Un monumento funebre che sembra vivo: il sorriso di Cangrande è uno dei dettagli più insoliti della scultura medievale veronese. Ma il suo significato non è documentato in modo univoco, mentre il cane sull’elmo e la spettacolare collocazione scelta da Carlo Scarpa raccontano molto di più di quanto sembri.
Non sappiamo con certezza perché la statua di Cangrande della Scala sorrida. Non esiste una fonte medievale che ci abbia lasciato una spiegazione diretta dell’espressione scelta dallo scultore. Sappiamo però che quel sorriso è tutt’altro che un dettaglio secondario: il Museo di Castelvecchio lo considera ancora oggi uno degli elementi caratterizzanti dell’opera e lo definisce un “sorriso bonario”.
La lettura più prudente è quindi questa: il sorriso contribuisce a mostrare Cangrande non come un defunto immobile, ma come un signore ancora vitale, vittorioso e capace di entrare in relazione con chi lo osserva. È un’interpretazione coerente con l’intera costruzione celebrativa della statua, ma non va trasformata in una certezza che le fonti non consentono.
Perché il sorriso di Cangrande è così insolito?

La prima cosa da ricordare è che la statua nasce all’interno di un monumento funerario.
Cangrande I della Scala morì nel 1329 e la scultura equestre fu realizzata per coronare la sua arca presso la chiesa di Santa Maria Antica, nel complesso delle Arche Scaligere. Oggi l’originale è conservato al Museo di Castelvecchio, mentre sulla tomba si trova una copia.
Ed è proprio qui che nasce l’effetto sorprendente.
Ci si potrebbe aspettare un’immagine solenne, immobile o severa. Invece Cangrande mostra apertamente il volto, sorride e domina il cavallo in una composizione che conserva una forte sensazione di movimento.
Non sembra semplicemente essere stato ricordato.
Sembra essere ancora presente.
Il contrasto diventa ancora più significativo se si considera che nell’arca esistono livelli diversi della rappresentazione del signore: il monumento deve ricordare un uomo morto, ma allo stesso tempo celebrare il potere, la memoria e la fama del governante che aveva trasformato Verona in uno dei principali centri politici dell’Italia settentrionale.
Il sorriso funziona perfettamente dentro questa tensione fra morte e vitalità.
Il sorriso significa che Cangrande ha sconfitto la morte?
È una lettura affascinante, ma bisogna essere precisi.
Alcune interpretazioni successive hanno letto il sorriso come quello del vincitore, arrivando a collegarlo simbolicamente alla vittoria sulla morte. Il problema è che non possediamo un documento dell’autore o della committenza che confermi esplicitamente questo significato.
Perciò è meglio distinguere ciò che vediamo da ciò che interpretiamo.
| Dettaglio | Cosa sappiamo | Cosa possiamo interpretare |
|---|---|---|
| Sorriso | È evidente ed è considerato caratteristico dell’opera | Può suggerire benevolenza, sicurezza e vitalità |
| Monumento funerario | La statua coronava l’arca di Cangrande | Il contrasto con il sorriso rafforza l’immagine di un signore che continua simbolicamente a vivere |
| Figura equestre | Cangrande è rappresentato armato a cavallo | L’immagine celebra il potere militare e politico |
| Cane sull’elmo | Il cane è legato all’araldica e ai nomi della dinastia scaligera | Rafforza immediatamente l’identità del signore |
| Collocazione alta | La statua originariamente dominava l’arca | La visione dal basso rendeva la figura più monumentale |
La distinzione è importante perché permette di apprezzare l’opera senza attribuirle messaggi che non possiamo dimostrare.
Cangrande sembra vivo, non immobile su una tomba

