Costruita su isole artificiali al confine tra Malaysia e Singapore, Forest City nasce come uno dei più ambiziosi progetti urbanistici del XXI secolo. Un investimento colossale, stimato in oltre 100 miliardi di dollari, pensato per ospitare fino a un milione di abitanti tra grattacieli residenziali, hotel a cinque stelle, porti turistici e infrastrutture da capitale globale. A distanza di pochi anni dall’avvio dei lavori, il risultato è sotto gli occhi di chiunque percorra quelle strade: una metropoli quasi vuota, silenziosa, sospesa tra lusso e abbandono.
Forest City non è una rovina antica né un centro industriale dismesso. È una città nuova, nata già fuori tempo massimo, che oggi rappresenta uno dei casi più discussi di pianificazione urbana fallita in Asia.
Dove si trova Forest City e perché è stata costruita

Forest City sorge nello stato di Johor, nel sud della Malaysia, di fronte a Singapore. Il progetto prende forma a partire dal 2016 su iniziativa del colosso immobiliare cinese Country Garden, con il sostegno iniziale delle autorità malesi. L’idea è semplice nella sua ambizione: realizzare una città internazionale, ecologica e ipertecnologica, capace di attirare investitori, professionisti e famiglie dell’alta borghesia asiatica.
Il piano urbanistico prevede quattro isole artificiali collegate da ponti, quartieri residenziali verticali, centri commerciali, scuole internazionali, ospedali privati e una vasta rete di spazi verdi. Il nome stesso, Forest City, richiama il concetto di città immersa nella vegetazione, con facciate verdi e parchi pensili integrati nell’architettura.
Il sogno immobiliare e il pubblico sbagliato
Il vero target del progetto non è mai stato la popolazione locale. Gli appartamenti di Forest City vengono commercializzati quasi esclusivamente sul mercato cinese, come investimento immobiliare e seconda casa di lusso. I prezzi elevati, l’assenza di un tessuto sociale preesistente e la distanza culturale con il contesto malese rendono la città poco accessibile ai residenti della zona.
A questo si aggiungono i cambiamenti normativi introdotti dal governo cinese a partire dal 2018, che limitano fortemente l’esportazione di capitali verso l’estero. Le vendite rallentano bruscamente. Molti edifici restano incompleti, altri vengono terminati ma non abitati. Le luci restano spente, i balconi vuoti, i centri commerciali deserti.
Una città senza vita quotidiana
Passeggiare oggi a Forest City significa attraversare viali impeccabili ma privi di traffico, piazze senza passanti, torri residenziali dove si contano poche finestre illuminate. Gli hotel di lusso operano con occupazioni minime, alcuni ristoranti aprono solo nei fine settimana, più per curiosi e visitatori occasionali che per una vera comunità urbana.
Secondo stime locali, la popolazione residente stabile è inferiore alle diecimila persone, un numero insignificante rispetto alle proiezioni iniziali. La mancanza di scuole frequentate, uffici attivi e servizi essenziali crea un effetto domino: senza abitanti non ci sono attività, senza attività non arrivano nuovi abitanti.
Le tensioni politiche e ambientali
Forest City non è solo un caso immobiliare, ma anche politico. Il progetto viene duramente criticato dall’ex primo ministro Mahathir Mohamad, che ne contesta l’utilità per la Malaysia e l’impatto sulla sovranità territoriale. Le isole artificiali alterano l’ecosistema marino dello stretto di Johor, con conseguenze sulla pesca locale e sulle comunità costiere.
Le promesse di sviluppo economico e occupazione restano in gran parte disattese. Molti lavoratori impiegati nella costruzione vengono licenziati con il rallentamento dei cantieri. Il progetto, da simbolo di cooperazione internazionale, diventa un nodo diplomatico e sociale.
Architettura futuristica senza funzione
Dal punto di vista visivo, Forest City colpisce. I grattacieli residenziali presentano linee moderne, balconi ampi, facciate pensate per ospitare vegetazione. Gli spazi pubblici sono curati, le strade larghe, le infrastrutture nuove. È una città che sembra pronta a vivere, ma senza persone.
Questo scollamento tra forma e funzione è il cuore del problema. Forest City dimostra che l’architettura, anche quando spettacolare, non basta a generare vita urbana. Senza lavoro, relazioni sociali, servizi accessibili e identità culturale, una città resta un contenitore vuoto.
Forest City come simbolo di un modello in crisi
Negli ultimi anni Forest City è diventata un caso di studio per urbanisti, economisti e sociologi. Rappresenta i limiti del modello delle megacittà costruite da zero, pensate più come prodotto finanziario che come spazio abitato. Un modello che si è ripetuto in diverse parti del mondo, dall’Asia al Medio Oriente, con risultati spesso simili.
Il fallimento non è legato a un singolo errore, ma a una somma di scelte: sovrastima della domanda, dipendenza da capitali esteri, assenza di integrazione con il territorio circostante, narrazione futuristica scollegata dalla realtà quotidiana.
Turismo urbano e curiosità globale
Paradossalmente, oggi Forest City attira visitatori non per quello che è diventata, ma per quello che non è riuscita a essere. Fotografi, videomaker e viaggiatori interessati alle città fantasma la inseriscono nei loro itinerari come esempio estremo di urbanistica fallita. Non è un luogo di intrattenimento, ma di riflessione.
Forest City non racconta una storia di decadenza lenta, ma di vuoto improvviso. Una città nata già anziana, senza memoria collettiva, senza stratificazione, senza rumore umano.
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