La prima vera fase della globalizzazione Moderna e Contemporanea si colloca tra il 1870 e il 1914. Questo periodo è noto come l’era del commercio liberale e dell’integrazione economica globale pre-bellica – anche se ebbe inizio con la scoperta delle Americhe. In questi decenni il mondo divenne interconnesso grazie alla rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni. L’uso della nave a vapore e l’espansione delle ferrovie abbatterono i costi logistici, mentre il telegrafo rese istantaneo lo scambio di informazioni tra i continenti.
L’economia mondiale poggiava sulla stabilità del sistema aureo o gold standard. Questo regime di cambi fissi favorì enormi flussi di capitali e investimenti internazionali. Contemporaneamente si verificò la più grande migrazione di massa della storia, con milioni di persone che si spostarono dall’Europa verso le Americhe. Questo processo fu però strettamente legato all’imperialismo. Le potenze europee dominavano i mercati globali, imponendo un sistema di scambi che favoriva il centro industrializzato a scapito delle periferie coloniali.

La prima forma della globalizzazione
Nuovi modi di commerciare, consumare e produrre.
Fine Seicento e inizio Settecento inizia una lunga fase di straordinario dinamismo economico dove vari vettori ne sono coinvolti come: l’agricoltura e le manifatture. Ma i cambiamenti più significativi li abbiamo nell’ambito del commercio, specie quello a luna percorrenza.
Alla fine del Quattrocento è stato il miraggio delle spezie che ha messo in moto una dinamica impensabile di scoperte geografiche.
Nasce la necessità di tracciare percorsi stabili che daranno vita a una prima forma di globalizzazione, prevalentemente su percorsi marittimi dove si muovevano navi, persone, merci e armi. Buona parte della straordinaria espansione economica soprattutto europea, si fonda sugli intensi spostamenti delle rotte remote che hanno portato a terre lontane.
Pensiamo alla bevanda del caffè, dove la prima Bottega del Caffè stata aperta a Venezia fu nel 1647, questo perché il caffè originariamente veniva dalle città ottomane e medio-orientali, aree con le quali Venezia aveva dei rapporti frequenti (per quanto non facili). Questa bevanda ebbe successo fin da subito, poiché si sapeva già contenesse mille virtù: aiutava a svegliarsi al mattino e a rimanere svegli alla sera; scaldava e offriva occasioni di incontri.
Era considerata – e lo è tuttora – una bevanda corroborante.

Poi le botteghe cominciarono a vendere altre bevande e prodotti che venivano da lontano come: caffè, tè, latte di mandorla, cioccolata (inizialmente veniva consumata solo come una bevanda), rosolio, gelati e molto altro. In questi luoghi si poteva studiare, chiacchierare, schiacciare un pisolino, trattare affari, mercanteggiare, fare pubblicità, organizzare gite, leggere riviste e quotidiani.
Sono luoghi quasi esclusivamente frequentati da uomini, i quali diedero la nascita di una nuova società dei consumi e la nascita di un’opinione pubblica. Bere una bevanda calda, leggere un giornale sono gesti che a noi, oggi, sembrano incredibilmente banali ma allora erano novità elettrizzanti, estremamente alla moda e qualche volta anche culturalmente e politicamente dirompenti.
È grazie al commercio di queste bevande che vengono da luoghi lontano che si tesse la prima globalizzazione dei tratti commerciali, come le spezie un paio di secoli prima. I circuito globali esistenti erano ancora quelli tracciati nel Cinquecento e nel Seicento: uno in direzione Est (Indie orientali), l’altro con una forma triangolare (Africa e poi Americhe). Ma alla fine del Seicento e agli inizi del Settecento questi circuiti vennero connotati a una serie di trasformazioni.

Nelle Indie orientali si da più importanza invece che alle spezie, a prodotti come tessuti di cotone, tè e caffè. Sul circuito triangolare verso l’America (Europa-Africa-America) aumentano, invece, le richieste dei prodotti che vengono dall’Europa: utensili, armi, fibbie, tessuti di lana, cotone, lino e seta (anche se cotone e seta vengono dall’Asia). Dalle Americhe, di riflesso, veniva portato caffè, zucchero tabacco ma anche cotone (mentre in passato era richiesto argento e oro).
Sul circuito triangolare era anche famoso lo smercio degli schiavi proveniente principalmente dalla fascia che va dal Senegal all’Angola. Venivano venduti in numerosi centri di mercato costiero a mercanti europei, marchiati a fuoco e trasportati in massa sulle navi. I maschi venivano separati dalle femmine, puntiti con frustate o bastonate per ogni gesto che veniva visto o interpretato come una minaccia, mentre le donne, in più, venivano stuprate.
La vendita di queste anime veniva, infine, fatta ai proprietari delle piantagioni nelle Americhe. Sebbene non fosse opinione di tutti in Europa, la maggior parte della popolazione li considerava al pari delle scimmie, non meritevoli di un trattamento superiore a quello riservato agli animali.
Un paradosso per una società settecentesca che iniziava a dare importanza al concetto di libertà, ma che sottolineava la diversità razziale.
Nel XVII secolo il dominio del commercio marittimo e delle sue rotte veniva conteso da spagnoli, portoghesi e olandesi. Tra la fine del Settecento, invece, sono quelle francesi e soprattutto inglesi a imporre la loro egemonia. Alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento prese largo l’Impero prussiano (dopo l’unificazione del 1871, la Germania di Bismarck e poi di Guglielmo II trasformò la sua potenza terrestre in una sfida navale), scatenando, in una delle tante scuse, la Grande Guerra.
Il 1914 non fu solo un conflitto militare, ma il fallimento di un sistema economico integrato. Il commercio mondiale crollò, le valute persero stabilità e il mondo si frammentò in blocchi economici chiusi, un processo che si sarebbe ricomposto solo dopo il 1945.