iCrewPlay ArteiCrewPlay Arte
  • Tv e Spettacolo
  • Personaggi
  • Musica
  • Cultura
  • Arte
    • Comunicati Stampa
    • Mostre
    • Festività ed eventi
    • Architettura
    • Street art
  • Rubriche
    • Destinazioni Sconosciute
    • Accadde oggi
    • Arte giapponese
    • Pillole di storia
    • Cronologia
    • Seguiti
    • Segui
  • Notizie
Cerca
  • Anime
  • Cinema
  • gamecast
  • Libri
  • Tech
  • Videogiochi
Copyright © Alpha Unity. Tutti i diritti riservati.​
Lettura: Yayoi Kusama: perché usava i pois e cosa significano davvero le Infinity Mirror Rooms
Share
Notifica
Ridimensionamento dei caratteriAa
iCrewPlay ArteiCrewPlay Arte
Ridimensionamento dei caratteriAa
  • Anime
  • Cinema
  • gamecast
  • Libri
  • Tech
  • Videogiochi
Cerca
  • Tv e Spettacolo
  • Personaggi
  • Musica
  • Cultura
  • Arte
    • Comunicati Stampa
    • Mostre
    • Festività ed eventi
    • Architettura
    • Street art
  • Rubriche
    • Destinazioni Sconosciute
    • Accadde oggi
    • Arte giapponese
    • Pillole di storia
    • Cronologia
    • Seguiti
    • Segui
  • Notizie
Seguici
  • Chi siamo
  • Media Kit
  • Contatto
  • Lavora con noi
  • Cookie Policy
  • Disclaimer
Copyright © Alpha Unity. Tutti i diritti riservati.​
ArteMostre

Yayoi Kusama: perché usava i pois e cosa significano davvero le Infinity Mirror Rooms

Massimo 17 ore fa Commenta! 75
SHARE
Seguici su Google Aggiungi iCrewPlay Arte alle tue fonti preferite Trova più facilmente le nostre notizie nei risultati di Google.
Aggiungi su Google

I pois di Yayoi Kusama non erano una semplice firma estetica. Servivano a trasformare una superficie, un oggetto e perfino il corpo umano in qualcosa che sembrasse perdere i propri confini e fondersi con uno spazio potenzialmente infinito.

Contenuti
YAYOI KUSAMA MUSEUM 草間彌生美術館Perché Yayoi Kusama usava i pois?Hirshhorn Museum +1Cosa significa self-obliterationCosa significano davvero le Infinity Mirror Rooms?Prima degli specchi c’erano le Infinity NetsThe Museum of Modern ArtPerché Kusama usava così spesso le zucche?Hirshhorn Museum +1Perché le zucche compaiono anche nelle Infinity Rooms?Galleria Nazionale d’AustraliaPerché le opere di Kusama sono diventate così popolariDai pois all’infinito: il filo che unisce tutta l’opera di Kusama

È da questa idea che nascono anche le Infinity Nets, le stanze ricoperte di specchi, le zucche punteggiate e uno dei concetti fondamentali dell’artista giapponese: la self-obliteration, letteralmente l’annullamento o dissoluzione del sé.

Per capire davvero le opere di Kusama bisogna quindi andare oltre l’immagine della “regina dei pois”. I punti sono soltanto una parte di un linguaggio costruito per decenni intorno a ripetizione, infinito, percezione e scomparsa del confine tra individuo e ambiente.

Leggi Altro

Musei gratis a Roma il 6 settembre 2026: quali visitare e dove prenotare
Reggia di Caserta gratis 6 settembre 2026: biglietti, orari e cosa vedere
Jovanotti a Napoli il 5 settembre: orari, scaletta e viabilità
Chi è la donna dell’Arlesiana di Van Gogh? La vera storia di Madame Ginoux
Pubblicità

L’interesse per l’artista è tornato fortissimo dopo che la Yayoi Kusama Foundation ha annunciato la sua morte⁠� il 27 agosto 2026. Kusama era morta il 14 agosto a Tokyo, all’età di 97 anni, continuando a dipingere fino agli ultimi giorni. �

YAYOI KUSAMA MUSEUM 草間彌生美術館

Ma per comprendere perché abbia lasciato un segno così profondo nell’arte contemporanea occorre partire da una domanda apparentemente semplicissima.

Perché Yayoi Kusama usava i pois?

Yayoi kusama: perché usava i pois e cosa significano davvero le infinity mirror roomsi pois di yayoi kusama non erano una semplice firma estetica. Servivano a trasformare una superficie, un oggetto e perfino il corpo umano in qualcosa che sembrasse perdere i propri confini e fondersi con uno spazio potenzialmente infinito.

Kusama raccontò di aver sperimentato fin dall’infanzia particolari fenomeni visivi nei quali motivi e forme sembravano moltiplicarsi fino a ricoprire ciò che la circondava.

