Al largo di Monasterace, in Calabria, un relitto datato tra il V e il IV secolo a.C. conserva un carico di oltre 300 anfore a circa 500 metri di profondità. La scoperta risale al 2023, ma a settembre 2026 il progetto Altofondale è entrato in una nuova fase: recupero, studio dei reperti, restauro e futura valorizzazione museale.
La domanda più interessante non è soltanto quante anfore ci siano sul fondo. Il punto è capire cosa possono raccontare sulla circolazione di merci, sulle rotte ioniche e sui rapporti commerciali della Magna Grecia. Per arrivarci servono analisi dei materiali, confronti tipologici e dati sul contesto del relitto.

Dove si trova il relitto di Monasterace
Il relitto si trova nelle acque antistanti Monasterace, sulla costa ionica reggina, a circa 500 metri di profondità. È una quota che rende l’intervento molto diverso dall’archeologia subacquea praticata da sommozzatori su fondali più accessibili.
Le indagini richiedono l’impiego di ROV, robot sottomarini comandati dalla superficie, insieme a rilievi e procedure pensate per operare in un ambiente ad alta profondità. Il progetto coinvolge archeologi, geologi, biologi marini, fisici, chimici e specialisti della conservazione.
Quando è stato scoperto e perché
Il sito è stato individuato nel 2023 durante attività di archeologia preventiva collegate agli studi di fattibilità per un impianto eolico offshore. È un passaggio importante perché mostra come un’indagine nata per valutare l’impatto di un’infrastruttura possa portare alla localizzazione di un bene archeologico sommerso.
La presentazione pubblica del progetto Altofondale si è svolta il 5 settembre 2026 al Porto delle Grazie di Roccella Ionica. La ricostruzione diffusa dalla Soprintendenza e ripresa dalla comunicazione sull’avvio del recupero indica una cronologia compresa tra il V e il IV secolo a.C. e un carico di oltre 300 anfore.
Cosa sappiamo delle oltre 300 anfore
Il dato più evidente è il numero: oltre 300 anfore. Ma il numero, da solo, non permette ancora di stabilire con certezza da dove provenisse l’imbarcazione, quale fosse la rotta completa o quale prodotto trasportasse ogni contenitore.
Le anfore antiche erano contenitori da trasporto. Forma dell’orlo, anse, impasto ceramico, dimensioni, rivestimenti interni, residui e marchi possono aiutare a riconoscere aree di produzione e cronologie. Per questo lo studio non consiste nel semplice recupero degli oggetti: ogni esemplare deve essere letto insieme alla posizione che occupava nel carico e agli altri materiali del relitto.
Il primo reperto recuperato cosa ci dice
Durante la presentazione di settembre è stata mostrata la parte superiore di un’anfora recuperata dal fondale. È un primo campione utile per avviare analisi più precise, ma non basta per trasformare ipotesi in certezze.
La distinzione è essenziale: è un fatto che il relitto custodisca un grande carico di anfore; è un’attribuzione cronologica la datazione al V-IV secolo a.C.; è invece una ipotesi da verificare la ricostruzione puntuale della rotta commerciale e del porto di partenza. I prossimi studi servono proprio a restringere questo margine di incertezza.
Perché l’Università della Calabria studierà la ceramica
L’Università della Calabria partecipa ad Altofondale attraverso competenze scientifiche dedicate ai reperti ceramici. Le analisi dovranno contribuire a ricostruire provenienza delle anfore, tecniche di produzione e stato di conservazione.
La collaborazione è stata illustrata l’8 settembre 2026 e descritta anche nell’approfondimento sull’ingresso dell’UniCal nel progetto Altofondale. Se le analisi riusciranno a collegare gruppi di anfore a specifiche aree produttive, il relitto potrà diventare una fotografia molto più precisa dei traffici nel Mediterraneo ionico.

Cosa cambia per la storia della Magna Grecia
Un relitto con un carico ancora leggibile può restituire informazioni che sulla terraferma spesso si perdono. Nei siti abitati per secoli, gli strati vengono modificati da costruzioni, demolizioni e riusi. Sul fondo del mare, invece, un naufragio può conservare un insieme di oggetti legati allo stesso viaggio.
Questo non significa che il relitto riscriva da solo la storia della Magna Grecia. Il suo valore nasce dal confronto con porti, insediamenti, necropoli e produzioni ceramiche già conosciute. Per inquadrare il contesto puoi leggere la nostra guida a Paestum e Velia, mentre per la Calabria è utile il percorso dedicato a Sibari e Capo Colonna.
Perché recuperare reperti a 500 metri è complesso
A 500 metri di profondità non basta localizzare un oggetto e portarlo in superficie. La documentazione del contesto viene prima del recupero, perché spostare un’anfora significa modificare per sempre la disposizione originale del carico.
C’è poi un secondo problema: un reperto rimasto per secoli in ambiente marino raggiunge un equilibrio chimico e fisico diverso da quello terrestre. Una volta recuperato deve essere stabilizzato, desalinizzato quando necessario, monitorato e restaurato con procedure compatibili con il materiale.
Verranno recuperate tutte le anfore?
Al momento non è corretto dare per scontato che tutte le oltre 300 anfore saranno sollevate insieme. Il progetto riguarda tutela, conoscenza, recupero, conservazione e valorizzazione, ma le modalità operative dipendono dai risultati delle indagini e dalle condizioni dei reperti e del fondale.
È quindi più preciso parlare di una fase progressiva. Prima si documenta, poi si selezionano gli interventi, si recuperano campioni o nuclei secondo il piano scientifico, si restaurano i materiali e si costruisce una strategia di valorizzazione.
Cosa potremo sapere quando inizieranno le analisi
Le domande aperte sono concrete: dove furono prodotte le anfore, cosa trasportavano, quali porti collegavano, se il carico era omogeneo e in quale momento preciso avvenne il naufragio. Alcune risposte potranno arrivare dalla tipologia ceramica, altre dalle analisi archeometriche e dai residui conservati.
È qui che Altofondale può trasformare un ritrovamento spettacolare in conoscenza storica. Il valore del relitto di Monasterace non sta soltanto nella quantità delle anfore, ma nella possibilità di leggere un sistema commerciale rimasto fermo sul fondo del Mar Ionio per circa 2.400 anni.