Per oltre sessant’anni il monumentale Buddha della Medicina del Metropolitan Museum of Art è rimasto davanti ai visitatori come un’unica grande parete dipinta. Oggi il Met sta mostrando che quella superficie è in realtà un gigantesco puzzle: 274 frammenti rimontati nel 1964, con alcuni pezzi allora allineati o integrati in modo non corretto.
La scoperta è emersa dalle nuove indagini condotte dal museo insieme alla Chinese National Academy of Arts. Il lavoro non riguarda soltanto la posizione dei frammenti. I conservatori hanno anche individuato una delle cause dell’ingiallimento accumulato nel tempo: un adesivo applicato negli anni Sessanta per stabilizzare i pigmenti. Il Met ha documentato il progetto di conservazione, avviato nel maggio 2026 e previsto fino al maggio 2028.

Un murale alto 7,5 metri ricostruito da 274 pezzi
Il Buddha della Medicina Bhaishajyaguru è uno degli oggetti più imponenti della collezione asiatica del Met. Risale all’inizio del XIV secolo, durante la dinastia Yuan, ed era dipinto su una preparazione di argilla e paglia. Il museo lo data intorno al 1319 e lo espone oggi nella Gallery 206 della sede sulla Fifth Avenue.
Il murale proviene dal Guangsheng Monastery, nella contea di Hongtong, nello Shanxi, nel nord della Cina. Dopo un terremoto devastante nel 1303, il complesso monastico venne ricostruito e decorato con nuove immagini. Sulla parete orientale della sala principale compariva questo grande Buddha circondato da divinità, bodhisattva e dodici guerrieri legati ai suoi voti di protezione e guarigione.
Quando l’opera arrivò negli Stati Uniti non era più una parete integra. Era stata staccata e suddivisa. Il Met la acquistò nel 1954 tramite Frank Caro Co., successore del mercante C. T. Loo; la ricostruzione museale fu completata dieci anni dopo. Per trasformare i frammenti in un’immagine continua furono necessari riempimenti, adesivi e scelte di montaggio che oggi sono diventati parte della storia materiale dell’opera.
Gli errori del montaggio del 1964
La collaborazione avviata nel 2024 tra il Met e la Chinese National Academy of Arts ha permesso di confrontare la superficie attuale con nuove ricostruzioni e rilievi. Il risultato più sorprendente è che alcuni frammenti non erano stati allineati correttamente durante l’installazione del 1964, mentre alcune lacune erano state integrate in modo che oggi non corrisponde più alla lettura più accurata della composizione.
Non significa che l’intero murale fosse “montato male”. La struttura generale è stabile e il lavoro degli anni Sessanta rese possibile esporre un’opera che altrimenti sarebbe rimasta divisa in centinaia di parti. Il nuovo restauro parte proprio da quella ricostruzione, ma usa strumenti e conoscenze che sessant’anni fa non erano disponibili.
È un caso interessante perché mostra come il restauro non sia mai un atto definitivo. Una generazione di conservatori può salvare un’opera e, decenni dopo, una nuova generazione può correggere alcune di quelle scelte senza cancellarne la storia. Sul sito abbiamo raccontato un problema simile, anche se riferito a un dipinto molto diverso, nel caso del Rosso Fiorentino del Met e dell’attribuzione riaperta dopo il restauro.
Perché la superficie si è ingiallita
Il secondo problema riguarda l’aspetto visivo. Il Met spiega che la superficie del murale si è progressivamente scurita e ingiallita. Una causa importante è l’adesivo applicato negli anni Sessanta per consolidare i pigmenti. Con il passare del tempo quel materiale ha alterato il modo in cui i colori vengono percepiti.
I conservatori stanno quindi lavorando su un equilibrio delicato: rimuovere o ridurre gli effetti dei materiali moderni senza danneggiare i pigmenti originali ad acqua, stesi su una base fragile di argilla e paglia. Non si tratta di “far tornare nuovi” i colori, ma di distinguere ciò che appartiene all’opera da ciò che è il risultato di interventi successivi.

Il restauro avviene davanti al pubblico
Il progetto ha anche una particolarità: una parte consistente del trattamento viene eseguita in galleria. Il visitatore non vede soltanto il risultato finale, ma può osservare il lavoro dei conservatori e capire quanto sia complesso intervenire su un dipinto murale di queste dimensioni.
Il programma è previsto dal maggio 2026 al maggio 2028 e coinvolge conservatori, curatori, scienziati e specialisti di imaging. L’obiettivo è documentare la tecnica originale, valutare i materiali aggiunti nel Novecento, correggere le integrazioni più problematiche e migliorare la leggibilità della superficie senza trasformare il restauro in una ricostruzione arbitraria.
Questa scelta rende il cantiere parte del racconto museale. Non è la prima volta che il restauro diventa una chiave per leggere un’opera: anche nel nostro approfondimento sullo Stendardo di Raffaello e il rapporto con il Met emerge quanto conservazione, studio e circolazione delle opere siano strettamente legati.
Come il Buddha della Medicina è arrivato a New York
La storia del murale non comincia con il restauro americano. Una stele del tempio, datata 1929, registra la decisione dell’abate e dei responsabili locali di vendere i dipinti delle sale principali per finanziare lavori di riparazione. Diversi frammenti e pareti del complesso finirono così in collezioni statunitensi.
La parete occidentale della sala principale è oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City; altri frammenti sono al Detroit Institute of Arts e al Cincinnati Art Museum. Il Met conserva la parete orientale. La dispersione rende la collaborazione con studiosi e istituzioni cinesi particolarmente importante, perché permette di ricostruire virtualmente un ambiente che fisicamente non esiste più nella sua forma originaria.
Perché i 274 frammenti contano più del numero
Il dato dei 274 pezzi colpisce, ma la parte più interessante è ciò che racconta sul concetto stesso di “opera”. Quello che oggi vediamo come un singolo dipinto è passato da parete sacra a insieme di frammenti, poi a ricostruzione museale e infine a oggetto di una nuova revisione scientifica.
Ogni fase ha lasciato una traccia: i pigmenti del XIV secolo, i tagli e gli spostamenti del Novecento, i riempimenti del 1964 e ora le correzioni del XXI secolo. Il restauro del Met non può riportare il murale alla condizione originaria nel monastero, ma può rendere più leggibile la sua materia e più trasparente la storia delle trasformazioni subite.
È questo il vero retroscena del Buddha di 274 frammenti: il museo non sta soltanto pulendo un’opera antica. Sta correggendo alcuni errori della propria stessa ricostruzione, mostrando come anche un allestimento considerato stabile per decenni possa essere rimesso in discussione quando nuove analisi forniscono informazioni migliori.




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