La Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer non aveva in origine lo sfondo nero uniforme che vediamo oggi: le indagini scientifiche del Mauritshuis hanno individuato le tracce di una tenda verde, con pieghe appena distinguibili. Non è una nuova attribuzione né una scoperta del 2026: i risultati furono annunciati nel 2020 dopo le analisi condotte nel 2018. La storia racconta come il tempo possa cambiare il nostro modo di vedere un capolavoro.
Il sipario verde che oggi non si vede più
Nel dipinto realizzato intorno al 1665, il volto della giovane emerge da un fondo che oggi appare quasi nero. Le immagini scientifiche hanno però restituito variazioni cromatiche e linee diagonali nella zona superiore destra, compatibili con le pieghe di una tenda verde. Il museo spiega che il colore traslucido ha subito trasformazioni fisiche e chimiche nei secoli, facendo perdere leggibilità allo sfondo originale. Non significa che sia stata materialmente ritrovata una tenda dietro alla tela: si tratta della ricostruzione di un elemento pittorico attraverso le tracce rimaste.
La ragazza aveva anche le ciglia?
Sì: microanalisi e scansioni a fluorescenza di raggi X hanno identificato piccoli peli dipinti intorno agli occhi, invisibili a una normale osservazione dell’opera. Questa scoperta modifica un’impressione diffusa: il volto, apparentemente idealizzato e privo di dettagli minuti, fu costruito con osservazioni più sottili di quanto lasci supporre la superficie visibile oggi. Le indagini non hanno invece rivelato l’identità della modella.
Che cosa è cambiato mentre Vermeer dipingeva?
Le analisi hanno mostrato ripensamenti nella posizione dell’orecchio, nel bordo superiore del copricapo e nella parte posteriore del collo. Le immagini infrarosse hanno restituito anche pennellate larghe negli strati preparatori bruni e neri. È una prova concreta del processo di costruzione dell’immagine: la composizione non fu semplicemente trasferita sulla tela in una sola soluzione definitiva.
La perla è davvero una perla?
La celebre gemma è resa con pochissimi tocchi chiari, traslucidi e opachi, senza rappresentare nel dettaglio un gioiello. Il gancio che dovrebbe sospenderla all’orecchio non compare. Per questo il dipinto è una dimostrazione di quanto Vermeer potesse suggerire materiali e riflessi con risorse minime. Non è però una prova conclusiva che l’oggetto fosse una specifica perla naturale: l’effetto pittorico è più documentabile dell’identificazione materiale del monile.
Come sappiamo tutto questo?
Il progetto Girl in the Spotlight, coordinato dalla restauratrice e ricercatrice Abbie Vandivere per il Mauritshuis, ha combinato scansioni non invasive, microscopia digitale e studio dei campioni pittorici. Il resoconto ufficiale del Mauritshuis distingue le tracce tecniche misurate dalle conclusioni interpretative. Il museo conserva il dipinto all’Aia.
Perché questa storia cambia il nostro sguardo
Lo sfondo oggi scuro tende a far apparire la figura sospesa fuori dal tempo. Immaginare il drappo verde ricostruito dagli studiosi non aggiunge una nuova leggenda: invita a riconoscere che anche un’opera famosissima può non apparire più esattamente come quando uscì dallo studio dell’artista. Per conoscere il pittore attraverso un’altra opera si può leggere l’approfondimento su La veduta di Delft e la questione dell’ora; sul versante dei pigmenti è utile la guida al blu oltremare e al lapislazzuli, materia che Vermeer utilizzò in modo particolarmente ricco nel copricapo della giovane.




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