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Lettura: Pillole di Storia Antica, Medievale e Rinascimentale: il rogo
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Pillole di storiaRubriche

Pillole di Storia Antica, Medievale e Rinascimentale: il rogo

Curiosità dalla storia

Isotta Franci 3 settimane fa Commenta! 13
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Il rogo: la sua origine storica affonda le radici nella cultura indoeuropea, dove il fuoco non era solo uno strumento distruttivo ma un potente agente di purificazione spirituale e rituale. Fin dall’antichità, civiltà come quella greca e romana utilizzavano la grande catasta di legna sia per onorare i defunti attraverso la cremazione, sia come forma estrema di punizione per crimini che violavano l’ordine religioso e civile.

Contenuti
Il rogo e la storiaEditto di Tessalonica del 380 d.C.L’Inquisizione

La transizione del rogo a metodo sistematico di esecuzione giudiziaria si è consolidata verso la fine del Medioevo (parliamo più di Umanesimo) e nell’Età Moderna (parliamo di Rinascimento), quando l’Inquisizione e i tribunali laici lo adottarono per punire l’eresia, la stregoneria e la sodomia. Questa scelta rispondeva a una precisa logica teologica e simbolica: il fuoco doveva distruggere interamente il corpo del condannato per cancellarne la memoria terrena e simulare in anticipo le fiamme eterne dell’inferno.

L’etimologia della parola deriva direttamente dal latino rŏgus, termine che nella Roma antica indicava specificamente la catasta di legna su cui veniva posto il cadavere per essere bruciato. I linguisti collegano questa voce alla radice indoeuropea reg-, legata al concetto di dirigere o mettere in linea retta, lo stesso ceppo da cui provengono parole come re e reggere.

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Il rogo

Questa connessione linguistica suggerisce che in origine il termine facesse riferimento all’atto di allineare e accatastare i tronchi di legno in modo ordinato e geometrico per preparare la struttura del fuoco rituale. Nel corso dei secoli il vocabolo ha perso la sua connotazione legata esclusivamente ai riti funebri romani, estendendosi prima all’esecuzione capitale e infine, nel linguaggio moderno, a qualsiasi grande incendio violento.

Il rogo e la storia

l’idea che il rogo sia un’invenzione o un fenomeno esclusivamente medievale è un falso mito storico, poiché l’uso giudiziario del fuoco ha radici romane e ha toccato il suo apice proprio in epoca Rinascimentale e Moderna.

Nell’antica Roma, la morte per fuoco (crematio o vivicombustio) era già prevista dalle Leggi delle XII Tavole per reati gravissimi come l’incendio doloso. Con la successiva cristianizzazione dell’Impero nel Tardoantico, lo Stato romano iniziò a punire il dissenso religioso: il Codice Teodosiano e il Codice Giustiniano equipararono legalmente l’eresia al reato di lesa maestà e al sacrilegio, ponendo le basi giuridiche per la condanna a morte dei dissidenti della fede, eseguita dalle autorità secolari.

Nell’antica roma

Durante il Medioevo le esecuzioni legate all’eresia furono in realtà numericamente limitate e concentrate soprattutto nei secoli centrali e finali. La vera età dell’oro dei roghi si verificò nel Rinascimento e nell’Età Moderna (tra il XVI e il XVII secolo); questo incremento fu causato dalle tensioni religiose della Riforma e della Controriforma, dalla nascita dei grandi tribunali inquisitoriali moderni (come l’Inquisizione spagnola, portoghese e romana) e dall’esplosione della caccia alle streghe (utilizzata molto anche dai Protestanti).

Figure simbolo del pensiero e della scienza rinascimentale, come il teologo spagnolo Michele Serveto a Ginevra nel 1553 e il filosofo Giordano Bruno a Roma nel 1600, furono condannate al fuoco proprio in questa epoca di massima fioritura culturale e di contemporaneo inasprimento del controllo dottrinale.

Editto di Tessalonica del 380 d.C.

