Il genocidio armeno, noto in lingua armena come Medz Yeghern (o il Grande Male), è lo sterminio sistematico della popolazione armena perpetrato tra il 1915 e il 1916 (con strascichi fino al 1923) dal governo dei Giovani Turchi nell’Impero Ottomano.
Tra le innumerevoli tragedie che hanno segnato La Grande Guerra questa è una delle più grandi e meno conosciute. Lo sterminio della popolazione armena attuato dal dell’Impero Ottomano prima, quello dei Giovani Turchi dopo, si impegna in un vero e proprio genocidio, con l’intendo di cancellare una popolazione, sterminando centinaia di migliaia di armeni. È una strage di dimensioni enormi, per decenni coperta dall’oblio, perché non si trattava di un popolo “bianco” ed europeo.

Il Genocidio armeno
Il Genocidio armeno, o Medz Yeghern, rappresenta lo sterminio sistematico di circa 1,5 milioni di armeni attuato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1923. La data simbolo è il 24 aprile 1915, dalla quale si ricorda la Domenica Rossa, quando a Costantinopoli vennero arrestati centinaia di intellettuali e leader della comunità armena per privare il popolo di ogni guida politica e culturale. Ma l’atto esecrabile ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile.
Sfruttando il caos della Grande Guerra, il governo dei Giovani Turchi mise in atto un piano di turchizzazione sull’Anatolia che prevedeva l’eliminazione della minoranza cristiana armena, accusata ingiustamente di collaborazionismo con i russi. Il massacro avvenne attraverso esecuzioni dirette e spietate marce della morte verso il deserto siriano, dove migliaia di persone morirono per fame, sete e sfinimento. Nonostante l’ampio riconoscimento internazionale del genocidio, la Turchia moderna continua a negarne la natura pianificata: ma come vittime collaterali del conflitto bellico.

All’epoca dei fatti, la comunità internazionale reagì con un misto di orrore e impotenza. Già nel maggio 1915, Gran Bretagna, Francia e Russia emisero una dichiarazione congiunta denunciando i massacri come crimini contro l’umanità e la civiltà, segnando uno dei primi utilizzi di questo termine in ambito diplomatico.
Molti testimoni oculari, tra cui il console americano Leslie Davis e quello tedesco Jesse Jackson, inviarono rapporti dettagliati che descrivevano l’annientamento sistematico di un intero popolo, definendo le marce nel deserto come una condanna a morte. Nonostante queste denunce e i tentativi di soccorso umanitario, come quelli promossi dalle organizzazioni americane che raccolsero fondi per i sopravvissuti, le potenze mondiali non intervennero militarmente per fermare le deportazioni, la priorità andava alla Guerra Mondiale, seguendo l’andamento del conflitto globale.
Sul piano del riconoscimento ufficiale contemporaneo, la questione rimane un nodo politico estremamente sensibile. Circa trenta nazioni, tra cui l’Italia, la Francia, la Germania, il Canada e gli Stati Uniti, hanno formalmente riconosciuto gli eventi come genocidio attraverso risoluzioni parlamentari o dichiarazioni governative.
Anche istituzioni come il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa si sono espresse in tal senso. Tuttavia, la Turchia si oppone fermamente, sostenendo che le morti siano state una conseguenza tragica sia della guerra civile che della carestia, anche una conseguenza della guerra globale ma non un piano di sterminio deliberato. Questa divergenza storica continua a influenzare pesantemente i rapporti diplomatici tra la Turchia e i paesi che riconoscono il genocidio.

Occuparsi del genocidio del popolo armeno – come di tutti i genocidi – è un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sia italiana che internazionale sull’argomento, ancora poco conosciuto e studiato. Siamo nel periodo dove nasce come termine giuridico crimini contro l’umanità (accezione giuridica formale nel 1915, ma la sua codificazione internazionale è avvenuta con l’Accordo di Londra dell’8 agosto 1945, che ha istituito il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga).
Tale definizione ha permesso di perseguire atti disumani commessi contro popolazioni civili, indipendentemente dal rispetto delle leggi di guerra nazionali, e quello degli armeni è il secondo evento che ha avuto questa denominazione, dopo il genocidio degli Herero per mano dell’esercito tedesco al comando del Generale Lothar von Trotha tra il 1904 e il 1907 in Namibia.
Ricordiamo che il termine genocidio è stato coniato per la prima volta da un giurista ebreo polacco, Raphael Lemkin nel 1944 (che nella Sho’à aveva perso 49 familiari), per designare il massacro del Popolo Armeno. Gli armeni hanno una lunga storia e civiltà cristiana dai primi secoli dell’era volgare: gli Armeni hanno popolato l’Anatolia e il sud del Caucaso per oltre 3.500 anni e la loro nazione nel 301 d.C.. Fu la prima ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato e nel 451 d.C., dopo il Concilio di Calcedonia, al quale non partecipò, costituì una propria chiesa indipendente dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa, la Chiesa Apostolica Armena.