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Cultura

Perché i dipinti di Dinah Babbitt fatti ad Auschwitz sono al centro di una nuova causa?

Le figlie dell'artista chiedono la restituzione di sette acquerelli realizzati sotto coercizione per Josef Mengele ad Auschwitz nel 1944.

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Le figlie di Dinah Gottliebova Babbitt hanno avviato una nuova causa negli Stati Uniti per ottenere sette acquerelli che la madre fu costretta a realizzare ad Auschwitz nel 1944 su ordine di Josef Mengele. Le opere, oggi conservate dall’Auschwitz-Birkenau Memorial, ritraggono prigionieri Roma e Sinti e sono al centro di una disputa che mette di fronte due esigenze difficili da separare: il diritto degli eredi dell’artista e la funzione dei dipinti come documenti materiali dei crimini nazisti.

Contenuti
Chi era Dinah Babbitt e perché dipinse ad AuschwitzPerché la famiglia chiede la restituzione dei sette acquerelliPerché il Museo di Auschwitz non vuole cedere i dipintiLa domanda più difficile: sono opere d’arte o prove storiche?Il legame con gli altri artisti sopravvissuti ad AuschwitzCosa può succedere adesso

La causa è stata depositata il 14 settembre 2026 presso la corte federale del Central District of California. Come ricostruito dall’Associated Press, Michele Babbitt Kane e Karin Wendy Babbitt chiedono che venga riconosciuto il diritto della madre sulle opere e che gli acquerelli siano restituiti alla famiglia. Non esiste ancora una decisione del tribunale.

Chi era Dinah Babbitt e perché dipinse ad Auschwitz

Dinah Gottliebova, poi nota come Dinah Babbitt, era una giovane artista ebrea originaria di Brno. Deportata ad Auschwitz-Birkenau, venne individuata per le sue capacità nel disegno e nella pittura. Nel 1944 Josef Mengele la obbligò a realizzare ritratti a colori di prigionieri Roma e Sinti coinvolti nelle sue ricerche razziste e pseudoscientifiche.

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Il materiale didattico ufficiale dell’Auschwitz Memorial ricorda che Babbitt realizzò questi ritratti per documentare le caratteristiche fisiche delle persone selezionate da Mengele. Proprio il colore era importante per il medico nazista, che riteneva le fotografie insufficienti per i suoi scopi.

Auschwitz, luogo in cui dinah babbitt fu costretta a realizzare i ritratti
Auschwitz. I sette acquerelli furono realizzati nel campo nel 1944 sotto coercizione.

Perché la famiglia chiede la restituzione dei sette acquerelli

Il nodo centrale della causa è la proprietà materiale dei fogli. Secondo le figlie, Babbitt non vendette, cedette o consegnò volontariamente i sette acquerelli. Li realizzò come prigioniera, sotto minaccia, e Mengele se ne impossessò dopo averli commissionati.

La vicenda non nasce nel 2026. Babbitt cercò per decenni di riottenere le opere. Nel 1973 tornò al museo e contribuì ad autenticarle; negli anni successivi la richiesta di restituzione arrivò anche all’attenzione di politici e istituzioni statunitensi. L’artista morì nel 2009 senza aver riavuto gli originali.

La nuova azione giudiziaria prova ora a riaprire la questione in un quadro normativo cambiato. Nuove norme in California e l’aggiornamento federale dell’Holocaust Expropriated Art Recovery Act hanno rafforzato la possibilità per sopravvissuti ed eredi di portare in tribunale controversie legate a beni sottratti o perduti durante le persecuzioni naziste. Questo non significa che la famiglia abbia già ottenuto il riconoscimento della proprietà: sarà il giudice a valutare il caso nel merito.

Perché il Museo di Auschwitz non vuole cedere i dipinti

L’Auschwitz-Birkenau Memorial sostiene da anni una posizione diversa. Per il museo i ritratti non sono soltanto opere d’arte: sono documenti unici dei crimini commessi nel campo, legati direttamente agli esperimenti e alle teorie razziste di Mengele.

Il museo considera essenziale preservare l’integrità della collezione del Memoriale e ha ricordato che i sette ritratti costituiscono rare testimonianze visive delle vittime Roma e Sinti. Già nel 2009 l’International Auschwitz Council aveva ribadito la contrarietà alla consegna degli originali, sostenendo che la loro permanenza ad Auschwitz fosse importante per la memoria storica e la documentazione dei crimini.

Auschwitz-birkenau e il tema della conservazione della memoria
Auschwitz-birkenau. La disputa riguarda anche il ruolo del museo nella conservazione delle testimonianze materiali.

La domanda più difficile: sono opere d’arte o prove storiche?

È proprio qui che il caso diventa particolarmente delicato. Gli acquerelli hanno un’autrice identificabile, ma sono stati creati in una condizione di coercizione estrema. Allo stesso tempo raffigurano persone imprigionate e costituiscono una parte della documentazione materiale prodotta all’interno del sistema concentrazionario.

La causa dovrà quindi affrontare una questione che va oltre il semplice possesso di un’opera: chi deve custodire un oggetto creato da una prigioniera sotto minaccia, quando quello stesso oggetto è anche una testimonianza diretta del crimine? La famiglia rivendica il legame con l’artista; il museo insiste sul valore documentario e sulla necessità di mantenere gli originali nel luogo in cui furono prodotti.

Il legame con gli altri artisti sopravvissuti ad Auschwitz

Il caso Babbitt si inserisce in una storia più ampia dell’arte prodotta nei campi. Su Arte iCrewPlay abbiamo raccontato anche i disegni di Marian Kolodziej, sopravvissuto ad Auschwitz, opere nate molti anni dopo la liberazione per dare forma ai ricordi del lager.

Per comprendere il contesto storico del luogo è utile anche il nostro approfondimento sull’apertura di Auschwitz nel giugno 1940. Nel caso di Dinah Babbitt, però, il rapporto tra arte e memoria è ancora più complesso: i ritratti non nacquero come libera espressione dell’artista, ma come lavoro imposto all’interno del campo.

Cosa può succedere adesso

La causa è appena iniziata e non è corretto parlare di restituzione già decisa. Il tribunale dovrà esaminare la propria competenza, le norme applicabili e la questione della proprietà originaria degli acquerelli. Il museo continuerà a sostenere il valore degli originali come documenti della Shoah, mentre le figlie di Babbitt chiedono che venga riconosciuto il diritto della madre a opere che non avrebbe mai ceduto volontariamente.

La forza della vicenda sta proprio in questo conflitto irrisolto: sette piccoli ritratti realizzati nel 1944 sono ancora oggi al centro di una domanda giuridica, artistica e morale che nessuna delle due parti considera secondaria.

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