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Gruppo 70: perché torna la guerriglia semiologica?

La nuova attenzione critica riporta al centro poesia visiva, mass media e cultura italiana del Novecento

Massimo 3 settimane fa 4
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Contenuti
Gruppo 70, che cos’era la guerriglia semiologicaPerché il Gruppo 70 viene riletto oggiPoesia visiva e cultura dei media: l’eredità del Gruppo 70

Gruppo 70 torna al centro del dibattito culturale italiano grazie a nuove pubblicazioni, fondi d’archivio e riletture critiche che ne rivalutano il ruolo nella poesia visiva e nella critica ai mass media.

La nuova attenzione non riguarda solo una pagina della neoavanguardia. Riguarda il modo in cui parola, immagine, pubblicità e tecnologia hanno modificato la percezione pubblica nella seconda metà del Novecento, con effetti ancora leggibili nell’attuale ecosistema digitale.

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Gruppo 70, che cos’era la guerriglia semiologica

Il Gruppo 70 fu un laboratorio nato a Firenze nei primi anni Sessanta per contaminare poesia, arte visiva, performance e comunicazione di massa. La sua guerriglia semiologica consisteva nel sabotare dall’interno i codici della pubblicità, dei giornali e dell’immaginario consumista.

La stagione prende forma attorno a figure come Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Lucia Marcucci, Ketty La Rocca e Mirella Bentivoglio. Il gruppo lavora su collage, testi, immagini, happening e montaggi, anticipando molte pratiche che oggi leggiamo tra arte concettuale, comunicazione visuale e cultura pop.

Il contesto è quello della poesia visiva italiana, una ricerca che non separa la scrittura dall’immagine. Il punto non era decorare la parola, ma mostrare come i linguaggi dei media potessero orientare desideri, opinioni e comportamenti.

Perché il Gruppo 70 viene riletto oggi

Il ritorno critico del Gruppo 70 arriva in un momento preciso. Nel 2026 si parla della raccolta completa degli scritti letterari di Pignotti per Mimesis, del numero di Riga dedicato al movimento e dell’acquisizione del Fondo Pignotti da parte della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Il dato temporale conta: dal 1963, anno delle prime esperienze fiorentine legate ad arte e comunicazione, sono passati più di 60 anni. Questa distanza permette di leggere il movimento non come episodio laterale, ma come strumento per capire la società dell’immagine.

La rilettura dialoga anche con il modo in cui oggi i musei e le istituzioni culturali ripensano archivi, linguaggi e pubblici. In questa prospettiva, il caso dei musei civici di Vicenza mostra quanto la programmazione culturale possa diventare spazio di mediazione tra memoria e presente.

Anche il book talk di Riga 49 dedicato al Gruppo 70 conferma l’interesse per il carattere politico di queste ricerche, fondate su dissenso, montaggio e critica dei codici dominanti.

Poesia visiva e cultura dei media: l’eredità del Gruppo 70

L’eredità più attuale del Gruppo 70 sta nella sua capacità di trattare i media come materia artistica e non come semplice canale. Giornali, slogan, immagini pubblicitarie e frammenti tipografici diventano strumenti per smontare il linguaggio del consumo.

Per questo la sua ricerca parla anche al presente. Nell’epoca di feed, meme, intelligenza artificiale generativa e immagini prodotte in serie, la domanda posta dagli artisti verbo visuali resta aperta: chi controlla davvero i segni che attraversano la vita quotidiana?

Il tema tocca inoltre il rapporto tra città, istituzioni e politiche culturali. Il dibattito su Cantiere Città e le finaliste a Capitale italiana della Cultura mostra come la cultura non sia solo conservazione, ma anche progettazione di nuovi alfabeti pubblici.

Se il riconoscimento arriva tardi, il ritardo può diventare utile. Il Gruppo 70 permette oggi di rileggere la storia dell’arte italiana non come sequenza di opere isolate, ma come conflitto sui linguaggi: una questione che riguarda ancora musei, scuole, editoria e piattaforme digitali.

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