La Grande Onda di Kanagawa di Katsushika Hokusai è diventata uno dei simboli più riconoscibili dell’arte giapponese. Eppure uno degli elementi che contribuiscono maggiormente alla sua forza visiva nasconde una storia sorprendentemente internazionale: quel blu intenso deve molto al blu di Prussia, un pigmento sintetico nato in Europa e arrivato in Giappone attraverso gli scambi commerciali.
La storia, però, è ancora più interessante di quanto sembri. Hokusai e gli artigiani che realizzarono le stampe della serie non abbandonarono semplicemente i colori tradizionali per sostituirli con il nuovo pigmento occidentale. Le analisi condotte sulle copie della Grande Onda mostrano infatti un uso articolato di blu di Prussia e indaco, combinati per creare profondità, contrasti e sfumature.
È uno dei dettagli che aiuta a capire perché la Grande Onda appare ancora oggi così moderna.
Perché la Grande Onda di Hokusai è così blu?

Il colore è uno degli elementi più immediatamente riconoscibili della composizione.
Nel mare agitato, nei profili dell’onda e in numerosi dettagli della stampa compaiono diverse tonalità di blu. La ragione è legata anche alla diffusione in Giappone, nei primi decenni dell’Ottocento, di un pigmento relativamente nuovo: il blu di Prussia.
Il Metropolitan Museum of Art conserva diverse impressioni della Grande Onda e descrive la tavolozza utilizzata da Hokusai come basata proprio sull’uso di indaco e blu di Prussia importato.
Non siamo quindi davanti a un unico “blu di Hokusai”, ma a una combinazione di materiali e tecniche.
| Pigmento | Origine | Utilizzo nella Grande Onda | Caratteristiche |
|---|---|---|---|
| Blu di Prussia | Europa | Zone blu delle onde e diverse sovrapposizioni cromatiche | Intenso, stabile e resistente allo scolorimento |
| Indaco | Tradizionalmente utilizzato in Giappone | Contorni e parti più scure della composizione | Blu profondo e leggermente più caldo |
| Altri colori | Giappone | Barche, cielo e dettagli | Completano la composizione senza dominare la scena |
Il risultato è una stampa nella quale il blu non è semplicemente decorativo: diventa parte della struttura stessa dell’immagine.
Cos’è il blu di Prussia?
Il blu di Prussia è un pigmento sintetico sviluppato in Europa all’inizio del XVIII secolo.
Prima della sua diffusione, ottenere blu intensi, economici e sufficientemente stabili poteva essere complicato. Alcuni pigmenti erano costosi, altri tendevano a perdere rapidamente brillantezza.
Il blu di Prussia offriva invece diversi vantaggi:
- produceva una tonalità particolarmente intensa;
- era relativamente economico;
- manteneva bene il colore;
- poteva essere utilizzato efficacemente nella stampa;
- permetteva forti contrasti anche con quantità relativamente ridotte di pigmento.
Quando iniziò a circolare in Asia, diventò rapidamente interessante anche per gli artisti e gli stampatori giapponesi.
Il British Museum ricorda che la Grande Onda appartiene alle prime stampe giapponesi nelle quali il blu di Prussia venne utilizzato in maniera significativa.
Come arrivò un pigmento europeo nel Giappone di Hokusai?
Qui emerge uno degli aspetti più affascinanti della storia.
Il Giappone del periodo Edo applicava forti restrizioni ai rapporti commerciali con l’estero, ma non era completamente isolato dal mondo.
Attraverso le reti commerciali autorizzate continuavano a circolare:
- merci;
- strumenti scientifici;
- libri;
- stampe;
- conoscenze tecniche;
- pigmenti.
Tra questi materiali arrivò anche il blu di Prussia, conosciuto in Giappone come bero-ai, espressione legata al concetto di “blu di Berlino”.
