Giuseppe Chiari trasformava gli spartiti in opere d’arte perché considerava la scrittura musicale non solo un insieme di istruzioni per produrre suoni, ma anche un linguaggio visivo da mettere in discussione. Nelle sue partiture il pentagramma diventa superficie, mentre cancellature, segni e colore liberano la composizione dalla sola esecuzione sonora. È uno dei fili più interessanti della ricerca dell’artista fiorentino, protagonista del movimento Fluxus.
Perché gli spartiti di Chiari non sono semplici fogli musicali
Uno spartito tradizionale indica a un interprete note, durate e altri elementi per suonare. Nei lavori di Chiari il rapporto cambia: la notazione musicale rimane riconoscibile, ma può essere ingrandita, attraversata dal colore o parzialmente cancellata. Chi guarda non deve necessariamente trasformare ogni segno in un suono: può leggere la pagina come composizione visiva autonoma.
La distinzione non è puramente decorativa. Chiari mette in crisi l’idea secondo cui ogni linguaggio artistico debba rimanere dentro un confine rigido. Una partitura può essere insieme testimonianza di un gesto, traccia di una possibile performance e immagine.
La musica come gesto: il rapporto con Fluxus
Giuseppe Chiari (1926-2007) è stato compositore, performer e artista visivo. Nel contesto di Fluxus, la separazione fra musica, arti figurative, azione e vita quotidiana non era considerata invalicabile. Le sue sperimentazioni invitavano a interrogarsi su ciò che rende musicale un’esperienza: bastano uno strumento e una melodia, oppure anche un gesto, una regola o un segno possono far parte della composizione?
Non significa che Chiari abbia semplicemente abbandonato la musica. Ha piuttosto spostato l’attenzione dalle note intese come risultato obbligato alle condizioni che rendono possibile una performance e alla materialità dei segni. Il Museum of Modern Art di New York conserva e cataloga diverse opere di Chiari, fra cui lavori legati all’ambiente Fluxus: un riscontro utile alla dimensione internazionale della sua ricerca.
Che cosa succede alle partiture negli anni Ottanta
Nelle opere degli anni Ottanta, Chiari lavora anche su riproduzioni fotografiche ed eliografie di spartiti, spesso in grande formato. Può usare acrilici, pastelli o pennarelli per intervenire sulla superficie. Il colore non serve soltanto a illustrare una composizione: modifica il ruolo della partitura, fino a renderne predominante l’esperienza visiva.
Il catalogo della mostra fiorentina Tra suono, segno e colore, curata da Elena Colzi, documenta proprio questa evoluzione. Il confronto con la tradizione del ready-made non riduce Chiari a un seguace di Marcel Duchamp: aiuta invece a capire perché un oggetto o una convenzione, come il pentagramma, possa cambiare significato quando viene trasferito in un altro contesto.
Tre dettagli da osservare in una partitura visiva
Il pentagramma: è ancora la struttura ordinatrice del foglio oppure è diventato uno sfondo? Le cancellature: sottraggono informazioni, ma lasciano tracce di un gesto che diventa visibile. Le campiture di colore: interrompono o riorganizzano il ritmo della pagina, invitando lo sguardo a seguire rapporti diversi da quelli previsti dalla lettura musicale.
Queste sono chiavi di lettura, non un codice univoco valido per ogni opera. La loro utilità è permettere a chi non sa leggere la musica di avvicinarsi al lavoro di Chiari senza trasformare la complessità in un enigma da risolvere.
Dove vedere le opere di Giuseppe Chiari a Firenze nel 2026
La mostra Tra suono, segno e colore è allestita alla Galleria Il Ponte, in via di Mezzo 42/b a Firenze, dal 25 settembre al 13 novembre 2026, in occasione del centenario della nascita dell’artista. Il percorso presenta un nucleo di grandi partiture degli anni Ottanta. Per orari e modalità di visita conviene controllare direttamente la scheda ufficiale della galleria, evitando di affidarsi a indicazioni non aggiornate.
Altri percorsi per capire l’arte oltre i suoi confini
Nel nostro archivio abbiamo raccontato anche le opere di Giuseppe Chiari alla Videoteca GAM: è un approfondimento storico distinto dalla mostra del centenario. Per esplorare un’altra figura che ha unito pratiche artistiche, azione e sperimentazione, puoi leggere la storia di Yoko Ono e il suo rapporto fra arte e vita.
La domanda più interessante, davanti a uno spartito di Chiari, non è dunque «quali note devo suonare?», ma «quando una scrittura nata per la musica diventa un’opera da guardare?». È proprio nel passaggio da una funzione all’altra che il suo lavoro continua a parlare al presente.




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