La Madonna delle Muneghette attribuita a Jacopo Sansovino non è scolpita nel marmo e non è una normale statua in cartapesta. La sua struttura è costruita con strati di tela e gesso, mentre alcune parti furono realizzate separatamente a calco in cartapesta e poi unite attraverso modellazione diretta. È proprio questa tecnica insolita a rendere l’opera uno dei casi più interessanti oggi visibili al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Il restauro concluso nel 2026 ha permesso di leggere meglio sia la costruzione sia la funzione del gruppo. In passato la Madonna delle Muneghette era stata interpretata come un modello preparatorio per una scultura da eseguire in un materiale più prezioso. Gli studi più recenti propendono invece per considerarla un’opera compiuta. La differenza non è secondaria: cambia il modo in cui leggiamo la sperimentazione di Sansovino e il rapporto tra costo dei materiali, committenza e qualità artistica.

| Madonna delle Muneghette | Dato utile |
|---|---|
| Autore | Attribuita a Jacopo Sansovino |
| Soggetto | Madonna col Bambino e due putti |
| Materiali | Tela, gesso e parti in cartapesta |
| Interpretazione attuale | Probabile opera compiuta, non semplice modello |
| Restauro | Opificio delle Pietre Dure |
| Dove vederla | Museo dell’OPD, Firenze |
| Fino a quando | 30 settembre 2026 |
Che cos’è la Madonna delle Muneghette
La Madonna delle Muneghette è un gruppo con Madonna, Bambino e due putti, attribuito a Jacopo Tatti detto Sansovino, scultore e architetto nato nel 1486 e morto nel 1570. L’opera appartiene alle Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane ed è stata ritrovata negli anni Settanta nell’allora Pensionato delle Muneghette di Venezia.
Il nome con cui è conosciuta deriva quindi dal luogo in cui fu conservata, non da un titolo scelto dall’artista. L’elemento che ha attirato maggiore attenzione degli studiosi non è però il nome, ma la costruzione materiale del gruppo, lontana dall’immagine più comune di Sansovino come autore di sculture monumentali e architetture veneziane.
Perché non è semplicemente una statua di cartapesta
Descriverla come una statua di cartapesta è troppo semplice. La scheda dell’Opificio delle Pietre Dure indica una struttura realizzata con strati di tela e gesso, alla quale si aggiungono parti in cartapesta eseguite separatamente a calco e successivamente unite.
La tecnica è quindi composita. Tela, gesso e cartapesta lavorano insieme per costruire volume, superficie e dettagli. Il valore dell’opera non dipende dalla preziosità della materia, ma dalla capacità di trasformare materiali relativamente economici in una forma complessa e raffinata.
Era un modello oppure un’opera finita?
Questa è la domanda centrale. In passato il gruppo era stato interpretato come un modello preparatorio, una sorta di passaggio intermedio destinato a precedere una versione definitiva realizzata in marmo, bronzo o altro materiale più costoso.
Gli studi più recenti propendono invece per considerare la Madonna delle Muneghette un’opera compiuta. L’ipotesi è legata anche all’esperienza di Sansovino nella costruzione di apparati effimeri, strutture temporanee per cerimonie e occasioni pubbliche nelle quali era necessario ottenere grandi effetti visivi con materiali più leggeri e meno costosi.
Se questa interpretazione viene accolta, i cosiddetti materiali poveri smettono di essere un indizio di incompletezza. Diventano invece una scelta tecnica, economica e progettuale coerente con una committenza che poteva non disporre delle risorse necessarie per una scultura in materiale più prezioso.
Perché i materiali poveri non significano arte minore
Nella storia dell’arte il prezzo della materia non coincide automaticamente con il valore artistico. Una superficie in gesso o tela può richiedere conoscenze tecniche, progettazione e abilità manuale comparabili a quelle necessarie per materiali considerati più nobili.
Nel caso della Madonna delle Muneghette il punto è ancora più interessante perché la tecnica permette di ottenere un’opera relativamente leggera, modellabile e adatta a una costruzione per parti. La materia diventa quindi una soluzione, non un compromesso da nascondere.
Cosa ha rivelato il restauro del 2026
Quando arrivò all’Opificio, il gruppo presentava problemi strutturali, deformazioni e mancanze che rendevano più difficile leggere correttamente l’inclinazione e il rapporto tra le figure. Il restauro ha coinvolto competenze dei settori dedicati alle sculture lignee policrome e ai materiali ceramici, plastici e vitrei, con il supporto del laboratorio scientifico.