Il sorriso acquista ancora più forza se non lo si osserva isolatamente.
La statua equestre costruisce infatti un’immagine complessiva estremamente dinamica. Il cavaliere non appare irrigidito in una posa puramente cerimoniale e la scultura conserva la sensazione di un’azione appena conclusa o ancora in corso.
Anche le descrizioni storiche dell’opera hanno insistito su questa vitalità. Il risultato è molto diverso dall’idea moderna di una figura funeraria assorta o separata dal mondo dei vivi.
Cangrande continua invece a comportarsi come un protagonista.
È probabilmente questo uno dei motivi per cui il suo sorriso colpisce ancora tanto: non sembra appartenere al volto di una statua funeraria.
Il Museo di Castelvecchio ha costruito proprio attorno a questo carattere uno dei passaggi più riconoscibili del proprio percorso. Nel 2026, per il centenario del museo, il percorso ufficiale “Un museo, una statua. Dall’allestimento del 1926 al Cangrande secondo Carlo Scarpa” dedica una sezione esplicitamente intitolata “Dalla città al Museo: il sorriso di Cangrande a Castelvecchio”. L’iniziativa è visitabile dal 24 aprile 2026 al 10 gennaio 2027.
Perché Cangrande ha un cane sull’elmo?
Qui possiamo essere molto più sicuri.
Il cane non è un semplice elemento decorativo.
L’araldica scaligera utilizzò più volte figure canine come simboli parlanti, cioè immagini che richiamavano direttamente i nomi dei membri della famiglia: Cangrande, Mastino e Cansignorio.
Le fonti sulla sigillografia scaligera documentano sia cani associati allo stemma della scala sia elmi sormontati dal busto di un cane, in alcuni casi alato. Per Cangrande esistono inoltre sigilli nei quali compare il cane accanto allo scudo scaligero.
Il legame con il nome è quindi molto più solido di una semplice somiglianza suggerita a posteriori.
Cangrande significa letteralmente “grande cane”, e la dinastia sfruttò consapevolmente questo gioco fra nome, immagine e identità politica.
L’elmo diventa così una sorta di firma visiva.
Chi osservava il monumento non vedeva soltanto un cavaliere: vedeva immediatamente uno Scaligero.
Dove si trova la statua originale di Cangrande?

La statua che oggi si vede sopra l’Arca di Cangrande alle Arche Scaligere non è l’originale.
L’originale si trova al Museo di Castelvecchio.
Secondo la ricostruzione attualmente proposta dal museo, la scultura fu rimossa dalla sua posizione originaria nel 1909 per ragioni conservative e trasferita nell’atrio del Museo Civico di Palazzo Pompei. Sulla tomba venne collocata una copia. Nel 1926 l’opera arrivò a Castelvecchio.
È una distinzione utile anche per chi sta organizzando un percorso culturale a Verona: per comprendere completamente il monumento bisogna idealmente vedere sia le Arche Scaligere, dove resta il contesto funerario originario, sia Castelvecchio, dove è esposta la scultura autentica.
Esiste inoltre una piccola discrepanza nelle fonti: la scheda del Museo di Castelvecchio su Google Arts & Culture indica il 1911 per la rimozione dell’originale. La documentazione ufficiale utilizzata oggi dal museo per il centenario indica invece il 1909, data che appare quindi preferibile seguire.
Perché Carlo Scarpa mise Cangrande così in alto?
La posizione della statua a Castelvecchio non è casuale.
È uno dei punti centrali dell’intervento realizzato da Carlo Scarpa durante il riallestimento del museo negli anni Sessanta.
Scarpa studiò a lungo dove collocare Cangrande. Secondo il Museo di Castelvecchio, l’architetto scartò diverse soluzioni prima di scegliere il punto attuale, collocato in una zona strategica dove convergono percorsi museali, mura medievali e aperture verso l’esterno.
Soprattutto, Scarpa voleva recuperare un elemento fondamentale della collocazione medievale: Cangrande doveva essere visto anche dal basso.
La statua originariamente si trovava infatti sulla sommità dell’arca funeraria. Portarla semplicemente all’altezza degli occhi avrebbe cambiato radicalmente il rapporto fra cavaliere e osservatore.
Per questo Scarpa progettò uno slanciato supporto in calcestruzzo alto circa sette metri. Intorno costruì passerelle, scale e punti di osservazione che permettono di vedere Cangrande da distanze e altezze differenti.
I disegni conservati nel Catalogo Generale dei Beni Culturali mostrano quanto il problema fosse stato studiato: esistono schizzi e progetti preparatori del 1961-1964 dedicati specificamente al supporto, al basamento, alle passerelle e all’intera area della statua.
Anche uno studio internazionale dedicato alla museografia di Carlo Scarpa sottolinea come il visitatore incontri Cangrande progressivamente, prima da lontano e poi sempre più da vicino. La statua non viene quindi semplicemente esposta: viene scoperta durante il percorso.
Scarpa trasforma così il cavaliere medievale in una presenza quasi teatrale.
Il sorriso cambia a seconda di dove guardiamo la statua

