Un uomo ci guarda con un’espressione ferma, quasi severa. Indossa un copricapo rosso avvolto sulla testa e sembra fissare chi osserva il dipinto senza alcuna esitazione. È uno dei volti più celebri della pittura fiamminga del Quattrocento e viene spesso presentato semplicemente come l’autoritratto di Jan van Eyck.
Ma possiamo esserne certi?
La risposta più corretta è: no, non esiste una prova documentaria definitiva che identifichi l’uomo come Jan van Eyck. La National Gallery di Londra, che conserva il dipinto, utilizza infatti ancora il titolo prudente Portrait of a Man (Self Portrait?). Allo stesso tempo, il museo considera ormai quasi certo che il volto sia quello dell’artista.
A rendere l’ipotesi particolarmente convincente sono una serie di indizi: lo sguardo insolito del soggetto, la posizione del volto, il celebre motto personale “Als Ich Can”, la firma sulla cornice e il carattere quasi dimostrativo della pittura.
Chi è l’uomo col turbante rosso?

Il dipinto fu realizzato nel 1433 ed è oggi conservato alla National Gallery di Londra.
Il titolo con cui è diventato famoso in italiano, Uomo col turbante rosso, può però trarre in inganno.
Quello sulla testa del personaggio non è propriamente un turbante, ma un chaperon, un copricapo maschile alla moda nel XV secolo. Van Eyck lo rappresenta con il tessuto raccolto e avvolto sulla testa, creando una massa di pieghe rosse fortemente illuminate.
Il contrasto tra il rosso brillante del copricapo, il volto e lo sfondo quasi nero rende l’immagine immediatamente riconoscibile.
Ma l’identità dell’uomo non è scritta da nessuna parte.
| Elemento | Cosa sappiamo | Cosa suggerisce |
|---|---|---|
| Data | 21 ottobre 1433 | Opera realizzata durante la piena maturità di Van Eyck |
| Firma | Van Eyck dichiara di aver realizzato il dipinto | Attribuzione certa |
| Motto “Als Ich Can” | Motto personale dell’artista | Forte indizio autobiografico |
| Sguardo diretto | Il soggetto guarda intensamente verso l’esterno | Potrebbe riflettere l’uso di uno specchio |
| Identità del soggetto | Non documentata | Probabilmente Jan van Eyck |
| Copricapo | Chaperon rosso | Compatibile con lo status sociale dell’artista |
Perché si pensa che sia un autoritratto?
La National Gallery definisce il soggetto “quasi certamente” Jan van Eyck.
La prima ragione è il modo in cui l’uomo guarda.
Il volto è leggermente proteso in avanti e gli occhi sembrano concentrarsi con estrema attenzione sull’osservatore. Secondo il museo, questa posizione potrebbe essere compatibile con un artista che si osserva allo specchio mentre dipinge il proprio volto.
C’è anche un dettaglio particolarmente sottile.
Gli occhi sembrano guardare in direzioni leggermente differenti. La National Gallery suggerisce che questo possa dipendere proprio dal processo di autorappresentazione: Van Eyck avrebbe dovuto concentrarsi alternativamente su ciascun occhio riflesso nello specchio.
Non è una prova.
Ma è un indizio molto interessante.
“Als Ich Can”: cosa significa il motto di Van Eyck?
La cornice originale contiene uno degli elementi più importanti per identificare il soggetto.
Nella parte superiore compare infatti la frase:
Als Ich Can
È il motto personale di Jan van Eyck.
La National Gallery lo interpreta come un’abbreviazione di un’espressione fiamminga traducibile approssimativamente con “come posso” o “al meglio delle mie possibilità”. Ma contiene anche un gioco linguistico tra Ich ed Eyck, il cognome dell’artista.
Non era una frase utilizzata casualmente.
Van Eyck inserì il motto anche in altre opere, compreso il ritratto della moglie Margaret. Tuttavia, nel Portrait of a Man compare in maniera particolarmente evidente, quasi ostentata.
Ed è proprio questa evidenza a rendere forte l’ipotesi dell’autoritratto.