Nel diritto romano tardoantico, la svolta decisiva avvenne con l’Editto di Tessalonica del 380 d.C., che impose il cristianesimo niceno come religione ufficiale dell’Impero. Da quel momento, l’ortodossia religiosa divenne un pilastro dell’ordine pubblico. All’interno del Codice Teodosiano (V secolo) e del successivo Codice Giustiniano (VI secolo), l’eresia venne formalmente definita come crimen laesae maiestatis (reato di lesa maestà).

Editto di tessalonica del 380 d. C.

Questa assimilazione giuridica fu rivoluzionaria: chi professava una dottrina diversa da quella ufficiale non stava semplicemente commettendo un peccato religioso, ma stava compiendo un atto di tradimento politico contro l’Imperatore stesso, che traeva la propria legittimità da Dio. Di conseguenza, lo Stato romano si arrogò il diritto di applicare le pene più severe previste per i traditori della patria, tra cui la confisca dei beni, l’infamia, l’esilio e, nei casi considerati più sovversivi o recidivi, la morte sul rogo (veramente rara), eseguita dai magistrati civili.

In epoca moderna

L’applicazione rinascimentale: il processo a Giordano Bruno

Questa precisa impalcatura giuridica romana — che separava la condanna dottrinale della Chiesa dall’esecuzione materiale dello Stato — trovò la sua massima e metodica applicazione proprio nel Rinascimento, come dimostra il lungo processo inquisitoriale a Giordano Bruno; arrestato a Venezia nel 1592 e successivamente trasferito a Roma, il filosofo nolano subì un dibattimento durato ben otto anni sotto la supervisione del cardinale Roberto Bellarmino. Le accuse non riguardavano solo la sua difesa del sistema copernicano (l’eliocentrismo), ma toccavano dogmi teologici centrali come la Trinità, l’incarnazione di Cristo e l’infinità dei mondi, che l’Inquisizione considerava tesi eretiche distruttive per la fede.

Statua giordano bruno

Il meccanismo procedurale seguì i dettami della tradizione: il tribunale dell‘Inquisizione romana dichiarò Bruno eretico formale, impenitente e ostinato, ma l’istituzione ecclesiastica non poteva versare sangue. Per questo motivo, l’8 febbraio 1600, i giudici pronunciarono la sentenza di degradazione e ricorsero al cosiddetto rilascio al braccio secolare (relaxatio brachii saecularis), affidando formalmente il prigioniero al Governatore di Roma, l’autorità civile. Fu lo Stato laico, applicando l’antico principio romano della punizione dei crimini pubblici, a ordinare l’esecuzione materiale: il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno venne condotto in Campo de’ Fiori, legato al palo con la lingua in giova (una morsa di legno per impedirgli di parlare) e arso vivo.

L’applicazione del rogo nel Rinascimento raggiunse la sua massima efficienza burocratica e giudiziaria grazie a una profonda ristrutturazione istituzionale, nata per rispondere alla crisi religiosa del Cinquecento. Per contrastare la diffusione del protestantesimo e delle filosofie eterodosse, i sovrani e i pontefici non si affidarono più a inquisitori itineranti come nel Medioevo, ma crearono tribunali centralizzati e permanenti.

Papa Paolo III istituì la Congregazione del Sant’Uffizio a Roma nel 1542, mentre in Spagna e Portogallo i sovrani controllavano già potenti Inquisizioni di Stato. Questa macchina giudiziaria rinascimentale si distingueva per una precisione documentaria ossessiva: ogni interrogatorio, tortura e sentenza veniva interamente verbalizzata dai notai, trasformando il rogo da atto di violenza estemporanea a fredda esecuzione di una procedura amministrativa.

Il rogo rinascimentale smise di essere una punizione puramente punitiva e divenne una sofisticata messa in scena del potere sovrano e divino, progettata per terrorizzare ed educare le masse. In Spagna e nei suoi domini questo rituale prese il nome di auto da fé (atto di fede): una grandiosa cerimonia pubblica che univa autorità ecclesiastiche e civili.

Savonarola mentre predica

Davanti a folle immense, i condannati sfilavano con indosso il sanbenito (una tunica gialla con croci rosse e fiamme dipinte) e grandi copricapi conici. La macchina della propaganda rinascimentale curava ogni dettaglio: la lettura pubblica dei capi d’accusa serviva a dimostrare l’infallibilità dello Stato e della Chiesa, mentre il fuoco finale simboleggiava visivamente la purificazione della comunità dal contagio dell’eresia.

