Il 2 luglio 2002 l’avventuriero statunitense Steve Fossett ha scritto una pagina indelebile nella storia dell’aviazione mondiale. Atterrando con successo nel deserto australiano, l’esploratore ha completato la prima circumnavigazione del globo in mongolfiera in solitaria e senza scalo, un’impresa epica tentata in precedenza per ben cinque volte e sempre fallita a causa di imprevisti tecnici o condizioni meteorologiche proibitive.

Steve Fossett e il viaggio in mongolfiera
A bordo del suo iconico pallone Spirit of Freedom, Fossett ha viaggiato per oltre tredici giorni consecutivi sospeso nel cielo, coprendo una distanza straordinaria superiore ai trentatremila chilometri e affrontando temperature gelide, correnti d’aria estreme e la costante privazione del sonno in una capsula minuscola e non pressurizzata.
Questa incredibile impresa in solitaria è giunta tre anni dopo un altro storico traguardo della navigazione aerea, ovvero la primissima circumnavigazione terrestre in mongolfiera compiuta nel millenovecentonovantanove da Bertrand Piccard e Brian Jones, i quali avevano però volato in coppia a bordo del Breitling Orbiter 3. L’impresa di Steve Fossett non ha soltanto ridefinito i limiti della resistenza umana e psicologica, ma ha anche dimostrato l’eccezionale evoluzione della tecnologia dei materiali e della meteorologia applicata al volo d’alta quota, consolidando la fama dell’audace miliardario americano come uno dei più grandi pionieri e cacciatori di record dell’era moderna.

La capsula dello Spirit of Freedom era una vera e propria cellula di sopravvivenza progettata per resistere a condizioni ambientali estreme. Costruita interamente in kevlar e fibra di carbonio per garantire la massima leggerezza, misurava appena poco più di due metri di lunghezza per un metro e mezzo di altezza.
Al suo interno, Steve Fossett non poteva stare in piedi e doveva convivere con uno spazio vitale ridottissimo, occupato quasi interamente da sofisticate apparecchiature di navigazione satellitare, radiofoniche e meteorologiche. Poiché l’abitacolo non era pressurizzato, per sopravvivere alle quote elevate, spesso superiori agli ottomila metri, l’esploratore doveva respirare costantemente utilizzando un sistema di ossigeno supplementare, affrontando temperature interne che scendevano frequentemente sotto lo zero nonostante l’isolamento termico.
Per quanto riguarda la propulsione e il sostentamento in aria, il veicolo utilizzava un sistema ibrido chiamato pallone di Rozière. Questa tecnologia combinava una grande cella centrale riempita di elio, che forniva la spinta di galleggiamento primaria e costante, con una camera d’aria inferiore riscaldata da bruciatori a propano.
Durante il giorno, il calore del sole riscaldava l’elio facendolo espandere e aumentare la spinta, mentre di notte, con il crollo delle temperature, Fossett doveva accendere i bruciatori per riscaldare l’aria e impedire al pallone di perdere quota. Questo delicato equilibrio permetteva di risparmiare enormi quantità di combustibile rispetto a una mongolfiera tradizionale, consentendo un’autonomia di volo straordinaria, sufficiente per completare l’intero giro del pianeta sfruttando le correnti a getto ad alta quota.

Ne è valsa la pena mettere in atto e terminare questa impresa?
Fare il giro del mondo senza goderne le meraviglie, in condizioni estreme, nutrendo l’egoismo solo grazie allo status quo e alle tecnologie odierne; un’impresa del genere può sembrare un azzardo privo di un reale beneficio pratico, guidato più dall’ambizione personale e dalle disponibilità economiche che da una vera utilità per la collettività.
In effetti, queste grandi sfide si basano su presupposti ben precisi che generano spesso pareri opposti. Il ruolo della ricchezza e della tecnologia è innegabile, Steve Fossett, essendo un broker milionario, ha potuto finanziare i suoi cinque tentativi falliti e il sesto record grazie a risorse economiche immense. Senza i moderni sistemi satellitari, i materiali ultraleggeri e i supercomputer per le previsioni meteo, un volo del genere sarebbe stato semplicemente impossibile. Non si è trattato solo di coraggio, ma anche di un enorme investimento tecnologico e finanziario.
La percezione del viaggio e il concetto di godersi il viaggio in questo contesto svanisce completamente. Non c’era spazio per ammirare il paesaggio, dato che Fossett viveva recluso in una cabina gelida, dormendo solo pochi minuti a fila e affrontando un forte stress psicologico. Per questi esploratori, la gratificazione non risiede nel relax o nella scoperta culturale, ma nel superamento di un limite umano e tecnico precedentemente ritenuto invalicabile.
L’idea di chiudersi volontariamente in un contenitore di metallo e kevlar per giorni, senza poter guardare fuori o vivere il viaggio, evidenzia proprio l’assurdità e l’artificiosità dell’impresa.
L’impatto e il rischio, il consumo di propano e risorse per un obiettivo puramente celebrativo, unito al rischio di spingere i soccorsi a manovre pericolose in caso di incidente, alimenta i dubbi sulla reale intelligenza o etica di tali operazioni. D’altro canto, chi difende queste imprese sottolinea che i test estremi sui materiali e sulla gestione delle correnti aeree hanno poi trovato applicazioni utili nella meteorologia e nell’aviazione civile.
Da un lato la ricerca del record fine a se stessa, resa possibile dal privilegio economico, e dall’altro la razionalità di chi vede in tutto questo un rischio inutile e un dispendio superfluo di risorse.