Era il 4 giugno del 1913 quando Emily Davison, una suffragetta, si pose davanti al cavallo del re Giorgio V, ad Anmer, durante il Derby di Epsom. Verrà calpestata e morirà pochi giorni dopo senza aver ripreso conoscenza.

Emily Davison, una suffragetta
Si correva il celebre Derby di galoppo a Epsom Downs, un evento mondano che riuniva l’intera corte reale britannica, Emily Davison superò le barriere protettive alla curva di Tattenham Corner e si portò sulla pista mentre i cavalli sfrecciavano a circa 50 km/h.
Le analisi forensi moderne sui filmati dell’epoca indicano che la Davison non avesse intenzione di suicidarsi. Aveva con sé una bandiera o una sciarpa del WSPU (l’unione politica delle suffragette) e cercò, probabilmente, di agganciare i colori del movimento alle briglie del cavallo del re per ottenere massima visibilità mediatica.
L’impatto fu violento; il cavallo cadde travolgendo sia l’attivista che il fantino Herbert Jones. Il movimento delle suffragette proclamò la Davison come la sua prima grande martire, organizzando un imponente corteo funebre a Londra seguito da migliaia di persone.

Il suo sacrificio sconvolse l’opinione pubblica e la rese la prima grande martire della lotta per il voto alle donne. Negli anni successivi, anche grazie all’impegno bellico femminile nella Grande Guerra, il governo britannico approvò il Representation of the People Act del 1918, che concesse il diritto di voto alle donne sposate o proprietarie sopra i 30 anni. Il suffragio universale e paritario arrivò infine nel 1928, estendendo il voto a tutte le cittadine dai 21 anni in su.

La leader Emmeline Pankhurst fondò nel 1903 la Women’s Social and Political Union, adottando lo slogan militante fatti, non parole. Il movimento scelse azioni di protesta eclatanti e talvolta violente per costringere la politica britannica ad ascoltare le proprie rivendicazioni. La morte di Emily Davison segnò una svolta drammatica e i giornali dell’epoca si divisero profondamente nei loro resoconti.

La stampa conservatrice condannò il gesto descrivendo la Davison come una fanatica che aveva rovinato una festa sportiva, mentre i giornali suffragisti ne esaltarono il supremo eroismo. Il funerale celebrato a Londra si trasformò in una delle più imponenti manifestazioni della storia britannica, con migliaia di donne vestite di bianco che sfilarono in silenzio dietro la bara. Questo enorme impatto visivo e morale mantenne viva la causa fino allo scoppio della Grande Guerra, momento in cui le donne dimostrarono la loro indispensabilità sociale nelle fabbriche e nei servizi, rendendo ormai inevitabile la successiva riforma elettorale.
Il Representation of the People Act del 1918 segnò la prima parziale vittoria del movimento suffragista, introducendo il diritto di voto per circa 8,4 milioni di donne britanniche. Per essere ammesse al voto, le cittadine dovevano avere almeno 30 anni, possedere una proprietà o essere sposate con un proprietario registrato. Questa limitazione fu pensata per evitare che la popolazione elettorale femminile superasse numericamente quella maschile dopo le devastanti perdite di soldati nella Guerra.
Parallelamente a questa evoluzione legislativa, le suffragette portarono avanti per anni una dura battaglia all’interno delle carceri attraverso lo sciopero della fame come forma estrema di protesta politica. Il governo di Londra rispose inizialmente con la pratica dolorosa dell’alimentazione forzata, che sollevò una fortissima indignazione nell’opinione pubblica.
Per aggirare lo scandalo, il parlamento approvò nel 1913 il famigerato Cat and Mouse Act, una legge che permetteva di rilasciare temporaneamente le detenute in sciopero quando erano ormai ridotte in fin di vita, per poi arrestarle nuovamente non appena si fossero ristabilite in salute. Questa strategia repressiva non fermò l’attivismo e portò alla riforma paritaria definitiva del 1928, che estese finalmente il voto a tutte le donne sopra i 21 anni senza alcuna discriminazione sociale.