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Il Vangelo secondo De André: “La Buona Novella”

Il Primo novembre 1970 viene pubblicato l'album "La Buona Novella" di Fabrizio De André, un album unico per il tema trattato: la vita di Gesù, passando per i personaggi legati a lui

La Buona Novella di Fabrizio De André
La Buona Novella di Fabrizio De André
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Anni Settanta. Immersi in un clima di lotte studentesche, di grandi mutamenti sociali, di ideologie dalle tinte forti ed eventi drammatici, nasce La Buona Novella di Fabrizio De André. Un Album che stupisce per il tema trattato: vita di Gesù dalla nascita fino alla morte sul Golgota.

La Buona Novella: idea tanto insolita quanto originale

La Buona Novella Fabrizio De AndréFabrizio De André concepisce il suo quarto album alla fine degli anni ’60, anni noti per essere stati molto tormentati, in un susseguirsi di movimenti e rivoluzioni politiche, attentati, assassini, ribellioni, prese di coscienza da parte del popolo. Fra i movimenti culturali che hanno coinvolto il nostro paese, ad esempio, possiamo certamente ricordare l’incidenza storica che hanno avuto le rivolte del 1968.

E tra scioperi e ribellioni, si arriva agli anni Settanta, e De André pubblica il 1 novembre l’album La Buona Novella. Facilmente, lo si può definire come l’album più bello ed importante della storia della musica italiana. La Buona Novella è un’allegoria, un album difficile, ambizioso, maestoso ma anche incredibilmente poetico e commovente.

De André eleva allegoricamente Gesù Cristo come simbolo della rivoluzione sessantottina, dando una lettura moderna ai Vangeli e del mai risolto conflitto tra oppressi ed oppressori.

L’intento di Faber è quello di mettere in risalto la natura umana dei personaggi biblici. Lo studio per la composizione dell’intero album è stato incentrato sulla lettura dei Vangeli apocrifi, partendo dal Protovangelo di Giacomo (scritto intorno al 140-170 d.C. in greco ed espande i racconti dell’infanzia di Gesù e la nascita be l’educazione di Maria) e dal Vangelo arabo dell’infanzia (scritto in arabo, contiene eventi dell’infanzia di Gesù).

De André ha definito La Buona Novella come uno dei suoi lavori più riusciti, se non il migliore. E durante il concerto al teatro Brancaccio, il 14 febbraio 1998, ha dichiarato:

Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.”

Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali.

Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne ed ossa.

Solo che la Chiesa mal sopportava, fino a qualche secolo fa, che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi, appunto, di Gesù. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazaret, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto. Tant’è vero che ancora oggi proprio il mondo dell’Islam continua a considerare, subito dopo Maometto, e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazaret il più grande profeta mai esistito. Laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone. E questo direi che è un punto che va a favore dell’Islam. L’Islam quello serio, non facciamoci delle idee sbagliate.

Concept-album: gli aspetti umani della vita di Gesù

Fabrizio De AndréL’album è costituito nella forma di concept, cioè tratta un unico argomento, in questo caso la vita di Gesù, cantando della vita di Maria e di Giuseppe. La Buona Novella si compone di dieci tracce musicali.

La canzone di apertura, Laudate Dominum, forma un’inclusione tematica con l’ultima canzone, Laudate hominem. Tra i due brani troviamo le narrazioni legate al periodo dell’Avvento (L’infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe), le premonizioni del Calvario (Il sogno di Maria, Ave Maria, Maria nella bottega del falegname) e il suo compimento (Vita della croce, Tre madri, Il testamento di Tito).

I testi si susseguono rimanendo legati ad un unico filo conduttore. Gli eventi vengono descritti da una voce narrante, ma anche dagli stessi protagonisti, ma mai da Cristo. Testi caratterizzati da un sublime tono poetico, unito ad una sottile ironia.

Ascoltarlo una sola volta, ci farebbe pensare che la figura di Cristo sia semplicemente marginale. Ma in realtà, la sua importanza viene esaltata attraverso la sofferenza degli altri, personaggi che sono legati a Gesù o che hanno condiviso con Lui momenti particolari: Giuseppe e Maria, i ladroni e le loro madri, e il popolo.