Se Van Eyck stava semplicemente dipingendo un cliente, perché collocare il proprio motto personale in una posizione così importante?
Cosa c’è scritto sulla cornice?

La parte inferiore della cornice presenta un’altra iscrizione fondamentale.
Van Eyck scrive in latino abbreviato che Jan van Eyck realizzò l’opera il 21 ottobre 1433.
Quindi abbiamo tre elementi certi:
- l’autore è Jan van Eyck;
- l’opera è datata con precisione;
- compare il motto personale dell’artista.
Quello che manca è soltanto una frase del tipo:
“Questo sono io.”
Ed è proprio l’assenza di un’identificazione esplicita a impedire di trasformare l’ipotesi in certezza assoluta.
Perché il fatto che non ci sia un nome è importante?
Nei ritratti di Van Eyck potevano comparire iscrizioni capaci di identificare o caratterizzare il soggetto.
Qui invece il nome dell’uomo non appare.
Sulla cornice troviamo l’artista, la data e il motto dell’artista, ma nessuna informazione sul personaggio raffigurato.
Per questo il dipinto appare quasi come una dichiarazione personale.
La National Gallery sottolinea inoltre che non sopravvive nessun altro ritratto certo di Jan van Eyck con cui confrontare il volto.
È il punto debole dell’identificazione.
Non possiamo dire: “sappiamo che Van Eyck aveva questo aspetto e quindi è lui”.
Possiamo soltanto mettere insieme gli indizi.
Fatto, indizio o interpretazione?
Per questo quadro è utile distinguere con precisione ciò che sappiamo da ciò che deduciamo.
Fatti documentati:
- il dipinto è di Jan van Eyck;
- è datato 21 ottobre 1433;
- conserva la cornice originale;
- sulla cornice compare il motto Als Ich Can;
- il motto era personale dell’artista.
Indizi:
- il soggetto guarda con un’intensità compatibile con l’osservazione allo specchio;
- il motto è particolarmente evidente;
- l’abbigliamento è compatibile con lo status sociale di Van Eyck;
- il dipinto sembra costruito come una dimostrazione delle capacità tecniche dell’artista.
Interpretazione:
- l’uomo sarebbe Jan van Eyck stesso.
È un’interpretazione molto convincente, ma resta un’interpretazione.
Il copricapo rosso può dirci qualcosa sull’identità?

Anche l’abbigliamento contribuisce all’ipotesi.
Il soggetto veste come un uomo benestante, ma non come un membro dell’alta nobiltà.
Era una condizione compatibile con quella di Van Eyck, che lavorava come pittore di corte per Filippo il Buono, duca di Borgogna, ricevendo uno stipendio importante.
Il grande chaperon rosso non serve quindi a mostrare un titolo aristocratico.
È piuttosto il segno di una persona socialmente affermata.
Van Eyck lo era.
Perché lo sguardo sembra così moderno?
È probabilmente il dettaglio che rende il dipinto più impressionante ancora oggi.
L’uomo non guarda lateralmente.
Non sembra assorto.
Non osserva qualcosa fuori dalla scena.
Guarda noi.
O, se l’ipotesi dell’autoritratto è corretta, Van Eyck guardava se stesso.
Il volto occupa gran parte della tavola. Le rughe, i pori, i piccoli segni della pelle e i capillari degli occhi vengono dipinti con un’attenzione quasi spietata.
Non c’è idealizzazione.
L’uomo appare intelligente, vigile, forse stanco.
La pittura fiamminga del Quattrocento stava portando il ritratto verso una precisione e un’intensità psicologica nuove, e Van Eyck ne fu uno dei protagonisti più importanti.
Van Eyck voleva mostrare quanto era bravo?
È impossibile sapere quale fosse esattamente l’intenzione dell’artista, ma il quadro può essere letto anche come una sorta di dimostrazione professionale.
Osserviamo il copricapo.
