Arnold Böcklin non progettò fin dall’inizio una serie di cinque copie identiche dell’Isola dei morti. Il soggetto prese forma nel 1880 e venne ripreso più volte per nuove commissioni e per il crescente successo dell’immagine. Le cinque versioni cambiano per luce, supporto, dettagli e atmosfera, e una di esse è andata distrutta durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi sopravvivono quattro Isole dei morti, conservate a Basilea, New York, Berlino e Lipsia. Nel 2027 saranno riunite per la prima volta, un evento eccezionale anche perché, come sottolinea il Kunstmuseum Basel, nemmeno Böcklin le vide mai tutte insieme.
Ma la storia più interessante viene prima della mostra: perché Böcklin sentì il bisogno di tornare cinque volte sulla stessa isola?
La risposta porta dentro il funzionamento del mercato dell’arte dell’Ottocento, il rapporto tra artista e committenti e la nascita di una delle immagini più riconoscibili del Simbolismo.
Perché esistono cinque versioni dell’Isola dei morti?

La prima cosa da chiarire è che non si tratta semplicemente di cinque copie.
Böcklin dipinse cinque versioni del soggetto tra il 1880 e il 1886, modificando dimensioni, supporti, illuminazione e alcuni elementi della scena. Il Kunstmuseum Basel conferma che la prima versione appartiene oggi alla sua collezione e che delle cinque ne restano quattro.
La sequenza nasce progressivamente.
Nel 1880 Böcklin stava lavorando nel suo studio di Firenze alla prima Isola dei morti quando Marie Berna, giovane vedova, vide il dipinto ancora incompleto. Ne rimase colpita e commissionò una versione per sé.
Secondo il Metropolitan Museum of Art, proprio su richiesta di Marie Berna Böcklin inserì nella sua versione la figura vestita di bianco e il feretro trasportato sulla barca verso l’isola, come riferimento alla morte del marito della committente.
Quindi già la seconda versione non nasce come replica meccanica: risponde a una richiesta precisa e modifica il significato visivo dell’immagine.
Poi arriva il mercato.
Nel 1883 il mercante d’arte Fritz Gurlitt commissionò una terza versione. Gurlitt intuì immediatamente il potenziale commerciale del soggetto e incaricò Max Klinger di ricavarne un’incisione. La riproduzione circolò enormemente e fu proprio questa terza versione a contribuire in maniera decisiva alla fama dell’Isola dei morti alla fine dell’Ottocento.
Böcklin tornò quindi ancora sul soggetto nel 1884 e nel 1886.
Le cinque Isole dei morti sono dunque il risultato di una combinazione tra ricerca artistica, nuove commissioni e successo crescente dell’immagine, non semplicemente la ripetizione ossessiva dello stesso dipinto.
Le cinque versioni dell’Isola dei morti a confronto
| Versione | Anno | Dove si trova oggi | Cosa la rende importante |
|---|---|---|---|
| Prima | 1880 | Kunstmuseum Basel | È la prima formulazione del soggetto |
| Seconda | 1880 | Metropolitan Museum of Art, New York | Commissionata da Marie Berna; la figura bianca e il feretro assumono un significato personale |
| Terza | 1883 | Alte Nationalgalerie, Berlino | Commissionata da Fritz Gurlitt; la sua diffusione attraverso le riproduzioni rese celebre il soggetto |
| Quarta | 1884 | Distrutta | Perduta durante la Seconda guerra mondiale e conosciuta soprattutto attraverso fotografie |
| Quinta | 1886 | Museum der bildenden Künste, Lipsia | Ultima delle cinque versioni riconosciute della serie |
La differenza più importante, quindi, non riguarda solo colori o dimensioni.
Ogni versione appartiene a un momento diverso della storia dell’immagine.
Qual è l’Isola dei morti originale?
La risposta è netta: la prima versione è quella del 1880 oggi conservata al Kunstmuseum Basel.
Lo stesso museo la identifica espressamente come la prima delle cinque versioni.
Nello stesso anno viene però realizzato anche il dipinto oggi al Metropolitan Museum di New York.
La vicinanza cronologica può creare confusione, ma il Met chiarisce la sequenza: quando Marie Berna visitò lo studio fiorentino di Böcklin nell’aprile 1880, la prima versione era già sul cavalletto ma non ancora terminata. Fu vedendola che decise di commissionare la propria.
Quindi:
- Basilea conserva la prima versione;
- New York conserva la seconda;
- entrambe risalgono al 1880.
Non esiste però una semplice relazione “originale contro copie”. Le versioni successive presentano caratteristiche proprie e partecipano alla costruzione progressiva del mito dell’opera.
La figura bianca e la bara c’erano fin dall’inizio?