Il Museo Kusama collega direttamente questa esperienza alla nascita del concetto di self-obliteration: la ripetizione ossessiva di uno stesso elemento cancella progressivamente la distinzione tra una cosa e l’altra, tra il corpo e lo spazio, tra il singolo individuo e ciò che lo circonda. �

Hirshhorn Museum +1

Il punto è perfetto per ottenere questo effetto.

Preso singolarmente ha confini precisi. Ripetuto centinaia o migliaia di volte, invece, può invadere una tela, un pavimento, una persona o un’intera stanza.

L’oggetto sul quale viene applicato comincia quasi a perdere la propria identità.

Per questo sarebbe riduttivo dire che Kusama dipingeva pois semplicemente perché li vedeva nelle sue esperienze percettive. Il punto diventa nel tempo uno strumento artistico consapevole, capace di mettere in relazione il piccolo e l’immenso.

Un singolo punto può ricordare una cellula o una particella. Migliaia di punti possono evocare un universo.

Cosa significa self-obliteration

Yayoi kusama: perché usava i pois e cosa significano davvero le infinity mirror roomsi pois di yayoi kusama non erano una semplice firma estetica. Servivano a trasformare una superficie, un oggetto e perfino il corpo umano in qualcosa che sembrasse perdere i propri confini e fondersi con uno spazio potenzialmente infinito.

La parola chiave per leggere Kusama è self-obliteration.

Il Yayoi Kusama Museum la descrive come la sensazione di perdere il confine tra sé e l’altro attraverso la proliferazione e la ripetizione ossessiva di uno stesso motivo. �

YAYOI KUSAMA MUSEUM 草間彌生美術館

Non significa semplicemente “sparire”.

È piuttosto un processo attraverso il quale l’individuo smette di essere il centro assoluto della scena e diventa una parte di qualcosa di molto più vasto.

È ciò che avviene davanti ai pois, ma diventa ancora più evidente quando Kusama introduce gli specchi.

Il visitatore entra nell’opera, vede il proprio corpo ripetersi decine di volte e, paradossalmente, proprio mentre la propria immagine si moltiplica sembra perdere la propria unicità.

È un’idea che rende particolarmente interessante il collegamento con la lunga storia dello specchio nell’arte⁠�: in Kusama lo specchio non serve soltanto a mostrare chi guarda, ma a metterne in crisi i confini.

Cosa significano davvero le Infinity Mirror Rooms?

Le Infinity Mirror Rooms non sono nate per produrre fotografie spettacolari sui social.

La prima risale al 1965, quasi mezzo secolo prima di Instagram.

Con Infinity Mirror Room, Phalli’s Field, Kusama utilizzò pareti specchianti per moltiplicare una grande quantità di forme morbide realizzate a mano.

Gli specchi risolvevano anche un problema molto concreto: produrre fisicamente migliaia di elementi ripetuti richiedeva un lavoro enorme. Attraverso il riflesso, un numero finito di oggetti poteva diventare visivamente infinito. �

Hirshhorn Museum

Ma l’effetto non era soltanto tecnico.

Quando il visitatore entra nella stanza, anche la sua immagine viene replicata.

Lo Smithsonian osserva che il corpo diventa contemporaneamente parte dell’ambiente e sembra scomparire nell’infinito creato dai riflessi. �

Hirshhorn Museum

È qui che Infinity Rooms, pois e self-obliteration finiscono per diventare aspetti diversi dello stesso progetto artistico.

Prima degli specchi c’erano le Infinity Nets

Yayoi kusama: perché usava i pois e cosa significano davvero le infinity mirror roomsi pois di yayoi kusama non erano una semplice firma estetica. Servivano a trasformare una superficie, un oggetto e perfino il corpo umano in qualcosa che sembrasse perdere i propri confini e fondersi con uno spazio potenzialmente infinito.

Per comprendere le stanze bisogna però tornare indietro.

Durante i primi anni trascorsi a New York, Kusama realizzò grandi tele ricoperte da migliaia di piccoli archi dipinti ripetutamente.

Sono le Infinity Nets.

Non avevano un vero centro compositivo, né un punto preciso dal quale cominciare o terminare la lettura dell’immagine.

Il movimento ripetitivo necessario per crearle diventava quasi una forma di meditazione. Lo Smithsonian descrive queste opere come composizioni prive di inizio, fine e centro. �

Hirshhorn Museum

Il MoMA collega esplicitamente le Infinity Nets al desiderio dell’artista di rappresentare e misurare simbolicamente l’infinito dell’universo. �

The Museum of Modern Art

Le Mirror Rooms fanno quindi qualcosa di radicale: trasformano ciò che Kusama aveva dipinto su una superficie bidimensionale in uno spazio dentro il quale possiamo entrare.

Prima guardiamo l’infinito.

Poi ci troviamo al suo interno.

