Il 24 febbraio 1510 viene concessa a Lovanio l’autorizzazione per la stampa di un’opera destinata a lasciare un segno profondo nel pensiero politico europeo: Utopia di Thomas More.
Il libro uscirà qualche anno dopo, nel 1516, ma quel via libera alla stampa rappresenta l’inizio ufficiale della sua diffusione. E qui la faccenda si fa interessante.
More immagina un’isola ideale dove la proprietà privata non esiste, il lavoro è organizzato in modo equo, l’istruzione è diffusa e la tolleranza religiosa è praticata. Attenzione: non è un manuale politico. È una satira raffinata, scritta in latino, piena di ambiguità.
La parola “utopia” nasce qui. Dal greco ou topos, “non luogo”, ma anche eu topos, “luogo buono”. Un gioco linguistico che dice già tutto: è un posto che non esiste, ma che esiste come possibilità mentale.
Perché il 24 febbraio conta davvero

Nel pieno Rinascimento europeo, quando l’Umanesimo mette l’uomo al centro del pensiero, Utopia diventa un laboratorio teorico. Non è solo letteratura. È filosofia politica travestita da racconto di viaggio.
Senza Utopia non avremmo gran parte delle discussioni moderne su socialismo, comunitarismo, organizzazione dello Stato. More non propone un programma applicabile. Propone un esperimento mentale.
E gli esperimenti mentali sono strumenti potentissimi. Sono il motore invisibile del cambiamento culturale.
Non è un caso che nei secoli successivi il termine “utopia” diventi una categoria del pensiero. Campanella con la Città del Sole. Bacon con la Nuova Atlantide. Tutti figli di quell’atto iniziale di stampa.
Thomas More tra idealismo e tragedia
La vita di More non finisce bene. Diventa Lord Cancelliere d’Inghilterra sotto Enrico VIII. Rifiuta di riconoscere il re come capo della Chiesa anglicana. Viene processato e decapitato nel 1535.
Il pensatore dell’isola perfetta muore per coerenza religiosa e politica. C’è una tensione affascinante qui: l’uomo che immagina una società tollerante vive in un’Europa che sta per entrare in un secolo di guerre confessionali.
La storia è ironica. Le idee viaggiano più lontano delle vite che le generano.
Accadde oggi 24 febbraio: quando nasce un’idea che non smette di inquietarci
Il 24 febbraio 1510 non è la data di una battaglia o di una rivoluzione armata. È la data di un’autorizzazione editoriale. Un dettaglio burocratico.
Eppure da lì prende forma una delle parole più cariche di significato della modernità.
Ogni volta che diciamo “è un’utopia” stiamo evocando quell’isola immaginaria. Ogni progetto politico che promette la società perfetta dialoga, in modo diretto o indiretto, con quel libro.
E qui arriva il punto interessante: le utopie sono pericolose o necessarie?
Come ipotesi di lavoro, possiamo dire questo: senza utopie non esiste progresso. Senza il rischio dell’idealizzazione, non c’è tensione verso il miglioramento. Ma quando l’utopia si trasforma in dogma, diventa distopia.
Il 24 febbraio ci ricorda che le idee stampate hanno conseguenze. Che una parola nuova può cambiare il modo in cui pensiamo la realtà. Che la fantasia, quando è disciplinata dal pensiero critico, è una forza politica.
Un’autorizzazione alla stampa. Un’isola che non esiste. Una parola che continua a tormentarci cinque secoli dopo.
Non male per un giorno di fine inverno.
Le utopie sono motore di progresso o illusioni pericolose? Scrivicelo nei commenti e seguici su Instagram per altri eventi storici che continuano a influenzare il presente.