Il British Museum sottolinea come il pigmento raggiunse il Giappone attraverso gli scambi con Cina e Paesi Bassi, due delle principali vie attraverso cui il paese manteneva contatti commerciali con l’esterno.
Un colore nato dall’altra parte del mondo entrava quindi nel laboratorio dell’ukiyo-e.
Hokusai usò soltanto il blu di Prussia?

No.
Ed è probabilmente il dettaglio più importante quando si parla dei colori della Grande Onda.
Le indagini tecniche mostrano infatti che il blu europeo venne utilizzato insieme ai pigmenti già presenti nella tradizione giapponese.
Secondo l’analisi pubblicata dal Metropolitan Museum of Art, durante la realizzazione delle stampe gli artigiani poterono combinare blu di Prussia e indaco per ottenere tonalità molto scure, mentre in altre zone il blu di Prussia veniva applicato separatamente o sovrapposto.
Anche le ricerche del British Museum hanno identificato indaco nei contorni, nella firma e in alcune aree scure delle onde, mentre il blu di Prussia compare in altre zone della superficie marina.
La famosa tonalità della Grande Onda, quindi, nasce anche dall’incontro fra innovazione importata e tecnica tradizionale giapponese.
Perché il blu di Prussia cambiò le stampe ukiyo-e?
Per capire l’importanza di questo pigmento bisogna ricordare che la Grande Onda non è un dipinto unico.
È una xilografia policroma, prodotta utilizzando diverse matrici di legno sulle quali venivano applicati i colori prima della stampa sulla carta.
Ogni colore richiedeva un passaggio specifico.
L’arrivo di un blu stabile e intenso aprì quindi nuove possibilità agli artisti e agli stampatori.
Il pigmento permise di creare:
- cieli più profondi;
- mari più intensi;
- ombre maggiormente contrastate;
- paesaggi dominati dal blu;
- gradazioni cromatiche difficili da ottenere con alcuni pigmenti precedenti.
Nacque anche una vera moda per le stampe dominate dal blu, spesso indicate con il termine aizuri-e.
Il Metropolitan Museum conserva, per esempio, altre opere della serie Trentasei vedute del Monte Fuji nelle quali il blu di Prussia domina quasi completamente la composizione.
La Grande Onda non è soltanto blu di Prussia
Ridurre la fama della Grande Onda al pigmento sarebbe comunque un errore.
Il blu funziona perché Hokusai lo inserisce dentro una composizione estremamente sofisticata.
Al centro della scena troviamo:
- una gigantesca onda pronta a infrangersi;
- tre imbarcazioni travolte dal movimento del mare;
- uomini quasi invisibili rispetto alla forza dell’acqua;
- il Monte Fuji, piccolo e immobile sullo sfondo.
Il contrasto è potentissimo.
L’onda sembra enorme mentre il Fuji, che nella realtà domina il paesaggio, appare quasi minuscolo.
Il Metropolitan Museum osserva proprio come Hokusai giochi con la prospettiva facendo apparire la montagna come una piccola forma triangolare incorniciata dalla curva dell’onda.
Il blu rafforza questa illusione di profondità.
Il Monte Fuji è il vero protagonista della Grande Onda?
Può sembrare strano, ma sì: tecnicamente il soggetto della serie non è il mare.
La stampa fa parte delle Trentasei vedute del Monte Fuji, il grande progetto attraverso il quale Hokusai rappresentò la montagna da prospettive, luoghi e condizioni atmosferiche differenti.
Nella Grande Onda il Fuji è piccolissimo, ma occupa una posizione fondamentale.
La massa dell’onda sembra quasi riprodurne la forma.
Da una parte abbiamo la montagna:
ferma, eterna e distante.
Dall’altra il mare:
instabile, gigantesco e minaccioso.
Hokusai costruisce così una tensione tra immobilità e movimento che contribuisce alla straordinaria efficacia dell’immagine.
