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La street art di una donna a Kabul: Shamsia Hassani

Shamisia Hassani racconta le donne afgane attraverso la street art

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Mettici che è la prima graffitista donna afgana, che le sue opere non possono non emozionare e che, in qualche modo, l’occidente è sensibile alla condizione delle donne islamiche, anche se probabilmente non fa abbastanza per migliorarne la condizione, Shamsia Hassani, grazie alla sua arte è diventata piuttosto nota a livello internazionale, anche grazie al web.

Shamsia è docente presso la Facoltà di Belle Arti di Kabul e crea la sua opere all’interno del precario equilibrio afgano, che porta ancora i postumi di una guerra troppo recente. E’ graffitista, perchè l’immediatezza della bomboletta si lega a quella del messaggio per strada, obbligando a riflettere chiunque passi e veda. La street art è usata come denuncia e come condivisione di un pensiero che si concretizza nel graffito e si fa portatore di un messaggio sociale.

Alcuni europei minimizzano la street art in quanto “danno” alle città, ma potrebbero cambiare idea se vedessero le opere di questa artista. Esse colorano il grigiore delle macerie dovute alla guerra, creando emozioni dove ci sono ancora i segni della morte.

La Hassani nasce nel 1988 a Teheran, da genitori di Kandahar (Afganistan) emigrati in Iran a causa del confitto. Dimostra propensione all’arte sin da bambina e tornata in patria si laurea all’Università di Kabul, dove inizia poi, ad insegnare e fonda il collettivo d’arte contemporanea Rosht.  Nel 2009, viene selezionata e con altri 9 artisti, entra a far parte del progetto Afghan Contemporary Art Prize e successivamente viene nominata per l’Artraker Award, un premio inglese dedicato agli autori delle arti visive che “ispirano individui e organizzazioni a comprendere meglio e reagire a guerre, conflitti armati“. Hassani presenta il suo lavoro in formato digitale attraverso il progetto intitolato Dreaming Graffiti.

Se dovessi  intraprendere un viaggio a Kabul, (l’Afghanistan sta attirando molti finanziamenti internazionali, soprattutto cinesi, per via delle ingenti risorse minerarie e quindi potrebbe divenire, in futuro,  una meta più appetibile per i viaggiatori), ti potresti imbattere in un graffito di Shamsia Hassani. Si tratta di donne afgane, con occhi chiusi e folte ciglia nere, a volte col burka, a volte con il tradizionale chador, o con il capo “nudo” (ma anche in questo caso sono volti  muti, perché non hanno la bocca); donne ritratte con uno stile unico ed inconfondibile con colori brillanti, nonostante la malinconia delle pose e dei luoghi scelti per essere ritratte. Nonostante la varietà dei colori, dal giallo al viola, al rosso al verde, nell’opere della graffitista c’è  una predominanza dell’uso del blu, colore simbolo del suo paese, grande produttore di lapislazzuli, non dimentichiamo che la famosa pietra consentiva quel colore che nel 1400 veniva chiamato “oltremare” ed era considerato la perfezione del colore.

“Il mio progetto utilizza graffiti e pittura di arte di strada 3D per dimostrare il potere dell’arte su tutte le persone. L’argomento delle mie opere è una donna afgana con e senza burqa, sto combattendo per portare un cambiamento positivo mentre tolgo i brutti ricordi della guerra. Poiché tutti dimenticano le donne nella società, dipingere le donne in modo pubblico può incoraggiare altre persone a vedere le donne nella società in modo diverso.”.

Il 14 giugno 2013 realizza un murales presso l’Unione operaia di Ginevra assieme a donne migranti  accolte in centri di accoglienza e vittime di violenze. Nel 2013 si  reca a Zurigo per prestare attività nel centro culturale Rote Fabrik, l’anno seguente il premio Artraker la vede finalista col  progetto La magia dell’arte è la magia della vita. Lo stesso anno viene nominata tra i 100 membri dei global thinkers, una lista che il Foreign Policy stila selezionando le cento menti più influenti in ambiti differenti.

Attraverso la sua pittura, l’artista si pone affianco alle donne di fede islamica, che affrontano tutti i giorni i problemi legati ad un territorio che ha vissuto la guerra e che vive il bigottismo del suo paese:

“Molte persone in tutto il mondo pensano che il burqa sia il problema. Credono che se le donne tolgono il burqa, non avranno più problemi. Questo non è vero, quando le donne non lo fanno non hanno accesso all’istruzione, è un problema più grande del burqa perché quando lo tolgono, lo incontrano sempre. Dobbiamo concentrarci sui grandi problemi. Non ho sempre l’opportunità di fare graffiti all’esterno, solo una volta ogni due o tre mesi. A volte per motivi di sicurezza, altre volte non posso andare in un posto a causa della gente.”

Così quella che alcuni chiamano “vandalismo”, ma che la nostra redazione chiama arte, in modo silenzioso risveglia le coscienze, combatte per la libertà e supera le frontiere.

 

 

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Anna
Anna
8 mesi fa
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Grazie angela ci hai fatto conoscere una grande artista

Antonio
Antonio
8 mesi fa
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Anche questo è un articolo interessantissimo che evidenzia una donna artista in un contesto sociale che normalmente non predilige la donna

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