Uno dei passaggi più significativi è stato il recupero dell’assetto della composizione. Per alcune parti mancanti sono stati utilizzati rilievo digitale, modellazione e stampa 3D, in modo da ricostruire elementi funzionali alla corretta posizione dell’opera. È stato anche realizzato un nuovo sistema di sostegno interno.
Il principio non era riportare la scultura a un’apparenza teoricamente perfetta. Alcune lacune sono state lasciate leggibili proprio perché permettono di osservare la tecnica di costruzione. Il restauro diventa così anche uno strumento per capire come l’opera è stata fatta.

Cosa guardare da vicino nella Madonna delle Muneghette
Davanti all’opera conviene evitare di concentrarsi soltanto sui volti. Il restauro offre l’occasione di osservare come il movimento della Madonna organizza l’intero gruppo. La figura si piega verso il Bambino e crea una struttura protettiva che rende la scena più intima rispetto a una posa rigidamente frontale.
Vale la pena cercare anche le zone in cui la superficie lascia intuire la costruzione per strati. Sono proprio questi dettagli a mostrare la distanza tra una scultura ricavata togliendo materia da un blocco e un’opera costruita aggiungendo, unendo e modellando materiali diversi.
L’Opificio segnala anche il rapporto con modelli precedenti, in particolare con una Vergine di Donatello per l’altare del Santo a Padova. Non significa che Sansovino abbia semplicemente copiato una figura: il confronto serve a capire come un motivo possa essere rielaborato attraverso gesto, postura e rapporto tra madre e figlio.
Perché l’attribuzione a Sansovino va formulata con prudenza
Le istituzioni che presentano l’opera usano la formula attribuita a Jacopo Sansovino. È una distinzione importante. Dire attribuita significa che esistono elementi storico-artistici che sostengono il collegamento, ma non equivale alla presenza di una firma o di una documentazione capace di eliminare ogni margine di discussione.
La tecnica insolita rende il caso ancora più delicato perché i confronti con opere certe dello scultore devono tenere conto di materiali e procedimenti diversi. Il restauro e le indagini scientifiche possono aggiungere dati, ma fatto materiale, attribuzione e interpretazione devono restare piani distinti.
Dove vedere l’opera e fino a quando
La Madonna delle Muneghette è esposta al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, in via degli Alfani 78 a Firenze, fino al 30 settembre 2026. L’accesso alla mostra è compreso nel normale biglietto del museo.
Il museo è normalmente aperto dal lunedì al sabato dalle 8:15 alle 14:00, con ultimo ingresso alle 13:30. Per chi preferisce una fascia serale, l’ultima apertura straordinaria del calendario estivo è l’11 settembre: abbiamo raccolto orari e tariffe nella guida all’apertura serale dell’Opificio delle Pietre Dure.
Perché vederla prima del ritorno a Venezia
L’esposizione fiorentina ha una caratteristica particolare: mostra l’opera immediatamente dopo il restauro e prima della restituzione alla proprietà veneziana. È quindi una finestra temporanea per osservare non soltanto il risultato estetico dell’intervento, ma anche le questioni tecniche che lo hanno guidato.
Il percorso dell’Opificio rende leggibili proprio questi passaggi tra materia e conoscenza. Un altro caso utile è il restauro della Croce Reliquario della Passione, dove analisi e intervento conservativo hanno aiutato a rileggere materiali e storia dell’oggetto.
La chiave per capire la Madonna delle Muneghette
Il punto non è chiedersi perché Sansovino avrebbe usato materiali meno costosi al posto del marmo, ma capire che tela, gesso e cartapesta potevano essere il materiale giusto per quella specifica opera. È questa inversione di prospettiva a rendere il gruppo più interessante.
Il restauro ha trasformato una fragilità materiale in una fonte di informazioni. Le parti visibili, le lacune conservate, il nuovo supporto e le indagini permettono di distinguere ciò che sappiamo da ciò che resta interpretativo. La Madonna delle Muneghette diventa così non soltanto un’opera attribuita a Sansovino, ma un caso concreto per capire come tecnica, costo e invenzione possano cambiare il significato di una scultura.