Il dittico Adamo ed Eva di Lucas Cranach il Vecchio, dipinto intorno al 1530 e oggi esposto al Norton Simon Museum di Pasadena, è tornato al centro di una causa sulla restituzione dell’arte sottratta durante il nazismo. La Jewish Federation of Greater Los Angeles chiede che le due tavole vengano restituite dopo che l’erede del mercante ebreo Jacques Goudstikker le ha trasferito i propri diritti sulla rivendicazione. Il museo contesta la richiesta e sostiene che precedenti decisioni giudiziarie abbiano già riconosciuto la legittimità del suo titolo.
La nuova azione legale non significa quindi che la restituzione sia stata decisa. Il punto è un altro: nuove norme approvate in California e a livello federale hanno riaperto una strada giudiziaria per alcune controversie sull’arte sottratta durante le persecuzioni naziste. La vicenda è stata ricostruita il 20 settembre dall’Associated Press.
Cosa chiede la nuova causa sull’Adamo ed Eva di Cranach
La causa è stata presentata a Los Angeles dalla Jewish Federation of Greater Los Angeles e dal presidente del suo consiglio, Daniel Gryczman. Marei von Saher, unica erede del mercante d’arte olandese Jacques Goudstikker, ha affidato alla federazione i diritti legati alla rivendicazione delle opere.
L’obiettivo è ottenere il dittico oggi conservato a Pasadena. Secondo i promotori dell’azione, la provenienza delle tavole non può essere separata dalla persecuzione subita dalla famiglia Goudstikker e dal passaggio della collezione nelle mani del regime nazista.

Come i dipinti finirono nella collezione di Hermann Göring
Jacques Goudstikker era uno dei più importanti mercanti d’arte dei Paesi Bassi. Dopo l’invasione tedesca del 1940, una parte consistente della sua collezione passò sotto il controllo nazista e numerose opere finirono nella disponibilità di Hermann Göring, uno dei vertici del regime.
Anche Adamo ed Eva attraversò quella catena di passaggi. Dopo la guerra le tavole cambiarono nuovamente proprietario e arrivarono negli Stati Uniti, fino all’ingresso nella collezione del museo di Pasadena nel 1971. Proprio la ricostruzione di questi trasferimenti è il cuore della controversia: le parti non discutono soltanto dove fossero i dipinti durante il nazismo, ma quale passaggio abbia prodotto un titolo di proprietà valido dopo il conflitto.
Perché il Norton Simon Museum dice di poter tenere le opere
Il museo richiama le decisioni ottenute nelle precedenti cause. Nel 2018 una corte federale stabilì che il Norton Simon Art Foundation aveva un titolo valido sulle tavole; nel 2019 la Corte Suprema degli Stati Uniti non intervenne, lasciando in piedi le decisioni dei tribunali inferiori.
La fondazione sostiene inoltre che la storia proprietaria delle opere sia più complessa della sola confisca nazista. Prima di Goudstikker, le tavole sarebbero appartenute alla famiglia Stroganoff e sarebbero state vendute dall’Unione Sovietica nel 1931. Il museo continua quindi a considerare legittima la propria proprietà e ha dichiarato che le opere resteranno accessibili al pubblico.
Sul sito ufficiale del Norton Simon Museum è documentato anche il lungo intervento conservativo eseguito sulle due tavole, quasi a grandezza naturale, prima del loro ritorno in esposizione.

Cosa cambia con le nuove leggi sulla restituzione
La novità del 2026 non è una nuova scoperta sulla provenienza dei dipinti. È il quadro giuridico. Le recenti modifiche legislative in California e negli Stati Uniti mirano a ridurre il peso di alcuni ostacoli procedurali che in passato hanno impedito a eredi e sopravvissuti di arrivare a una decisione sul merito delle rivendicazioni.
Per questo una controversia che sembrava sostanzialmente chiusa è tornata in tribunale. La nuova causa dovrà però superare le difese del museo e confrontarsi con le sentenze già emesse. Non esiste al momento una decisione che obblighi il Norton Simon Museum a consegnare le opere.
Il legame con gli acquerelli di Auschwitz contesi nello stesso momento
La causa sul Cranach non è isolata. Negli stessi giorni è stata presentata un’altra azione negli Stati Uniti per i sette acquerelli che Dinah Gottliebova Babbitt fu costretta a dipingere ad Auschwitz per Josef Mengele. Su Arte iCrewPlay abbiamo ricostruito perché i dipinti di Dinah Babbitt sono tornati al centro di una causa.
I due casi sono differenti, ma fanno emergere la stessa domanda: cosa deve accadere quando un’opera custodita da un museo porta con sé una storia di persecuzione, espropriazione o coercizione? In un precedente molto diverso, abbiamo raccontato anche la restituzione di un Klimt del Musée d’Orsay agli eredi della proprietaria spogliata durante il nazismo.
Perché proprio Adamo ed Eva è un’opera così importante
Le due tavole, dipinte da Lucas Cranach il Vecchio intorno al 1530, sono quasi a grandezza naturale. Adamo ed Eva sono isolati su fondi scuri, con il serpente e il frutto che concentrano la scena sul momento della tentazione. Il formato verticale e la separazione in due pannelli trasformano la coppia in una presenza fisica molto forte.
Cranach è uno dei grandi nomi del Rinascimento tedesco. Per chi vuole collegare la vicenda giudiziaria alla sua produzione artistica, il pittore è presente anche nella mostra fiorentina raccontata nella nostra guida a Dürer e Parmigianino a Palazzo Medici Riccardi.
Cosa succede adesso
Il tribunale dovrà stabilire se la nuova azione può essere esaminata alla luce delle norme più recenti e, successivamente, se esistono i presupposti per rimettere in discussione la proprietà delle due tavole. La Jewish Federation sostiene la restituzione; il museo richiama le sentenze già favorevoli e intende continuare a esporre il dittico.
È questo a rendere il caso particolarmente forte oltre ottant’anni dopo la guerra: non si discute soltanto di un capolavoro del Cinquecento, ma di come la storia di un’opera attraversi persecuzione, mercato, musei, diritto e memoria senza smettere di produrre conseguenze nel presente.