La soluzione di Scarpa rende ancora più efficace proprio il dettaglio da cui siamo partiti.
Da lontano percepiamo soprattutto il cavallo e la monumentalità della figura. Avvicinandoci, cominciamo a leggere l’armatura, l’elmo e la decorazione. Solo da alcuni punti il volto diventa realmente protagonista.
Il sorriso viene quindi rivelato gradualmente.
La scelta museografica moderna amplifica una caratteristica che apparteneva già all’opera medievale: Cangrande non è una figura da osservare frontalmente una sola volta, ma cambia continuamente a seconda del punto di vista.
Il Museo stesso spiega che l’insieme di passerelle e percorsi permette progressivi avvicinamenti fino quasi al contatto fisico con la scultura.
Chi ha scolpito la statua di Cangrande?
Anche sull’autore serve prudenza.
La scheda del Museo di Castelvecchio pubblicata su Google Arts & Culture attribuisce l’opera al Maestro dell’Arca di Mastino II, precisando però che l’identità dello scultore rimane sconosciuta. Fra le ipotesi avanzate dagli studiosi compare il nome di Giovanni di Rigino, ma non esiste un’attribuzione definitivamente accertata.
Anche la datazione non va ridotta a un anno preciso: la scheda museale indica il secondo quarto del XIV secolo, mentre il percorso del centenario parla più genericamente della metà del Trecento.
Quindi è più corretto parlare di scultura trecentesca di autore non definitivamente identificato anziché presentare Giovanni di Rigino come autore certo.
Cangrande, Dante e la costruzione dell’immagine del signore
La statua non racconta soltanto il guerriero.
Cangrande fu uno dei protagonisti politici della Verona medievale e la sua corte è strettamente legata anche alla presenza di Dante Alighieri. Su Arte iCrewPlay abbiamo già raccontato il rapporto tra Dante, l’esilio e la corte di Cangrande, così come il modo in cui la Verona scaligera è entrata nel mito culturale della città tra Dante e Shakespeare.
Questa dimensione aiuta anche a leggere la statua.
Non siamo davanti a un ritratto privato. L’immagine doveva perpetuare la memoria pubblica del signore e inserirlo nella storia della dinastia.
Ecco perché il sorriso è così interessante: all’interno di un’immagine di potere, introduce un carattere umano e immediatamente riconoscibile che ancora oggi distingue Cangrande da molte altre figure monumentali medievali.
Quindi perché Cangrande sorride?

La risposta più corretta è: non lo sappiamo con certezza.
Non esiste una spiegazione medievale documentata che permetta di affermare che il sorriso rappresenti precisamente la vittoria sulla morte, la benevolenza del signore o un altro significato univoco.
Possiamo però osservare che quel sorriso si inserisce in una statua costruita per mostrare Cangrande vitale, autorevole e ancora presente, non semplicemente come un uomo scomparso.
Il cavallo, l’immagine del cavaliere, il cimiero canino e la posizione originariamente elevata collaboravano alla costruzione di questa memoria.
Secoli dopo, Carlo Scarpa comprese perfettamente la forza dell’opera e restituì al cavaliere una posizione dominante.
È forse questo il motivo per cui il sorriso continua a funzionare così bene: Cangrande appartiene a un monumento funerario, ma quando lo incontriamo a Castelvecchio è difficile percepirlo come una figura morta.