La notte del Grande Corvo a Londra (1666). Non il solito resoconto dell’incendio di Londra, ma la ricostruzione cronologica di come la città passò, in soli quattro giorni, dall’essere una metropoli Medievale in legno a una capitale Moderna in pietra, analizzando i decreti storici immediati che ne ridisegnarono l’urbanistica.

La notte del Grande Corvo
Nel XVII secolo gli incendi accidentali non erano una rarità, specialmente nei sobborghi della città, in cui le case erano costruite in legno e paglia. L’enorme concentrazione di persone in certe zone di Londra aumentava l’eventualità di incidenti, sporcizia ed epidemie.
La ricostruzione urbanistica di Londra dopo il Grande Incendio del 1666 rappresenta uno dei momenti di svolta più radicali nella storia dell’architettura e della gestione pubblica europea. Tra il 2 e il 6 settembre di quell’anno, il fuoco divorò circa i quattro quinti della città intrappolata dentro le vecchie mura romane, distruggendo oltre tredicimila abitazioni medievali costruite in legno e paglia.
Il fuoco divampò nelle prime ore del mattino nel panificio reale in Pudding Lane, sulla sponda nord del Tamigi, gestito da Thomas Farrinor, diffondendosi rapidamente nella città. Le prime vie invase dalle fiamme furono Fish Street e Thames Street, accanto al fiume, nelle cui banchine canapa, olio di sego, legname, carbone e liquori alimentarono ulteriormente le fiamme; successivamente il fuoco si propagò in direzione del ponte di Londra. In breve tempo l’incendio di casa Farrinor, nato da un focolare non completamente spento la sera precedente, si estese alle abitazioni adiacenti, addossate l’una all’altra. Il vento forte di quel giorno non aiutò, noto con il nome di Gale, che aveva iniziato a soffiare e alimentando il grande rogo.
La mattina di mercoledì 5 settembre Londra era quasi irriconoscibile. Il piombo che ricopriva il tetto della cattedrale di Saint Paul, giaceva fuso sulle strade e nuvole di fumo e vapore salivano al cielo dalle fontane della città e dal sottosuolo. Quattro delle sette porte delle mura erano state divorate dalle fiamme: il fuoco aveva distrutto quindici dei suoi ventisei quartieri, e con essi scomparvero più di ottanta chiese, quattrocento strade e tredicimila case.
Di fronte a una simile catastrofe, la reazione legislativa e politica fu incredibilmente tempestiva, guidata dalla necessità di impedire il collasso economico della capitale e il rischio di future epidemie. Già nei giorni immediatamente successivi allo spegnimento degli ultimi focolai, il re Carlo II emanò una serie di proclami reali straordinari che vietavano categoricamente la ricostruzione immediata degli edifici senza un piano regolatore approvato dalla Corona.

Il sovrano nominò una commissione speciale di dotti e architetti, tra i quali spiccava la figura di Christopher Wren, incaricati di ridisegnare la pianta della metropoli. Il nucleo della svolta normativa si concretizzò formalmente con il primo Rebuilding of London Act del 1667, un decreto storico che impose per la prima volta regole costruttive rigidissime per l’epoca.
La legge stabilì che tutte le nuove case dovessero essere edificate esclusivamente in mattoni o pietra, abolendo l’uso del legno per le facciate esterne al fine di azzerare il rischio di propagazione degli incendi. Il decreto non si limitò ai materiali, ma ridisegnò l’urbanistica stessa ordinando l’allargamento sistematico delle strade principali per creare corridoi tagliafuoco e dividendo gli edifici in quattro categorie strutturali precise in base alla larghezza della via su cui si affacciavano. Questo intervento centralizzato trasformò in pochissimo tempo un caotico e insalubre agglomerato di vicoli medievali nella prima grande capitale europea moderna, ridefinendo per sempre il concetto di pianificazione urbana e sicurezza pubblica.