Passioni e sentimenti, nel diciannovesimo secolo si compie una rivoluzione profonda nel modo di intendere le passioni umane, muovendosi lungo una parabola che unisce la biologia alla letteratura, e la natura incontaminata all’artificio più estremo.
L’Ottocento si apre sotto il segno del Romanticismo, un movimento culturale europeo che elegge il sentimento a organo fondamentale di conoscenza del mondo. In netta opposizione al freddo razionalismo illuminista, i romantici celebrano le forze creative, caotiche e oniriche dell’interiorità, cercando una fusione mistica con la natura, concepita come uno specchio dell’anima e una fonte di emozioni assolute, tese verso l’infinito. L’emozione romantica è vissuta con slancio eroico, spontaneità e una forte tensione spirituale.

Questo mondo di pulsioni non fece altro che portare al Decadentismo, le forze biologiche sotterranee portarono direttamente a questo movimento, determinando una delle più grandi ironie della storia culturale dell’Ottocento. Il Positivismo e la scienza darwiniana, nati per incanalare e spiegare l’essere umano attraverso le rigide leggi della natura e della selezione, finiscono per scoperchiare un vaso di Pandora.
Dimostrando che l’uomo non è una creatura divina mossa da un’anima angelica, ma un animale guidato da impulsi atavici, istinti di sopravvivenza, paura e aggressività, Darwin priva l’umanità della sua aura di superiorità morale. L’identità umana viene ridotta a un groviglio di pulsioni ereditarie e dinamiche fisiologiche.

Passioni e sentimenti
Nell’Ottocento ci sono ancora genitori, soprattutto di classe alta, che continuano a comportarsi come i loro avi dei secoli precedenti, cercando di orientare i figli e figlie verso un matrimonio che sia in primo luogo un’alleanza economica e sociale tra famigli ricche e prestigiose.
Tuttavia cominciano a essere numerose quelle giovani coppie che vogliono assolutamente sposarsi per amore, anche a costo di andare contro la volontà di recalcitranti genitori. L’amore romantico, cioè l’idea che una relazione e un matrimonio che ne consegue debba basarsi sull’incontro di due anime appassionate, comincia a essere considerato da questi giovani come il necessario fondamento di un futuro felice.
Gli intellettuali di fine secolo, anziché utilizzare la scoperta per celebrare il progresso scientifico, ne rimangono profondamente turbati e affascinati. Se l’essere umano è governato da pulsioni irrazionali, allora la fredda ragione della società borghese e industriale è solo una fragile maschera ipocrita. I decadenti prendono questi impulsi biologici, descritti dagli scienziati nei laboratori, e li trasferiscono nell’arte.
Tuttavia, rifiutano la pretesa della scienza di volerli curare o normalizzare. Quelle pulsioni primordiali si convertono così in attrazione per il morboso, in perversione, in estasi estetica e in esplorazione dei lati più oscuri e torbidi della mente, che in quegli stessi anni anticiperanno la nascita della psicoanalisi.
Il Decadentismo nasce proprio da questo cortocircuito: la presa di coscienza che sotto la superficie della civiltà moderna non pulsa il progresso, ma un abisso irrazionale di desideri e di morte, che l’artista decide deliberatamente di assecondare e trasformare in pura bellezza artificiale.

Con il corso della storia sappiamo che la passione d’amore non è una garanzia per un matrimonio solido, felice e duraturo. Nonostante questo, nei manuali pedagogici, sui giornali, nella narrativa finisce ugualmente per imporsi quell’idea che questa passione verso l’amore sia una condizione assolutamente necessaria alla costruzione di un buon matrimonio (passioni e sentimenti, combinano basi solide – illusione).
È un’illusione liberatoria quella dell’amore romantico, sono giovani contro vecchi, una promessa di calda felicità al posto di una garanzia di arida sicurezza. Ma non dimentichiamo che il sogno di un amore romantico ha un prezzo: un prezzo molto alto pagato solo dalle donne.
Le premesse sono state poste sin dal XVIII secolo, quando nacque l’idea di un matrimonio affettivo polemicamente contrapposto alla sciatta dissoluzione dei matrimoni aristocratici. Il moralismo borghese settecentesco di Richardson, Hogarth o di Rousseau, nel criticare il libertinaggio aristocratico e monarchico, mise le basi su un nuovo tipo di matrimonio: la rigorosa castità sessuale delle donne, garanzia delle successioni familiari e di un matrimonio affettivo che abbia una relazione diseguale, riconoscendo la superiorità morale e intellettuale dell’uomo sulla donna.

La società patriarcale dell’Illuminismo pose le basi per il colonialismo e il capitalismo d’oggi come quelle del patriarcato contemporaneo, dopo la Rivoluzione Francese e l’Illuminismo. Il Codice Napoleonico del 1804 formalizzava giuridicamente questa svolta, cancellando le conquiste della Rivoluzione Francese e privando la donna sposata della capacità civile. La legge ottocentesca imponeva l’autorizzazione maritale per qualsiasi atto economico, istituendo un doppio standard che puniva severamente l’adulterio femminile e tollera quello maschile.
Questa subordinazione legale si rifletteva nella rigida teoria delle sfere separate, che confinava la donna nello spazio domestico e riservava all’uomo la politica, l’economia e la guerra. La casa si trasforma nel focolare sacro di cui la donna è custode morale, ma questa idealizzazione serve a giustificare l’esclusione sociale e la totale dipendenza economica dal salario paterno o coniugale.
La scienza dell’epoca, attraverso la medicina e la psichiatria, supportava questo assetto teorizzando l’inferiorità biologica femminile e patologizzando la ribellione attraverso la diagnosi di isteria. Anche la Rivoluzione Industriale accentuava questo divario, poiché nelle classi agiate il non-lavoro della moglie diventa uno status symbol per il marito, mentre nelle classi operaie il lavoro femminile in fabbrica viene svalutato con salari dimezzati rispetto a quelli maschili.
Nota: quando i gruppi per la parità di oggi contestano la donna paragonandola al Medioevo commettono un grave errore, di prospettiva storica, poiché l’esperienza medievale offriva spazi di autonomia paradossalmente preclusi dall’ordine borghese ottocentesco.

Nel Medioevo la donna non era confinata in una rigida sfera domestica privata separata dal mondo pubblico, ma partecipava attivamente alla vita economica gestendo botteghe, ereditando feudi e guidando comunità religiose che godevano di enorme potere politico e culturale. La modernità capitalista e giuridica nata con l’Illuminismo e consolidata nell’Ottocento ha invece istituzionalizzato il patriarcato in modo scientifico e sistematico.
Il Codice Napoleonico ha rimpiazzato la flessibilità consuetudinaria precedente con gabbie legislative rigide, inventando la figura della donna priva di capacità giuridica e interamente sottomessa all’autorità maritale. Di conseguenza, l’esclusione totale dai diritti politici, la dipendenza economica assoluta e la patologizzazione medica del corpo femminile sono prodotti diretti della modernità ottocentesca (epoca Contemporanea), e non residui di un passato medievale che, al contrario, conosceva forme di centralità e tutele femminili poi cancellate dallo Stato liberale.