Analisi dell’album

L’album si apre con Laudate Dominum, una breve introduzione dal carattere solenne, che si lega chiaramente al brano di chiusura, Laudate hominem. L’apertura è affidata ad un canto corale, che proietta l’ascoltatore nel vivo degli avvenimenti.

Fabrizio De AndréIl primo episodio, che si presenta nell’album, è L’infanzia di Maria, che ci racconta di come Anna e Gioacchino abbiano consegnato una piccola Maria, di soli tre anni, alle cure del tempio, affinché possa crescere in assoluta purezza. Ma nel brano si distinguono delle variazioni di tempo, che evidenziano lo stato servile in cui la piccola Maria cresce e la presenza dell’Arcangelo Gabriele. Una volta divenuta donna, Maria è costretta a prendere marito.

E in un nuovo brano, si presenta la figura di Giuseppe, Il ritorno di Giuseppe. Il brano racconta la gioia di Giuseppe nel rivedere la sua sposa, Maria, che però lui vede più come una figlia che come una moglie. Questa canzone ha un carattere orientale, enfatizzato dall’uso del sitar.

Con Il sogno di Maria si torna indietro nella narrazione. Si ritorna al periodo che Maria ha trascorso nel tempio e ad un sogno: l’apparizione dell’arcangelo Gabriele che le annuncia la gravidanza. Nel testo viene descritto un concepimento terreno, più che canonico a cui siamo abituati a leggere nei libri di catechismo.

Ave Maria è il brano che descrive la frazione di tempo che intercorre tra gli ultimi istanti della gravidanza e il parto. Maria è pervasa da sentimenti contraddittori, un misto di gioia e dolore, come il momento del parto. E l’autore ci rimanda subito al momento in cui Cristo viene condannato e sta per essere giustiziato.

Nel brano successivo, Maria nella bottega del falegname, rimanda la mente al peso del peccato e all’ingiustizia che sta subendo Cristo, un dolore scandito con i suoni onomatopeici presenti in una falegnameria, come la pialla o il martello che batte. Questi suoni richiamano anche il suono straziante di armi e bombe, che rimandano ad uno degli eventi storici di quel periodo: la guerra in Vietnam.

“Falegname col martello
Perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
Perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
Per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
A casa ritornò?”
“Mio martello non colpisce
Pialla mia non taglia
Per foggiare gambe nuove
A chi le offrì in battaglia
Ma tre croci, due per chi
Disertò per rubare
La più grande per chi guerra
Insegnò a disertare”

L’album prosegue con un tono macabro, passando per Via della croce, un brano che ripercorre il percorso della Via Crucis. Si possono udire le voci dei padri privati dei loro figli da Erode e ringrazino Ponzio Pilato per la condanna decretata. Un brano dove i padri fanno ricadere la colpa su Gesù, per la sentenza emanata da Erode, cioè uccidere tuti i primogeniti maschi. Le voci opposte a quelle degli uomini, sono quelle di donne che reputano Gesù un uomo indulgente per aver perdonato Maddalena, colpevole di adulterio, e quindi non degno di questa morte atroce.

La Buona Novella prosegue con Tre madri, le cui protagoniste sono Maria e le madri dei due ladroni, Tito e Dimaco. Al centro della canzone troviamo il dolore delle due madri e una sorta di invida per Maria, perché Maria già sa che suo figlio risorgerà, mentre il loro dolore non verrà alleviato in alcun modo.

La canzone più famosa di questo album è Il testamento di Tito, ricco di significato. La canzone racchiude le ultime parole di Tito, uno dei ladroni condannati a morte. Tito enuncia i dieci comandamenti e ne mette in risalto la superficialità e le contraddizioni presenti. Ma alla fine della canzone, Tito, vedendo Gesù che non prova rancore per i suoi carnefici, capisce qual è il sentimento che è alla base di tutto: l’amore.

Io nel vedere quest’uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l’amore.

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