Vincent van Gogh copiò alcune stampe giapponesi di Utagawa Hiroshige nel 1887, ma non per nascondere la fonte o presentare quelle composizioni come proprie. Le usò come materiale di studio, ridipingendole a olio e cambiando colori, bordi, segni e intensità.
Il caso più noto è il confronto tra Il giardino dei susini a Kameido di Hiroshige e Pruno in fiore di Van Gogh. La struttura resta riconoscibile, ma l’artista olandese trasforma una xilografia in un’immagine molto più accesa e materica.
Capire questo passaggio aiuta a rispondere alla domanda centrale: perché Van Gogh copiò Hiroshige e cosa imparò dall’arte giapponese?
Van Gogh copiò Hiroshige nel 1887
Durante gli anni parigini Van Gogh entrò in contatto con le stampe ukiyo-e, che circolavano sempre più facilmente sul mercato europeo. Le acquistava, le osservava e le considerava un modo diverso di organizzare spazio, colore e natura.
Nel 1887 passò dall’osservazione alla pratica e realizzò alcune copie dipinte di immagini giapponesi. Tra queste ci sono Pruno in fiore, derivato da Hiroshige, e Ponte sotto la pioggia, costruito a partire da una celebre veduta del ponte Ōhashi.
Il Van Gogh Museum documenta quanto le stampe giapponesi fossero importanti per l’artista e come gli avessero mostrato un modo nuovo di guardare. Non si trattava quindi di un episodio isolato, ma di una fase precisa della sua formazione.
Pruno in fiore: Hiroshige e Van Gogh a confronto

La stampa di Hiroshige mostra un enorme tronco di susino in primo piano. Il ramo attraversa l’immagine e costringe lo sguardo a passare attraverso una struttura che, per un osservatore europeo dell’Ottocento, appariva insolita.
Van Gogh mantiene proprio questa soluzione. Non sposta il grande tronco per rendere la scena più tradizionale e non ricostruisce una prospettiva occidentale. Conserva il taglio audace che lo aveva colpito nell’originale.
Ciò che cambia con maggiore evidenza è il colore. La versione dipinta da Van Gogh è più satura, più contrastata e costruita con una materia pittorica che una xilografia non può avere. La composizione nasce da Hiroshige, ma la superficie parla già il linguaggio di Vincent.
| Elemento | Hiroshige | Van Gogh |
|---|---|---|
| Tecnica | Xilografia policroma | Olio su tela |
| Composizione | Grande tronco tagliato in primo piano | Struttura mantenuta |
| Colori | Campiture controllate | Toni più saturi e contrastati |
| Superficie | Grafica e piatta | Materia pittorica visibile |
| Bordi | Impianto della stampa | Cornice decorativa aggiunta |
| Caratteri | Testo leggibile nel contesto originale | Segni usati anche come elemento visivo |
Perché Van Gogh copiava le stampe giapponesi?
Copiare un’opera per studiarla era una pratica normale nella formazione artistica. Van Gogh usò le stampe giapponesi nello stesso modo in cui un pittore poteva confrontarsi con un maestro del passato: attraverso la ripetizione cercava di capire come funzionasse l’immagine.
Nel caso di Hiroshige, gli interessavano soprattutto le inquadrature, i grandi elementi in primo piano, la riduzione della profondità, i contorni netti e la capacità di raccontare pioggia, neve, alberi e stagioni con pochi segni molto riconoscibili.
La differenza rispetto a una replica meccanica è visibile nel risultato. Van Gogh conserva la struttura, ma forza il colore e modifica il ritmo della superficie. Il quadro non tenta di sembrare una xilografia autentica.
Cinque cose che Van Gogh imparò dall’arte giapponese
1. Tagli compositivi insoliti
Le stampe potevano mostrare alberi interrotti dal bordo, figure parzialmente escluse dalla scena o oggetti enormi in primo piano. Van Gogh fece propria questa libertà e iniziò a costruire immagini meno dipendenti dalla composizione accademica.
2. Spazio più piatto
La prospettiva rinascimentale non era l’unico modo possibile per dare ordine a un paesaggio. Le stampe giapponesi gli mostravano sovrapposizioni, piani e punti di vista capaci di funzionare senza costruire una profondità tradizionale.
3. Colori usati in modo più libero
Van Gogh non cercò di riprodurre con precisione i colori naturali. Nei dipinti ispirati alle stampe li rese più intensi, trasformando rossi, verdi, gialli e blu in elementi capaci di sostenere l’intera composizione.
