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Sammarzano: uno spettacolo per raccontare il caporalato

All'Arena Kismet, in scena lo spettacolo che racconta la piaga del caporalato: Sammarzano, finalista del Premio Scenario 2019

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Caro iCrewer, nuovo appuntamento per la rassegna Speciale Puglia sotto le stelleUn doppio appuntamento ci accompagna, di nuovo, una riflessione profonda e mai scontata. Con lo spettacolo Sammarzano, la rassegna ci fa entrare in un mondo fatto di speranze, sogni, ma anche rabbia e paura.

Gli spettacoli sono previsti per venerdì 6 agosto e sabato 7 agosto, ore 21, all’Arena Kismet – Strada San Giorgio martire 22/F.

Immigrazione e caporalato approdano all’Arena Kismet con Sammarzano

sammarzano È difficile spiegare certi temi e certe realtà, ma è necessario farlo con tutti i mezzi possibili. Ed il teatro riesce ad arrivare in forma immediata e riflessiva. Attraverso lo spettacolo, diretto da Ivano Picciallo, Sammarzano, possiamo capire cos’è il caporalato e cosa comporta.

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento della manodopera, dove degli intermediari, appunto i caporali, assumono personale per conto dell’imprenditore dietro una tangente. La letteratura è piena di esempi e di storie reali, che spesso finiscono in maniere pessime e cruenti.

E non può essere trascurato un tema così diffuso e delle storie troppo spesso nascoste. Sono molte le storie che parlano di immigrazione e di sofferenza. La ricerca di un posto tranquillo dove poter lavorare e trovare pace, per molte persone, si è trasformata in una condanna ad atroci sofferenze ed inutili pregiudizi, ed in alcuni casi una strada diretta verso la morte.

È un tema molto delicato, quello del caporalato, ma in Sammarzano viene raccontato tutto attraverso Dino, il protagonista e filtro tra la realtà e l’immaginario. La trama dello spettacolo:

Un paese del sud Italia. Immense campagne all’orizzonte. Sotto il sole cocente d’agosto dei vecchi in piazza si lamentano della vita. Dino, lo scemo del villaggio, è la voce fuori dal coro in un paese dove un sindaco corrotto vuole far regnare il silenzio. A pochi chilometri la campagna.

Dino è figlio di un caporale, ha perso la mamma da qualche anno e cerca in ogni modo un rapporto col padre, uomo tropo burbero e impegnato con il lavoro. Dice che da grande vuole fare l’immigrato per avvicinarsi al padre.

Sammarzano racconta il viaggio di Dino alla scoperta della campagna, aprendo una finestra sul “Gran Ghetto”, la più grande baraccopoli d’Italia, che ospita più di tremila immigrati reclutati per la raccolta di pomodori. Personaggi grotteschi portano allo scoperto, con ironia, le contraddizioni e la tragicità di una realtà invisibile.

Lo spettacolo è diretto da Ivano Picciallo, aiuto regia Marta Franceschelli, con Giuseppe Innocente, Ivano Picciallo, Francesco Zàccaro, Adelaide di Bitonto. Per le luci Camilla Piccioni, i costumi sono di Lorena Curti, maschere Officine Zorba, foto e grafica Manuela Giusto. È stato realizzato con il sostegno di I Nuovi Scalzi,  Nuovo Cinema Palazzo, Iac Malmand Teatro.

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Perché scegliere il tema del caporalato?

La scelta di raccontare questa realtà nasce da un’urgenza sociale e culturale, una riflessione circa il mondo che si muove intorno a quella che è una vera e propria città invisibile. Per noi è importante portare alla ribalta questa verità e offrire al pubblico un punto di vista per leggere il fenomeno delle migrazioni e dell’accoglienza attraverso un’altra lente.

Nello spazio scenico, una sequenza di quadri riflettono una realtà di paese e tentano di ricrearla. Un dinamismo perpetuo di immagini che si rincorrono e si susseguono prepara il terreno dove Dino potrà vagare liberamente cambiando e deformando i personaggi attraverso il suo sguardo

Diventare immigrato è il sogno di Dino. E lo fa calzando una maschera. Da qui nasce il tentativo di cercare una forma di linguaggio possibile in cui l’attore dichiaratamente gioca ad interpretare un personaggio mascherandosi. Con un particolare lavoro sulle fisicità dei personaggi, e sull’uso delle maschere di commedia dell’arte, scardiniamo il codice tradizionale creando un cortocircuito mirato a decontestualizzare la maschera di commedia dalla commedia stessa.

Potremmo infatti definire Dino un Arlecchino nuovo, contemporaneo. Chi ha la maschera è un immigrato, un diverso, e Dino è un diverso tra i diversi.

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