Qui emerge uno dei dettagli più interessanti dell’intera storia.
La figura bianca sulla barca viene quasi automaticamente identificata come un’anima diretta verso l’aldilà, mentre il rematore viene spesso associato a Caronte, il traghettatore dei morti della mitologia greca.
Sono interpretazioni comprensibili, ma esiste anche un dato documentato molto concreto.
Il Metropolitan Museum racconta che Marie Berna chiese a Böcklin di aggiungere alla propria versione una vedova avvolta nel bianco e una bara, in riferimento al marito morto alcuni anni prima.
Questo cambia il modo di leggere la scena.
Prima di diventare un’immagine universale del passaggio tra vita e morte, quella barca possiede quindi anche una dimensione legata a un lutto reale e a una specifica committente.
È proprio questa capacità di trasformare una vicenda personale in un’immagine aperta a interpretazioni molto più ampie che contribuirà alla fortuna dell’opera.
Cosa cambia tra le diverse versioni?
Guardandole rapidamente, le cinque Isole dei morti sembrano quasi identiche: una superficie d’acqua immobile, una barca, alte pareti rocciose, aperture funerarie e un gruppo di cipressi scuri al centro.
Ma confrontandole, le differenze diventano evidenti.
Cambiano soprattutto:
- la luminosità del cielo;
- la forma e l’altezza delle pareti rocciose;
- l’ampiezza dell’ingresso nell’isola;
- il rapporto tra cipressi, rocce e cielo;
- la visibilità delle strutture costruite dall’uomo;
- il contrasto tra la figura bianca e l’ambiente;
- le proporzioni complessive della composizione.
Le prime due versioni hanno un carattere particolarmente chiuso e crepuscolare. Nelle successive l’isola appare progressivamente più definita e architettonica.
Non cambia però il meccanismo fondamentale della scena.
Lo spettatore rimane sulla riva opposta.
Vediamo qualcuno arrivare all’isola, ma non sappiamo cosa ci sia realmente al suo interno. Le scale e le aperture conducono verso spazi che il dipinto non permette di esplorare.
La Alte Nationalgalerie sottolinea proprio questo elemento: il nostro sguardo viene indirizzato verso l’interno dell’isola, ma non riesce a penetrare nello spazio oscuro che si trova oltre l’approdo.
Böcklin porta quindi l’osservatore fino alla soglia e si ferma.
Perché la terza versione diventò così famosa?

Non necessariamente perché fosse la versione “migliore”.
La ragione è anche commerciale.
La terza Isola dei morti venne realizzata nel 1883 per Fritz Gurlitt, mercante berlinese che comprese la forza del soggetto. Gurlitt incaricò l’artista Max Klinger di realizzarne una versione incisa.
Fu una decisione fondamentale.
Le riproduzioni permisero all’immagine di uscire dalle collezioni private e di entrare nelle case del pubblico.
Secondo la Alte Nationalgalerie, fu proprio la terza versione, diffusa attraverso innumerevoli incisioni e fotografie, a costruire la straordinaria notorietà dell’opera alla fine del XIX secolo.
In altre parole, l’Isola dei morti divenne una delle prime immagini artistiche dell’epoca moderna capaci di vivere contemporaneamente come dipinto originale e fenomeno riprodotto su larga scala.
È anche uno dei motivi per cui la sua influenza arriva molto oltre Böcklin.
Il pittore svizzero fu una delle importanti fonti visive studiate da Giorgio de Chirico prima della nascita della pittura metafisica, mentre il soggetto dell’Isola dei morti entrò anche nella musica.
Che fine ha fatto la quarta Isola dei morti?
Delle cinque versioni dipinte tra il 1880 e il 1886, una non esiste più.
Si tratta della quarta, realizzata nel 1884.
Il Kunstmuseum Basel e i musei statali berlinesi confermano che delle cinque versioni originarie oggi ne sopravvivono soltanto quattro e che quella perduta venne distrutta durante la Seconda guerra mondiale.
La quarta Isola dei morti è perciò conosciuta principalmente attraverso riproduzioni fotografiche storiche, anche in bianco e nero.
La perdita rende particolarmente importante l’incontro del 2027: quando le quattro tele superstiti saranno affiancate, sarà possibile confrontare tutto ciò che rimane materialmente dell’intera sequenza realizzata da Böcklin.
Dove si trovano oggi le quattro Isole dei morti?
Le quattro versioni superstiti sono distribuite tra Europa e Stati Uniti:
- Kunstmuseum Basel, prima versione del 1880;
- Metropolitan Museum of Art di New York, seconda versione del 1880;
- Alte Nationalgalerie di Berlino, terza versione del 1883;
- Museum der bildenden Künste di Lipsia, quinta versione del 1886.
È una dispersione che rende molto difficile osservarle nello stesso momento.
Il Kunstmuseum Basel sottolinea che tre dei quattro dipinti lasciano le rispettive collezioni solo eccezionalmente.
L’isola dipinta da Böcklin esiste realmente?
Non esiste una singola “Isola dei morti” reale identificata con certezza.
Ed è meglio diffidare dalle ricostruzioni che indicano un unico luogo come modello definitivo.
La Alte Nationalgalerie fornisce però indizi molto interessanti.
Nell’autunno del 1879 Böcklin soggiornò a Ischia, dove poté osservare il Castello Aragonese che sorge su un isolotto roccioso. Il museo berlinese ritiene possibile che quel ricordo si sia combinato con altre immagini viste dall’artista, tra cui San Michele a Venezia, isole cimiteriali e necropoli rupestri etrusche.
È probabilmente questo il modo più corretto di interpretare il paesaggio.
Böcklin non copia un’isola: costruisce un luogo immaginario assemblando memorie reali.
Il Metropolitan Museum sottolinea allo stesso modo che il pittore parte dal paesaggio italiano e mediterraneo per trasformarlo in un ambiente fantastico carico di significati simbolici.
Per questo Castello Aragonese, San Michele o altri luoghi possono essere considerati possibili ingredienti visivi, non la soluzione definitiva del mistero.
Chi diede al quadro il titolo Isola dei morti?