Se vuoi approfondire il linguaggio artistico da cui nasce quest’opera, su Arte iCrewPlay abbiamo raccontato anche la storia dell’ukiyo-e e del “mondo fluttuante”.
Un’opera giapponese nata anche dall’incontro con l’Occidente
La presenza del blu di Prussia racconta qualcosa di più ampio.
La Grande Onda viene spesso percepita come la rappresentazione per eccellenza dell’estetica giapponese. Ma Hokusai lavorava in un contesto nel quale idee e materiali provenienti dall’estero cominciavano a esercitare un’influenza crescente.
Non riguardava soltanto i pigmenti.
Anche alcuni sistemi di prospettiva occidentale erano entrati nella cultura visiva giapponese.
Hokusai li rielaborò secondo una sensibilità completamente personale.
È un paradosso affascinante: un’immagine diventata simbolo del Giappone nasce anche da un delicato scambio culturale fra Oriente e Occidente.
E qualche decennio più tardi il processo si sarebbe invertito.
Le stampe di Hokusai e Hiroshige avrebbero raggiunto l’Europa influenzando profondamente artisti impressionisti e post-impressionisti.
Su Arte iCrewPlay abbiamo raccontato, ad esempio, perché Van Gogh copiò Hiroshige e cosa cercava nell’arte giapponese.
Dal Giappone all’Europa e poi di nuovo in Giappone

Il percorso della Grande Onda può essere letto quasi come un viaggio circolare.
Un pigmento nato in Europa raggiunge il Giappone.
Hokusai lo utilizza insieme alla tradizione cromatica locale per realizzare alcune delle stampe più innovative della sua epoca.
Quelle immagini arrivano successivamente in Europa.
Qui influenzano artisti, illustratori e collezionisti.
La cultura visiva europea viene trasformata dal giapponismo, mentre il Giappone aveva già assorbito e reinterpretato alcune innovazioni tecniche provenienti dall’Occidente.
La storia del blu della Grande Onda è quindi anche la storia di come l’arte raramente rimanga confinata dentro un unico paese.
Quanto è originale la Grande Onda che vediamo nei musei?
C’è infine un elemento che spesso genera confusione.
Non esiste una sola Grande Onda originale.
Essendo una xilografia, l’opera venne stampata in numerose copie utilizzando le stesse matrici.
Le impressioni oggi conservate nei musei possono mostrare differenze anche notevoli.
Cambiano:
- intensità dei colori;
- condizioni della carta;
- stato di conservazione;
- precisione dei contorni;
- usura delle matrici;
- quantità e distribuzione dei pigmenti.
Le prime tirature sono generalmente più nitide perché le matrici di legno erano meno consumate.
Per questo confrontare due esemplari della Grande Onda può significare osservare differenze nei dettagli e persino nella percezione del famoso blu.
Il British Museum ha dedicato proprio a queste variazioni un approfondimento sulle diverse impressioni dell’opera. Per verificare direttamente le analisi e confrontare le copie conservate nelle collezioni museali, è possibile consultare l’approfondimento ufficiale del British Museum sulla Grande Onda.
Il segreto del blu della Grande Onda
Quindi, perché la Grande Onda di Hokusai è blu?
Perché Hokusai lavorò nel momento in cui un nuovo pigmento, il blu di Prussia, stava ampliando enormemente le possibilità cromatiche della stampa giapponese.
Ma attribuire tutto a quel colore sarebbe troppo semplice.
La forza cromatica dell’opera nasce dall’incontro fra blu di Prussia, indaco, tecnica xilografica e sovrapposizione dei pigmenti.
Ed è forse proprio questa la parte più interessante della storia.
Una delle immagini considerate più profondamente giapponesi al mondo porta dentro di sé anche un frammento della storia europea.
Se vuoi osservare la Grande Onda nel contesto più ampio dell’arte nipponica, puoi leggere anche il nostro approfondimento sui dipinti e sulle stampe giapponesi più famose, da Hokusai a Hiroshige.