Le pieghe rosse contengono zone di ombra profondissima e improvvisi riflessi di luce. Van Eyck riesce a far percepire il peso e la consistenza del tessuto attraverso minime variazioni cromatiche.
Poi arriva la pelle.
Le rughe non vengono semplificate.
Gli occhi sono lucidi.
La barba appena accennata modifica la superficie del volto.
Persino il contrasto tra la pelle e lo sfondo sembra studiato per far emergere ogni dettaglio.
Se il dipinto fosse davvero un autoritratto, Van Eyck non starebbe soltanto mostrando il proprio volto.
Starebbe mostrando cosa era capace di fare con la pittura.
Jan van Eyck ha inventato la pittura a olio?
Qui serve sfatare una delle leggende più resistenti della storia dell’arte.
No, Jan van Eyck non inventò la pittura a olio.
Gli artisti utilizzavano oli come leganti molto prima del Quattrocento. La stessa National Gallery ricorda che la pittura a olio su tavola esisteva già da secoli; ciò che cambiò nel XV secolo fu il livello di raffinatezza raggiunto dai pittori dei Paesi Bassi.
Van Eyck fu però eccezionale nello sfruttarne le possibilità.
Attraverso strati sottili, trasparenze e velature poteva ottenere:
- passaggi di luce estremamente delicati;
- superfici lucide;
- dettagli microscopici;
- profonde variazioni di colore;
- una resa convincente della pelle e dei tessuti.
Per questo, nei secoli successivi, nacque la leggenda secondo cui fosse stato proprio lui a “inventare” la pittura a olio.
In realtà sarebbe più corretto dire che Van Eyck portò questa tecnica a un livello straordinario di sofisticazione.
Cosa collega questo ritratto ai Coniugi Arnolfini?

Soltanto un anno dopo, nel 1434, Van Eyck firmò uno dei dipinti più celebri della storia dell’arte: il Ritratto dei coniugi Arnolfini.
Anche lì troviamo alcuni elementi caratteristici:
- precisione estrema;
- superfici minuziosamente descritte;
- iscrizioni;
- attenzione quasi ossessiva alla luce;
- identità dei personaggi che ha generato discussioni per secoli.
Su Arte iCrewPlay abbiamo già approfondito i misteri e i simboli dei Coniugi Arnolfini, un’opera che mostra bene quanto sia difficile separare nei quadri di Van Eyck ciò che è documentato dalle interpretazioni successive.
Lo stesso principio vale per l’Uomo col turbante rosso.
Perché Van Eyck firmava le sue opere?
Nel Quattrocento la firma di un pittore non aveva ancora la funzione sistematica che avrebbe assunto nei secoli successivi.
Van Eyck, invece, attribuì grande importanza alla propria identità artistica.
Sono sopravvissute nove opere con la sua firma, comprese il Léal Souvenir, il possibile autoritratto, gli Arnolfini, il ritratto di Jan de Leeuw e quello della moglie Margaret.
L’uso del motto personale rafforza ulteriormente questa costruzione dell’artista come individuo riconoscibile.
Non più soltanto un artigiano anonimo.
Ma Jan van Eyck, pittore dotato di uno stile, di una reputazione e persino di un motto.
Quindi l’Uomo col turbante rosso è Jan van Eyck?
La conclusione più corretta resta quella della National Gallery:
molto probabilmente sì.
Il dipinto possiede troppi elementi personali perché l’ipotesi possa essere liquidata come semplice suggestione.
Il motto Als Ich Can.
La firma.
L’assenza del nome di un committente.
Lo sguardo insolito.
La posizione del volto.
L’abbigliamento compatibile con la condizione sociale del pittore.
La natura quasi dimostrativa della tecnica.
Tutto punta verso Jan van Eyck.
Ma manca la prova definitiva.
Ed è proprio per questo che il titolo ufficiale continua ad avere un punto interrogativo: Portrait of a Man (Self Portrait?).
Forse è Van Eyck.
Probabilmente lo è.
Ma dopo quasi sei secoli, l’uomo con il copricapo rosso continua ancora a guardarci senza dirci esplicitamente il suo nome.