Anche il titolo ha una storia interessante.
L’espressione Die Toteninsel, Isola dei morti, viene associata soprattutto a Fritz Gurlitt, il mercante che commissionò la terza versione.
La documentazione collegata alla collezione berlinese ricorda che fu Gurlitt a rendere memorabile quel titolo e, contemporaneamente, a promuovere la riproduzione dell’opera attraverso l’incisione di Max Klinger.
Titolo e diffusione commerciale finiscono quindi per rafforzarsi a vicenda.
Un paesaggio volutamente ambiguo riceve un nome potentissimo, semplice da ricordare e capace di guidare immediatamente l’immaginazione verso la morte e l’aldilà.
Perché l’Isola dei morti ha influenzato anche musica e pittura?
La forza dell’immagine è dimostrata dalla quantità di artisti che l’hanno reinterpretata.
Uno dei casi più noti è Sergej Rachmaninov, autore nel 1909 del poema sinfonico L’isola dei morti, op. 29. Sul nostro sito abbiamo raccontato anche la storia e le opere principali di Sergej Rachmaninov.
Il Metropolitan Museum ricorda inoltre l’influenza esercitata dall’opera su pittori, compositori, drammaturghi e registi.
Non sorprende.
Böcklin evita di spiegare cosa sta accadendo.
Non sappiamo chi sia esattamente la figura bianca, dove la barca stia arrivando, chi sia sepolto nell’isola o cosa accadrà una volta raggiunta la riva.
Quell’assenza di una soluzione definitiva permette all’immagine di essere continuamente reinterpretata.
Hitler possedeva una delle versioni?
Sì, ma è importante distinguere il dato documentato dalle leggende circolate attorno al quadro.
La versione legata ad Adolf Hitler è la terza, quella del 1883 oggi conservata a Berlino.
La documentazione delle Staatliche Museen zu Berlin registra il passaggio del dipinto alla Reichskanzlei nel 1936. Una fotografia storica mostra Hitler davanti all’opera durante la visita a Berlino del ministro sovietico Vjačeslav Molotov nel 1940.
Il quadro non è quindi scomparso né finito misteriosamente in Russia, come raccontano alcune versioni della storia online.
È conservato oggi all’Alte Nationalgalerie di Berlino.
Questo è uno dei punti in cui conviene separare nettamente la storia documentata dal folklore che si è accumulato attorno all’opera.
Nel 2027 le quattro versioni saranno insieme per la prima volta

Il motivo per cui questa storia torna particolarmente attuale è il progetto Böcklin. Jenseits des Mythos.
La mostra sarà presentata prima all’Alte Nationalgalerie di Berlino dal 19 marzo al 1° agosto 2027, quindi al Kunstmuseum Basel dal 4 settembre 2027 al 23 gennaio 2028. In seguito le quattro opere raggiungeranno New York per una presentazione al Metropolitan Museum of Art.
Per la prima volta saranno riunite:
Basilea + New York + Berlino + Lipsia.
Non è soltanto un’occasione espositiva.
Mettere i quattro dipinti uno accanto all’altro permetterà di vedere ciò che normalmente fotografie e riproduzioni rendono difficile percepire: come Böcklin abbia modificato progressivamente luce, proporzioni, architettura dell’isola, rapporto tra acqua e roccia e intensità della scena.
Ed emerge anche il paradosso più affascinante dell’intera storia.
Il pubblico del 2027 potrà vedere qualcosa che lo stesso Arnold Böcklin non vide mai: tutte le Isole dei morti superstiti nello stesso luogo.
Le cinque versioni non sono quindi semplici repliche di un quadro famoso. Raccontano come un’immagine nata nello studio di un pittore a Firenze sia stata modificata da una richiesta privata, trasformata dal mercato, moltiplicata attraverso le riproduzioni, perduta in parte durante una guerra e infine diventata una delle icone più persistenti del Simbolismo.