Roberto Vannacci fa già discutere con il solo nome. Ex generale, ex leghista, ora anima di Futuro Nazionale, il movimento politico che ha tenuto la sua assemblea costituente in queste ore. E come colonna sonora dell’evento? Niente inno patriottico tradizionale, niente musica militare. Ha scelto “Futura” di Lucio Dalla. Una scelta che ha scatenato un putiferio, mettendo nuovamente al centro un dibattito mai sopito: quanto è lecito appropriarsi di una canzone per fini politici? E soprattutto: chi decide il destino di un brano quando l’autore non c’è più?
“Futura”: una canzone di speranza, non di bandiera

Per capire la portata della polemica, bisogna partire dal brano. “Futura” è l’ultima traccia dell’album Dalla del 1980, composta dal cantautore bolognese in una sera berlinese, seduto su una panchina al Checkpoint Charlie, mentre fumava in silenzio accanto a Phil Collins. Il testo racconta di due amanti divisi dal Muro, uno di Berlino Est e l’altro di Berlino Ovest, che sognano una figlia chiamata Futura, simbolo di un domani senza muri né paura. Una canzone di speranza universale, di amore che vince sulle divisioni, scritta da un artista che non ha mai avuto una bandiera politica da sventolare. La Casa museo di Dalla a Bologna conserva persino un pezzo di quel Muro, testimonianza di un’ispirazione nata nella libertà, non nella costrizione.
Ecco perché la scelta di Vannacci suona come un controsenso agli eredi di Dalla. La Fondazione Lucio Dalla e i familiari dell’artista hanno reagito immediatamente: nessuna autorizzazione era stata richiesta, né concessa. Il brano è stato utilizzato in un contesto “lontano dal mondo di Lucio”, un “uso improprio” che stride con l’apoliticità, o meglio con la libertà totale da schieramenti, che caratterizzava il cantautore. Non a caso, Bologna gli ha dedicato una statua in piazza Cavour, luogo che ispirò la celebre “Piazza Grande”, un altro inno alla vita comune e non alla politica di parte.
Il precedente De Gregori: la musica non si consegna a nessuno
Non è la prima volta che la politica italiana cerca di fare proprio il patrimonio della musica d’autore. Basti pensare a Francesco De Gregori, il “Principe” del cantautorato, che negli anni ’70 fu contestato al Palalido di Milano proprio perché accusato di “strumentalizzare la sinistra per arricchirsi”. Una vicenda che segnò per sempre il rapporto tra musica e politica nel nostro paese. La sua “Generale”, una delle canzoni contro la guerra più famose della musica italiana, è stata spesso oggetto di tentativi di appropriazione, ma il messaggio antimilitarista del brano resta intoccabile.
De Gregori, dichiaratosi sempre di sinistra ma mai “cantore di partito”, ha incarnato l’idea che l’artista sia per natura anarchico. Eppure, anche le sue canzoni sono state oggetto di tentativi di appropriazione. La differenza? Lui era vivo per difendere il suo lavoro. Dalla, purtroppo, no. E la sua memoria, a dieci anni dalla scomparsa, viene tutelata con la stessa ferocia con cui egli tutelava la propria arte.
Quando la destra canta a sinistra: il caso Dalla e oltre
La vicenda Vannacci-Dalla non è un episodio isolato. La storia recente della musica italiana è costellata di scontri tra eredi e politici:
- Ivan Fossati, con la sua colonna sonora dell’Ulivo, ha rappresentato l’apice del connubio musica-sinistra negli anni ’90;
- Gli eredi di Rino Gaetano hanno più volte dovuto intervenire per bloccare l’uso di Gianna o Nuntereggae più in contesti lontani dalla visione dell’artista. La mostra a lui dedicata a Roma ne celebra l’eredità ribelle e anticonformista, ben lontana da ogni schieramento di comodo;
- Persino Bruce Springsteen ha detto “no” a Donald Trump, che usava i suoi brani nei comizi. “The Boss”, autore di Born in the U.S.A., sa bene quanto le canzoni possano essere strumentalizzate contro la loro natura.
Eppure, c’è chi resta fedele: i Village People, con Y.M.C.A., hanno fatto il gioco di Trump (forse con un pizzico di ironia). Chissà che Vannacci non ci faccia un pensierino, visto che “Futura” gli è stata negata. Anche i Village People hanno calcato il palco del Moulin Rouge, luogo simbolo di libertà e trasgressione, ben diverso da un’assemblea politica.
Musica e politica: un rapporto (quasi) sempre in bilico

Il problema è strutturale. In Italia, la musica d’autore è storicamente di sinistra, o almeno così è percepita. Cantautori come De Gregori, Dalla, Guccini, Fossati, De André hanno scritto il loro tempo con una penna che guardava al sociale, al disagio, alla protesta. Ma questo non significa che le loro canzoni siano “brevetti” di un partito.
La destra, dal canto suo, ha sempre faticato a costruire un repertorio proprio che non suoni come una parodia. Da qui l’assalto ai beni comuni della cultura popolare: se non hai un Dylan tuo, provi a prendere in prestito quello degli altri. Ma le canzoni, come le armi, hanno un’anima. E gli eredi, sempre più attenti, stanno imparando a dire “c’è chi dice no”. Il tema è ben presente anche nel dibattito internazionale, come dimostra l’Eurovision 2026, dove musica e politica si intrecciano in modo sempre più stretto.
Il futuro di “Futura”: proprietà intellettuale e memoria
La Fondazione Lucio Dalla ha già annunciato azioni legali. La questione non è solo etica, ma anche giuridica: fino a che punto un brano può essere riprodotto in pubblico senza il consenso degli aventi diritto? E quando l’uso è politico, non commerciale, i confini si fanno ancora più labili.
Ma al di là dei tribunali, c’è una battaglia culturale. Vannacci ha scelto “Futura” perché il titolo fa comodo al suo “Futuro Nazionale”. Ha letto il testo? Ha capito che quella “Futura” nasce da un amore che abbatti i muri, non da un muro che divide? Probabilmente no. E questo è il vero scandalo: non l’uso politico della musica, ma la sua svilitura, il ridurla a sottofondo di un evento che ne tradisce ogni parola. Come ha ricordato Park Chan-wook a Cannes, politica e arte non vivono in compartimenti separati, ma questo non autorizza a piegare l’arte a proprio uso e consumo.
Conclusione: due mondi, uno scontro

Dalla e Vannacci sono “decisamente due mondi al contrario”. Il primo, un bolognese curioso del mondo, seduto a Berlino a sognare un futuro senza muri. Il secondo, un generale che costruisce muri nuovi, politici, identitari. La canzone, intatta, resta di Dalla. Il suo futuro, però, è già scritto: non si tocca. E se si cerca una statua che celebri la musica italiana, meglio rivolgersi a Milo, dove c’è già quella di Battiato e Dalla, che ricorda artisti uniti dall’amore per l’arte, non dalla volontà di potere.