4. Contorni più evidenti
Le forme nette della xilografia offrivano un’alternativa alla pittura tonale. Nelle opere successive di Van Gogh, linee, bordi e pennellate diventano parte essenziale della riconoscibilità del soggetto.
5. Un altro modo di guardare la natura
Hiroshige poteva trasformare un ramo, un acquazzone o una strada innevata nel centro visivo di una scena. Questa attenzione per i fenomeni semplici della natura colpì profondamente Van Gogh, che continuò a osservare alberi, fiori e campi con crescente intensità.
Ponte sotto la pioggia: cosa cambiò Van Gogh

Nel dipinto noto come Ponte sotto la pioggia, Van Gogh riprende una stampa di Hiroshige dedicata al ponte Ōhashi durante un acquazzone. Le diagonali della pioggia, il ponte e le piccole figure in movimento restano immediatamente riconoscibili.
Vincent accentua però i contrasti e aggiunge una cornice con caratteri giapponesi. Il risultato non è una traduzione neutra. L’immagine viene trasformata in un oggetto pittorico più acceso, decorativo e personale.
I caratteri giapponesi di Van Gogh cosa significano?
Questo dettaglio genera spesso curiosità perché nelle copie di Van Gogh compaiono scritte lungo i bordi. Non vanno lette come una semplice trascrizione del testo presente nella stampa di partenza.
Secondo la documentazione del Van Gogh Museum, l’artista prese caratteri anche da altre stampe e li utilizzò come parte dell’effetto visivo. Il loro valore, per lui, era anche grafico: contribuivano a costruire l’idea di un’immagine giapponese vista attraverso gli occhi di un europeo.
Cos’è il Japonisme e perché conta per Van Gogh?
La passione europea per l’arte e gli oggetti giapponesi dell’Ottocento viene indicata con il termine Japonisme. A Parigi stampe, ceramiche, tessuti e oggetti decorativi circolavano tra collezionisti, mercanti e artisti.
Van Gogh non fu l’unico a subirne il fascino. Monet, Degas, Toulouse-Lautrec e altri protagonisti della modernità guardarono al Giappone per trovare alternative alla tradizione occidentale. Per orientarsi tra autori e immagini, sul sito trovi anche l’approfondimento sui dipinti e le stampe giapponesi più famose, da Hokusai a Hiroshige.
L’influenza giapponese continuò anche ad Arles
Quando lasciò Parigi per Arles nel 1888, Van Gogh non smise di pensare al Giappone. Cercava nel sud della Francia luce, colori e natura capaci di avvicinarsi all’immagine ideale che si era costruito osservando le stampe.
Non serviva più copiare direttamente Hiroshige. Tagli ravvicinati, campiture cromatiche, orizzonti insoliti e attenzione per alberi e fiori erano ormai entrati nel suo linguaggio. La lezione giapponese era stata assimilata.
Nello stesso periodo Van Gogh cercò anche un’identità personale sempre più netta, fino a scegliere spesso di firmarsi soltanto con il nome. Il significato di quella scelta è approfondito nell’articolo su perché Van Gogh firmava “Vincent”.
Copia o plagio? Perché il caso Hiroshige è diverso
Definire queste opere un plagio porta fuori strada. Van Gogh non cercava di attribuirsi l’invenzione della composizione e non mascherava il riferimento giapponese. Il punto era studiare attraverso la copia e poi trasformare ciò che aveva imparato.
È proprio il confronto diretto a rendere il caso così utile. Guardando Hiroshige accanto a Van Gogh si vede quali elementi Vincent decise di mantenere e quali portò verso il proprio linguaggio: il colore diventa più aggressivo, la materia più evidente, il bordo una parte attiva dell’opera.
Hiroshige aiutò Van Gogh a diventare più riconoscibile
Il paradosso è che Van Gogh trovò una parte della propria originalità studiando immagini create da altri. Le stampe giapponesi gli mostrarono che una scena poteva essere tagliata in modo inatteso, che il colore poteva allontanarsi dalla realtà e che un elemento naturale poteva dominare l’intera composizione.
Per questo il rapporto tra Van Gogh e Hiroshige non si esaurisce nelle copie del 1887. Quelle opere rappresentano il momento in cui un linguaggio osservato dall’esterno diventa uno strumento personale.
Van Gogh copiò Hiroshige per capire come funzionavano quelle immagini. Poi smise di copiarle perché alcune delle loro idee erano ormai entrate nel suo modo di dipingere.