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Van Gogh e quella strana storia dell’orecchio reciso

Per la vicenda dell'orecchio mozzato di Van Gogh sembra che già nell'immediatezza non ci furono dubbi circa la natura del gesto, probabilmente conseguenza di un raptus dell'artista. Siamo però sicuri che tutto si svolse come si racconta?

Van Gogh
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Era il 23 dicembre 1888, Van Gogh si trasferisce in Provenza quello stesso anno, nel mese di febbraio.

I fatti, così come ci sono pervenuti, si svolsero ad Arles, una tranquilla cittadina sulle sponde del fiume Rodano che prima di arrivare alla foce in Camargue, scorre lento lambendo la cittadina per un buon tratto, così placido da non accorgersi di cosa accade intorno.

E neanche il fiume, come nessun altro, sa cosa avvenne esattamente quel giorno di dicembre quando, Vincent Van Gogh si presentò da Rachele, una prostituta di un bordello che lui e Gauguin erano soliti frequentare, con un pezzo del suo orecchio avvolto nelle pagine di un giornale, per poi ritirarsi nella stanza d’albergo fino al giorno dopo.

Disteso a letto e  in stato confusionale, il giorno della vigilia di Natale, fu trovato così dalla gendarmeria, probabilmente allertata a seguito del macabro contenuto avvolto nel giornale lasciato nel bordello, consegnando il quale, Van Gogh aveva semplicemente esortato l’ignara Rachele ad averne cura.

Ma come andò realmente l’affare dell’orecchio di Van Gogh

Nell’immediatezza, lo svolgimento dei fatti, sebbene non fossero integralmente verificati, non destarono però troppa perplessità. Infatti Van Gogh, benché residente nella cittadina provenzale da neanche un anno, non era nuovo a comportamenti sopra le righe che facevano pensare ad una personalità controversa ed incline a momenti di alienazione dalla realtà.

Qualche mese prima del sanguinoso fatto, si era trasferito in Provenza, su invito dello stesso Van Gogh, l’amico e pittore Paul Gauguin. Qui chiamato perché fulcro indispensabile alla realizzazione del progetto che la mente di Van Gogh aveva cesellato e organizzato fin nei minimi particolari.

L’idea era quella di creare, sulla falsa riga di un’organizzazione monastica, una sorta di colonia per artisti, al fine di rendere più immediati gli scambi tra gli stessi appartenenti, così da accrescere reciprocamente le esperienze in campo artistico, sulla scorta del contributo soggettivo di tutti.

Ma Gauguin così si esprimeva su Arles:

Ad Arles mi sento un estraneo […] Vincent e io andiamo ben poco d’accordo, in genere, soprattutto quando si tratta di pittura. Lui ammira Daudet, Daubigny, Ziem e il grande Rousseau, tutta gente che io non posso soffrire. Invece disprezza Ingres, Raffaello, Degas, tutta gente che io ammiro: io gli rispondo “sissignore, avete ragione”, per avere pace. I miei quadri gli piacciono, ma quando li faccio trova sempre che ho torto qui, ho torto là. Lui è romantico, io invece sono portato verso uno stato primitivo. Dal punto di vista del colore, lui maneggia la pasta come Monticelli, io detesto fare intrugli

Sembra che la notte tra il 22 e 23 dicembre, complice un meteo avverso, i due furono costretti a trascorrere molte ore insieme, condividendo gli spazi angusti della piccola camera d’albergoin cui soggiornavano; come avvenne non si è certo appurato pienamente ma sta di fatto che le testimonianze dell’epoca, riferirono di un Vincent Van Gogh fuori di sé mentre per strada rincorreva l’amico Gauguin brandendo un taglierino. Sarà lo stesso Gauguin a scrivere che Van Gogh si fermò nell’intento solo dopo aver incrociato il suo sguardo minaccioso.

La critica è però divisa tra chi indica proprio in Gauguin l’autore della macabra recisione, in quanto , oltre che pittore anche abile spadaccino; si dice abbia con un sol colpo reciso l’orecchio all’amico, la cui sopportazione era arrivata a livelli intollerabili, complici anche le copiose bevute di assenzio che di certo non aiutano a placare gli animi.

Quanto ci sia di vero in questa versione non è stato possibile verificarlo fino in fondo, poiché frutto di esternazioni di chi è stato parte in causa dell’intero accadimento, certo è che nella tarda mattinata della vigilia di Natale del 1888, Vincent Van Gogh fu ricoverato senza una buona parte dell’orecchio sinistro e in pericolo di vita nel vecchio ospedale di Arles e che scampò il peggio solo grazie alle efficaci cure del dottor Félix Rey.

C’è però una terza ipotesi: Theo, il fratello di Van Gogh

Una lettere, che Van Gogh ritrae in uno dei suoi quadri, segno dell’importanza che l’artista stesso gli attribuisce e nel dipingerla non manca di indicarne la data: 23 dicembre 1888, ci svela molte cose.

Strana coincidenza, proprio quella lettera sembra aver avuto un ruolo determinante nella macabra faccenda dell’orecchio mozzato.

E infatti, appena qualche passo indietro per dire che molto di quanto sappiamo di Van Gogh è stato dedotto dalla lettura epistolare che lo stesso pittore scambiò negli anni con il fratello Theo, commerciante d’arte.

E’ stato accertato che proprio la mattina del tragico evento, intorno alle ore 10 riportano gli storici, Van Gogh ricevette proprio una lettera del fratello, dal quale tra l’altro il pittore olandese dipendeva economicamente, in cui lo informava, in qualità di fratello maggiore che aveva intenzione di convolare a nozze con una ragazza ormai conosciuta da tempo.

Sembra che la notizia abbia così sconvolto Van Gogh che in poche righe vedeva venir meno, sia il rapporto esclusivo e profondo che  il sostegno economico, da sempre fornito dal fratello e questa cosa, sommata senz’altro ad un disagio pregresso e ad un periodo non felice, lo abbia spinto a recidersi l’orecchio nel modo barbaro che la storia ci ha fatto pervenire.

Morì suicida il 29 luglio 1890.

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