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Capitalismo razziale: Lucky Valley riapre la storia coloniale

Catherine Hall rilegge Edward Long, la Giamaica schiavista e le eredità economiche dell'impero britannico.

Capitalismo razziale: lucky valley riapre la storia coloniale
Capitalismo razziale: Lucky Valley riapre la storia coloniale
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Capitalismo razziale: il libro Lucky Valley di Catherine Hall riporta al centro il legame tra schiavitù, ricchezza britannica e costruzione delle gerarchie coloniali. La vicenda parte dalla Giamaica del Settecento, ma parla anche delle eredità economiche e culturali arrivate fino al presente.

Capitalismo razziale: cosa racconta Lucky Valley

Capitalismo razziale: lucky valley riapre la storia coloniale

Il capitalismo razziale indica l’intreccio tra sfruttamento economico e classificazione razziale. In Lucky Valley, Catherine Hall usa la figura di Edward Long per mostrare come piantagioni, archivi familiari e testi coloniali abbiano giustificato profitto, violenza e disuguaglianza.

Il caso ruota attorno a una piantagione di zucchero in Giamaica e alla famiglia Long, parte dell’élite coloniale britannica. Edward Long visse sull’isola tra il 1758 e il 1769, poi pubblicò nel 1774 la sua History of Jamaica, opera in tre volumi che presentava la colonia come risorsa strategica della Corona.

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La ricerca di Hall si inserisce in una revisione più ampia della storia imperiale, vicina ai percorsi di globalizzazione nella storia contemporanea, perché collega merci, lavoro forzato, capitale finanziario e memoria pubblica.

Edward Long e la Giamaica coloniale dello zucchero

Long descriveva le piantagioni come macchine produttive. Nella sua visione, africani ridotti in schiavitù, animali e infrastrutture erano parti di uno stesso sistema agricolo. La scelta lessicale rivela il nodo centrale del capitalismo razziale: trasformare persone in strumenti economici.

La Giamaica importò circa 750.000 africani dalla fine del XVII secolo all’inizio del XIX. Alla vigilia dell’emancipazione del 1838, la popolazione schiavizzata era scesa a circa 300.000 persone. Il dato segnala una mortalità strutturale, non un incidente marginale del sistema.

Dentro questo quadro, Lucky Valley legge i silenzi degli archivi: ciò che Long omette, attenua o maschera diventa parte della prova storica. La storia coloniale non emerge solo dai documenti espliciti, ma anche dalle assenze, dai passivi grammaticali e dalla cancellazione del lavoro umano.

Risarcimenti britannici e memoria della schiavitù

Uno dei passaggi più rilevanti riguarda il dopo abolizione. Il progetto Legacies of British Slave-Ownership ha ricostruito i registri dei compensi pagati agli ex proprietari: nel 1834 furono stanziate 20 milioni di sterline, non per le persone liberate, ma per chi le aveva possedute.

Questa asimmetria ha cambiato il dibattito pubblico britannico. Non si parla più solo dell’abolizionismo celebrato attraverso figure come William Wilberforce, ma anche dei beneficiari economici della schiavitù. È una prospettiva utile anche per leggere altre fratture della storia moderna e contemporanea europea.

Il capitalismo razziale resta quindi una categoria storica con effetti politici. Musei, università e archivi dovranno decidere quanto rendere visibili genealogie, rendite e responsabilità. La domanda aperta riguarda il modo in cui la ricerca accademica entrerà nei manuali, nelle mostre e nella memoria pubblica dei prossimi anni.

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