Nella Grotta Vittorio Vecchi di Sezze, sui Monti Lepini, gli archeologi hanno individuato una tana di iene delle caverne risalente a circa 50.000 anni fa. È la prima evidenza di questo tipo documentata nell’area lepina e arriva dalla terza campagna di scavo nel sito di località Fulcino, già noto per un importante contesto funerario dell’età del Bronzo.
La scoperta aggiunge quindi un livello molto più antico alla storia della grotta: lo stesso luogo conserva tracce che vanno dal Pleistocene al II millennio a.C., quando la cavità fu utilizzata anche per pratiche funerarie e cultuali.
Che cosa è stato trovato nella Grotta Vittorio Vecchi
Durante la campagna 2026 il gruppo guidato dal professor Mario Federico Rolfo dell’Università di Roma Tor Vergata ha indagato i livelli pleistocenici della cavità. Secondo quanto riportato da Repubblica, le evidenze indicano che circa 50.000 anni fa la grotta era frequentata dalle iene delle caverne e funzionava come tana.
Non si tratta semplicemente di ossa isolate attribuite a un animale. Il valore archeologico sta nel riconoscimento di un contesto coerente con l’uso della cavità da parte dei grandi carnivori, un dato che permette di ricostruire meglio l’ambiente e la fauna presenti nei Monti Lepini durante il Pleistocene.

Perché una tana di iene di 50.000 anni è importante
La scoperta è significativa perché rappresenta la prima evidenza di una tana di iene preistoriche riconosciuta nei Monti Lepini. Le iene delle caverne erano grandi predatori e opportunisti diffusi nell’Europa del Pleistocene. Le loro tane possono conservare ossa trasportate, rosicchiate o accumulate nel tempo e diventano così archivi naturali della fauna che viveva nello stesso territorio.
Capire quali animali utilizzavano una cavità e in quale fase permette inoltre agli archeologi di distinguere meglio le occupazioni naturali da quelle umane. È un passaggio essenziale soprattutto nei siti stratificati, dove migliaia di anni di storia si sovrappongono nello stesso spazio.
La stessa grotta fu usata anche nell’età del Bronzo
La Grotta Vittorio Vecchi era già conosciuta per un contesto molto diverso e molto più recente. Nella cavità sono stati individuati resti scheletrici riferibili a circa 40 individui, insieme a materiali che documentano un uso funerario e cultuale nel II millennio a.C.
Le campagne di ricerca hanno restituito anche vasi, fibule in bronzo e oggetti in osso lavorato. Il punto interessante è quindi la profondità cronologica del sito: prima rifugio di grandi carnivori nel Pleistocene, poi spazio frequentato dall’uomo in epoche molto successive e con funzioni completamente diverse.
Cosa raccontano le grotte sulla preistoria
Le grotte possono conservare informazioni che all’aperto scompaiono più facilmente: ossa, sedimenti, tracce di combustione, oggetti, pigmenti e resti umani. Ogni strato può appartenere a una fase diversa e richiede quindi una lettura molto cauta.
Su Arte iCrewPlay abbiamo raccontato un altro caso in cui una cavità ha cambiato la cronologia del passato, quello della mano di Sulawesi datata ad almeno 67.800 anni fa. In Europa, invece, le ricerche sulle tracce lasciate dai Neanderthal nelle grotte mostrano quanto questi ambienti possano conservare comportamenti molto diversi, dall’uso pratico dello spazio alla produzione di segni.

Chi sta scavando a Sezze
La campagna è condotta dall’Università di Roma Tor Vergata con la collaborazione del Comune di Sezze e le autorizzazioni della Soprintendenza del Lazio. Alle indagini partecipano anche specialisti che studiano sedimenti, geologia e materiali per ricostruire le diverse fasi della cavità.
Questo approccio multidisciplinare è fondamentale perché una tana di iene non si riconosce da un singolo reperto spettacolare. È l’insieme di posizione delle ossa, tracce sui resti, sedimenti e stratigrafia a permettere di capire come veniva utilizzato lo spazio.
Cosa cambia dopo questa scoperta
Il dato nuovo è che i Monti Lepini hanno ora una testimonianza diretta dell’uso di una grotta come tana da parte delle iene delle caverne circa 50.000 anni fa. Non significa che conosciamo già tutto l’ecosistema locale di quel periodo, ma offre un punto di partenza concreto per ricostruirlo.
La Grotta Vittorio Vecchi diventa così interessante per due storie lontanissime tra loro: quella naturale del Pleistocene e quella umana dell’età del Bronzo. Le prossime analisi potranno chiarire quali specie finirono nella tana, come si formò l’accumulo e quanto a lungo i grandi carnivori frequentarono la cavità.