Allo stesso tempo, il Rinascimento fu l’epoca in cui il rogo divenne lo strumento principale della grande caccia alle streghe, un fenomeno regolato non solo da manuali ecclesiastici come il Malleus Maleficarum, ma soprattutto dalle leggi statali. Nel 1532, l’imperatore Carlo V promulgò la Constitutio Criminalis Carolina, il codice penale del Sacro Romano Impero che modernizzò il diritto in gran parte d’Europa.

Questo testo giuridico rinascimentale stabiliva formalmente che il crimine di stregoneria, se accompagnato da danni fisici o materiali (maleficium), doveva essere punito tassativamente con la morte sul rogo. Di conseguenza, la stragrande maggioranza delle condanne al fuoco di questa epoca fu decretata e gestita da magistrati laici nei tribunali civili, a dimostrazione di come lo Stato moderno rinascimentale considerasse il rogo un mezzo fondamentale per mantenere il controllo sociale e disciplinare la popolazione.

L’Inquisizione

Per l’esattezza storica, l‘Inquisizione era un’istituzione che nacque nel Medioevo ma che si trasformò radicalmente nel Rinascimento. È proprio questa seconda fase rinascimentale, definita Inquisizione moderna, ad aver impresso nell’immaginario collettivo i roghi e i grandi processi.

L’inquisizione

Storicamente si distinguono due epoche nettamente diverse:

L’Inquisizione Medievale (XIII secolo): nacque nel 1231 con papa Gregorio IX per combattere i movimenti ereticali come i Catari e i Valdesi. Non era una struttura centralizzata; il Papa nominava singoli inquisitori delegati (spesso domenicani o francescani) che viaggiavano di diocesi in diocesi. I roghi in questo periodo erano numericamente ridotti e legati a specifiche crisi locali.

L’Inquisizione rinascimentale e Moderna (XVI secolo): era la struttura a cui pensiamo comunemente. Nel Rinascimento il tribunale cambiò completamente volto, diventando un’istituzione statale permanente burocratica e centralizzata. Nel 1478 nacque l’Inquisizione spagnola, sottomessa direttamente ai re cattolici, e nel 1542 papa Paolo III fondò l’Inquisizione romana (il Sant’Uffizio).

Il legame con il Rinascimento: la macchina feroce dei grandi processi, la censura dei libri, la caccia alle streghe su vasta scala e i roghi celebri (come quelli di Giordano Bruno o Michele Serveto) non appartengono ai secoli Medievali, ma sono il prodotto della modernità rinascimentale e delle guerre di religione del Cinquecento.

Questo è il punto cruciale che gli storici tengono a precisare: quando si afferma che l’Inquisizione non è Medievale, si intende proprio smontare il falso mito dell’ oscuro Medioevo come epoca dei grandi roghi e della persecuzione di massa, restituendo quel fenomeno alla sua reale collocazione storica, quella della modernità rinascimentale.

In sintesi, i motivi principali per cui si specifica questa distinzione sono tre: il livello di centralizzazione dove l’Inquisizione medievale era frammentata, locale e priva di una regia unica, mentre l’Inquisizione rinascimentale divenne invece un vero e proprio apparato di Stato, un ministero centralizzato, burocratico ed estremamente efficiente, capace di controllare capillarmente il territorio.

Il numero di processi, di roghi e la stessa caccia alle streghe non conobbero il picco nel Medioevo, ma registrarono un’impennata spaventosa tra il 1550 e il 1650, in pieno Rinascimento e Controriforma. L’Inquisizione rinascimentale non dava la caccia solo all’eretico di campagna, ma si focalizzava sul disciplinamento intellettuale, accanendosi contro scienziati, filosofi, stampatori e libri proibiti; elementi nati proprio con la fioritura culturale del Rinascimento.

L’Inquisizione per come la immaginiamo oggi — fatta di archivi perfetti, indagini poliziesche e grandi cerimoniali pubblici — è un prodotto della raffinata e spietata ingegneria politica del Rinascimento.

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