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Lettura: Accadde oggi 16 aprile 1914, a Siracusa esordisce la prima edizione: Agamennone di Eschilo
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Accadde oggiRubriche

Accadde oggi 16 aprile 1914, a Siracusa esordisce la prima edizione: Agamennone di Eschilo

Rappresentazioni classiche al teatro greco, organizzate dall'Istituto nazionale del dramma antico

Isotta Franci 2 mesi fa Commenta! 6
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Il 16 aprile 1914 segna una data storica per il teatro italiano: l’esordio della prima edizione delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa con l’Agamennone di Eschilo. Questa edizione viene considerata la prima assoluta del Ciclo di Rappresentazioni Classiche, dando il via alla prestigiosa tradizione dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico).

L’Iniziativa fu ideata dal Conte Mario Tommaso Gargallo per riaccendere la magia del dramma antico nella cornice originale, mentre l’opera Agamennone di Eschilo ebbe la traduzione, regia e musiche da Ettore Romagnoli. Il Teatro Greco di Siracusa tornò a ospitare la tragedia dopo secoli.

Agamennone di eschilo, 1914

Agamennone di Eschilo

L’Agamennone di Eschilo racconta il ritorno trionfale del re di Argo dopo la vittoria nella guerra di Troia. Ad attenderlo nel palazzo c’è la moglie Clitennestra, che cova un odio profondo per il sacrificio della figlia Ifigenia, compiuto dal re dieci anni prima per propiziarsi la partenza delle navi.

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Il sovrano giunge accompagnato dalla sua schiava e concubina Cassandra, la profetessa condannata a non essere mai creduta. Nonostante i suoi oscuri presagi, Agamennone entra nel palazzo calpestando i preziosi drappi color porpora che la moglie ha steso per onorarlo, un gesto di superbia che attira l’ira divina.

Nell’ombra Clitennestra, con l’aiuto dell’amante Egisto, mette in atto la sua vendetta: intrappola il marito in una veste a rete mentre fa il bagno e lo uccide a colpi di scure. La tragedia si conclude con la regina che rivendica l’omicidio davanti al popolo, mentre Cassandra viene a sua volta trucidata, lasciando la città di Argo sotto il dominio di una nuova e sanguinaria tirannia.

Libretto, foto dei costumi

La tragedia greca si configura come un’esperienza rituale e civile profonda, dove l’intera comunità si riunisce per assistere alla caduta di un eroe e riflettere sui grandi dilemmi dell’etica e del destino. Il cuore di questo genere è la catarsi, ovvero la purificazione delle passioni che lo spettatore sperimenta provando terrore e pietà per le sventure messe in scena. Non si tratta di semplice intrattenimento, ma di un processo educativo e spirituale in cui l’uomo si confronta con il limite dei propri desideri di fronte alla volontà divina.

Nell’Agamennone di Eschilo contiene esattamente questa caratteristiche. Esse si manifestano attraverso il concetto della sofferenza e della comprensione. L’opera, infatti, è dominata dalla colpa ereditaria che grava sulla stirpe dei Pelopidi, una maledizione che trasforma ogni atto di giustizia in un nuovo spargimento di sangue, alimentando una catena infinita di vendette. La figura del protagonista incarna perfettamente la tracotanza, quel superamento del limite umano che attira inevitabilmente la rovina quando il re accetta di calpestare i drappi sacri, compiendo un gesto di sfida verso gli dèi.

1914, bruno puozzo, costumi

Il coro dei vecchi Argivi sostiene l’intera architettura drammatica, agendo come una coscienza collettiva che interpreta i segni del passato e le ombre del futuro. Attraverso le sue riflessioni, Eschilo chiarisce che il dolore non è una punizione fine a se stessa, ma l’unico strumento di conoscenza concesso ai mortali per decifrare l’ordine oscuro dell’universo. La tragedia si trasforma così in una riflessione spietata sulla fragilità del potere e sulla difficoltà di distinguere tra il diritto alla punizione e la colpa dell’assassinio.

Il successo dello spettacolo fu enorme, tutti i giornali nazionali ed esteri scrissero parole di elogio, tra questi i critici come Renato Simoni, Silvio D’Amico ed Eduardo Scarfoglio. Purtroppo La Grande Guerra (1914-18) interruppe l’iniziativa e per il II ciclo di spettacoli si dovette attendere il 1921 con la rappresentazione delle Coefore di Eschilo.

Clitennestra rappresenta una rottura radicale rispetto al canone della donna greca ideale, cioè sottomessa e silenziosa. In questa tragedia, Eschilo le attribuisce un cuore dal virile consiglio, dotandola di un’intelligenza strategica e di una determinazione che solitamente appartenevano solo agli eroi maschi. Non è una vittima passiva del destino, ma l’architetto consapevole di una vendetta meticolosa, capace di manipolare il linguaggio e le emozioni per attirare il marito in una trappola mortale.

La sua complessità risiede nel fatto che le sue ragioni non sono puramente malvage, ma radicate nel dolore materno per il sacrificio della figlia Ifigenia. Rivendicando il diritto di punire Agamennone, Clitennestra si trasforma in una sorta di demone vendicatore che agisce in nome di una giustizia arcaica e sanguinaria. La sua figura rompe gli schemi, non mostra né rimorso né timore, ma si presenta sulla scena con l’arma ancora insanguinata, rivendicando con orgoglio l’omicidio come un atto di purificazione della casa.

Questa sua forza e autonomia spaventarono il coro e il pubblico dell’epoca, poiché Clitennestra sovverte l’ordine sociale e familiare, prendendo il comando della città insieme all’amante Egisto. Ella incarna la paura ancestrale della società patriarcale greca verso il potere femminile fuori controllo, diventando il simbolo di una giustizia che, pur avendo radici legittime nel dolore, genera solo una nuova e più cupa tirannia.

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