Freddie Mercury potrebbe tornare sul palco sotto forma di avatar digitale, ma Brian May ha frenato il progetto proprio per i dubbi sull’intelligenza artificiale. Il chitarrista dei Queen ha raccontato di aver lavorato seriamente all’idea di uno spettacolo immersivo dedicato alla band, ispirato anche dal successo di produzioni come ABBA Voyage e dalle possibilità offerte da venue tecnologiche come la Sphere di Las Vegas.
Il punto, però, non è soltanto tecnico. Per May la domanda è diventata soprattutto artistica ed etica: fino a che punto è giusto ricreare un artista morto e farlo esibire davanti a un pubblico? È qui che il progetto si è fermato, almeno per ora.
Brian May ha davvero progettato un avatar di Freddie Mercury?
Sì. In un’intervista ripresa da Rockol, Brian May ha spiegato che l’ipotesi di uno show immersivo con avatar digitali dei Queen è stata presa concretamente in considerazione.
L’idea non sarebbe quella di proiettare semplicemente vecchie immagini di repertorio. Il modello immaginato è più vicino a una produzione costruita attorno a versioni digitali dei membri della band, capaci di restituire una presenza scenica credibile e di ricreare l’esperienza di un concerto.

Perché Brian May ha frenato il progetto
Il problema principale è l’evoluzione dell’intelligenza artificiale. May ha più volte espresso dubbi sull’uso dell’AI nella musica e, nel caso di Freddie Mercury, la questione diventa ancora più delicata perché riguarda la possibilità di ricostruire voce, gesti, espressioni e comportamento scenico di una persona che non può più approvare il risultato.
Un avatar creato con tecniche digitali tradizionali può essere controllato in modo molto preciso. L’intelligenza artificiale generativa, invece, rende possibile produrre nuove immagini, nuove performance e potenzialmente nuove interpretazioni. È proprio questo salto che trasforma un omaggio in qualcosa di più difficile da definire.
ABBA Voyage ha cambiato il modo di pensare ai concerti digitali
Il riferimento inevitabile è ABBA Voyage, lo spettacolo londinese che dal 2022 utilizza avatar digitali dei quattro componenti degli ABBA. In quel caso, però, gli artisti originali hanno partecipato direttamente alla creazione dei propri avatar, registrando movimenti e performance.
Con Freddie Mercury la situazione sarebbe diversa. Il cantante è morto nel 1991 e qualsiasi ricostruzione contemporanea dovrebbe partire da archivi video, fotografie, registrazioni e modelli digitali. È questa differenza a rendere il caso dei Queen molto più complesso.
La Sphere di Las Vegas ha convinto May delle possibilità tecniche
May ha raccontato di essere rimasto colpito anche dalla Sphere di Las Vegas, la venue immersiva che utilizza superfici video gigantesche, audio direzionale e tecnologie sceniche progettate per costruire un ambiente completamente avvolgente.
Questo tipo di spazio suggerisce che un concerto del futuro potrebbe non dipendere più soltanto dalla presenza fisica dell’artista sul palco. Immagini tridimensionali, ricostruzioni digitali e materiali d’archivio possono diventare parte centrale dello spettacolo.

Freddie Mercury è già tornato digitalmente a Wembley
Il rapporto tra Freddie Mercury e le ricostruzioni digitali non è del tutto nuovo. Nel settembre 2026, per gli 80 anni dalla nascita del cantante, il sito ufficiale dei Queen ha celebrato il suo ritorno simbolico a Wembley attraverso un progetto visivo dedicato. La band continua inoltre a lavorare sull’archivio, come dimostra la nuova uscita cinematografica di Queen Budapest.
Su Arte iCrewPlay abbiamo già ricostruito anche l’ultima tournée con Freddie attraverso la mostra Queen – The Last Tour a Bologna, che raccoglie immagini del Magic Tour del 1986.
Un avatar può essere ancora Freddie Mercury?
È questa la domanda più interessante dietro l’idea di Brian May. Un avatar può riprodurre il volto, gli abiti, la postura e persino alcuni movimenti di Freddie Mercury. Ma la sua forza sul palco non dipendeva soltanto da elementi ripetibili.
Mercury improvvisava, reagiva al pubblico, cambiava intensità e trasformava ogni concerto in una relazione diretta con migliaia di persone. Una ricostruzione digitale potrebbe riprodurre la superficie di quella presenza, ma non necessariamente la sua imprevedibilità.
È un problema che riguarda anche il significato stesso di una performance. Un concerto è ancora un concerto se la persona sul palco non esiste fisicamente? Oppure diventa una forma di cinema immersivo?
Perché il caso Queen riguarda tutta la musica
Il progetto dei Queen arriva in un momento in cui l’industria musicale sta sperimentando sempre di più con artisti virtuali, voci sintetiche e ricostruzioni digitali. La tecnologia può conservare un patrimonio, permettere nuove forme di spettacolo e riportare l’attenzione sugli archivi.
Ma può anche modificare il confine tra documento e invenzione. Nel caso di un artista morto, la questione centrale diventa capire chi decide che cosa quella persona avrebbe cantato, detto o fatto.
Per comprendere perché Freddie Mercury resti così difficile da ricreare, basta tornare alla struttura e alla teatralità di Bohemian Rhapsody: una canzone costruita proprio sull’idea di cambiare forma continuamente.
Per ora, quindi, Freddie Mercury non sta per tornare in tour come avatar. Brian May ha confermato che il progetto è stato studiato, ma ha anche chiarito di avere ancora forti dubbi. Ed è proprio questa esitazione a rendere la storia interessante: la tecnologia sembra pronta, mentre la musica deve ancora decidere se lo è altrettanto.