’onore cavalleresco, riservandolo ai propri figli, per definire meglio il piano giuridico e i suoi privilegi di classe.
Un fenomeno comune nell’Occidente europeo, quindi anche in Italia. Un’altra particolarità capace di conferire prestigio non era solo la preminenza sociale sulla professione delle armi, quanto piuttosto l’antichità della stirpe, esprimibile nella memoria genealogica.
All’interno dei comuni dell’Italia centro-settentrionale, la cavalleria e la nobiltà, partendo dal presupposto che la dignità cavalleresca fosse un elemento distintivo della nobiltà feudale, furono importanti a Firenze. I nobili furono costretti dal Comune a trasferirsi in città, andando incontro a una progressiva decadenza, avanzando i borghesi arricchiti.
Le differenze tra il resto di Europa e l’Italia consiste che la nobiltà cavalleresca nelle città comunali non si configurò come un vero e proprio ceto ereditario e chiuso.
Alla fine del Medioevo la nobiltà e l’ideologia cavalleresca furono fortemente condizionate dai processi storici, soprattutto dalla nascita dello Stato moderno. Gli stessi ordini cavallereschi, soprattutto fondati da re e principi, col tempo acquisteranno una valenza e un significato di onorificenza, con importanza sul piano politico, militare e diplomatico. Uno dei tanti strumenti utilizzati dalle monarchie per rafforzarsi furono i legami tra nobili e sovrani.
La difficoltà per la nobiltà era quello di ridefinire il proprio ruolo nei confronti non solo del sovrano, ma anche del clero e del ceto popolare.