Perché Kusama usava così spesso le zucche?

Accanto ai pois e agli specchi c’è un altro simbolo immediatamente riconoscibile: la zucca.

Anche in questo caso l’origine risale all’infanzia.

La famiglia di Kusama lavorava nel commercio di sementi e l’artista ricordava di aver incontrato le zucche nei campi quando era bambina.

A differenza di altre immagini legate alle sue esperienze più inquietanti, la zucca diventò per lei una presenza rassicurante.

Kusama ne apprezzava la forma irregolare, semplice e quasi buffa.

Secondo lo Smithsonian, arrivò a considerarla una sorta di autoritratto alternativo, oltre che una fonte di energia e serenità. �

Hirshhorn Museum +1

Quando ricopre una zucca di pois, quindi, Kusama mette insieme due elementi apparentemente opposti.

La zucca è concreta, pesante e legata alla terra.

I punti sembrano invece dissolverne la superficie e trascinarla verso l’infinito.

Perché le zucche compaiono anche nelle Infinity Rooms?

Nel 1991 Kusama portò il motivo della zucca all’interno di un ambiente specchiante con Mirror Room (Pumpkin).

Due anni più tardi il lavoro venne presentato alla Biennale di Venezia del 1993, contribuendo alla nuova affermazione internazionale dell’artista. �

Galleria Nazionale d’Australia

Nelle installazioni successive le zucche possono moltiplicarsi attraverso gli specchi fino a diventare virtualmente innumerabili.

Una delle opere più note è All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, dove zucche luminose ricoperte di punti vengono replicate dalle superfici riflettenti.

L’oggetto familiare dell’infanzia viene così trasformato in un paesaggio cosmico.

I pois di Kusama significano quindi infinito?

Sì, ma non soltanto.

Questa è probabilmente la distinzione più importante.

I pois possono evocare:

l’infinito;

la ripetizione;

la dissoluzione dell’individuo;

cellule e particelle;

pianeti e corpi nello spazio;

il rapporto tra individuo e universo;

esperienze percettive personali dell’artista.

Non esiste però un dizionario nel quale a ogni punto corrisponda sempre un unico significato.

Lo stesso vale per le Infinity Mirror Rooms: alcune opere sono legate all’amore, altre al tempo, alla vita o alla morte.

In Aftermath of Obliteration of Eternity del 2009, per esempio, le piccole luci dorate che sembrano moltiplicarsi nel buio richiamano anche la tradizione giapponese delle lanterne utilizzate durante l’Obon e diventano una riflessione sulla temporaneità della vita e sulla morte. �

Hirshhorn Museum

Perché le opere di Kusama sono diventate così popolari

È facile attribuire il successo recente delle Infinity Rooms alla loro capacità di funzionare perfettamente nelle fotografie.

È vero, ma spiega soltanto una parte del fenomeno.

Kusama aveva iniziato a costruire ambienti immersivi e a coinvolgere direttamente il pubblico già negli anni Sessanta.

Molto prima dei social aveva capito che un’opera poteva smettere di essere semplicemente qualcosa da osservare.

Lo spettatore poteva entrarci dentro.

Questa caratteristica rende Kusama particolarmente importante anche all’interno della storia dell’arte contemporanea e delle installazioni immersive⁠�.

Gli smartphone hanno amplificato enormemente la diffusione delle sue immagini, ma non hanno inventato la loro forza immersiva.

Dai pois all’infinito: il filo che unisce tutta l’opera di Kusama

Guardando separatamente una zucca gialla, una tela di piccole reti bianche e una stanza piena di luci riflesse potrebbe sembrare di trovarsi davanti a opere completamente diverse.

In realtà condividono quasi sempre lo stesso movimento.

Un elemento viene ripetuto fino a farci perdere la percezione dei suoi confini.

Le Infinity Nets lo fanno sulla tela.

I pois lo fanno sulle superfici.

Gli specchi lo fanno nello spazio.

Le Infinity Mirror Rooms lo fanno anche con il nostro corpo.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui Yayoi Kusama non può essere ridotta alla definizione di “artista dei pois”.

Il punto non era la destinazione del suo lavoro.

Era l’unità minima dalla quale partire per provare a rappresentare qualcosa di enormemente più grande: l’infinito e il posto che occupiamo al suo interno.

Condividi questo articolo
Facebook Twitter Copia il link
Share
Cosa ne pensi?
-0
-0
-0
-0
-0
-0
lascia un commento lascia un commento

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Chi siamo
  • Media Kit
  • Contatto
  • Lavora con noi
  • Cookie Policy
  • Disclaimer

Copyright © Alpha Unity. Tutti i diritti riservati.​

  • Anime
  • Cinema
  • gamecast
  • Libri
  • Tech
  • Videogiochi
Bentornato in iCrewPlay!

Accedi al tuo account

Hai dimenticato la password?